Sironi in mostra al Vittoriano

26/10/2014

A venti anni di distanza dalla grande mostra antologica tenutasi presso la GNAM di Roma, il Complesso del Vittoriano ripropone l'esposizione delle opere di Mario Sironi. Artista di immenso valore, il cui lavoro ha subìto per lunghissimo tempo una specie di “cancellazione”, a causa dei suoi ben noti legami col fascismo. Chiariamo subito che per noi questo è stato un danno arrecato all'arte e alla cultura, come spiegano molto bene le parole a lui dedicate dallo scrittore e poeta Guido Ceronetti: “Notissimo sconosciuto, vissuto e morto per la verità, che impone rispetto assoluto”. Un artista, dicevamo, dallo straordinario talento. Gianni Rodari, che il 25 aprile 1945 gli salvò la vita quando venne catturato da un gruppo di partigiani di cui anche egli faceva parte, afferma senza mezzi termini chi fu Mario Sironi: “Non c'è pittore che valga i suoi quadri”.

Cubista, futurista, metafisico, illustratore (per la rivista de Il Popolo d’Italia di Mussolini), ritrattista; Sironi si cimentò con quasi tutte le avanguardie del Novecento e sempre ai massimi livelli. Da giovane nutriva persino uno spiccato interesse per l'Ukiyo-e giapponese, segnatamente per le stampe di Kitagawa Utamaro (1753 – 1806), come  dimostra una perfetta riproduzione in miniatura realizzata dell'artista italiano presente nella mostra; difficile non scambiarla per un originale! Uno dei numerosi esempi della strabiliante versatilità di questo pittore.

La damnatio memoriae di cui egli fu vittima è principalmente legata alla sua celeberrima pittura murale, totalmente consona allo spirito della Rivoluzione Fascista, che comunque Sironi non intese mai come arte di propaganda: nella mostra possiamo ammirare molti dei suoi cartoni originali. Ragion per cui, è giusto guardare a Sironi come anche uno dei massimi narratori delle “imprese” architettoniche del regime.  Purtuttavia, egli fu davvero molto di più. A tal proposito, la curatrice dell'esposizione, Elena Pontiggia, propone in uno dei saggi inclusi nel catalogo della mostra una riflessione a nostro avviso assai utile per comprendere questo complesso personaggio: “Sironi è stato mussoliniano ma, per parafrasare Vittorini, non ha mai suonato il piffero della rivoluzione fascista, perché la sua arte, intrisa di dramma, era più funzionale alla verità che alla propaganda”.

La carriera di Sironi è stata assai fertile e variegata, dal realismo post-impressionista degli esordi – pensiamo al suo ritratto della madre – entra successivamente nel gruppo dirigente dei Futuristi. Collabora poi con Margherita Sarfatti, la quale lo spinse a creare nel 1922 il movimento Novecento a Milano, alla ricerca di una classicità moderna. Il sodalizio con l'intellettuale di religione ebraica, nonché amante e mentore del Duce, sarà strettissimo, tanto che in alcune delle lettere raccolte in occasione di questa mostra, lei lo apostrofa col nomignolo assai intimo di “Sironicino”.

Le opere per le quali Sironi viene maggiormente ricordato sono chiaramente quelle dalle forme monumentali, sia nel caso delle grandi commissioni pubbliche, sia nei semplici quadri (Solitudine, 1925). Ciononostante, vi è un aspetto in Sironi verso il quale molti storici dell'arte hanno spesso fatto orecchie da mercante e che dimostra la sua indipendenza creativa. Ci riferiamo ai suoi “paesaggi urbani”, dove si evince come egli non fu esclusivamente il cantore del fascismo, bensì un uomo conscio della crudeltà e dell'isolamento causati dalla crescente urbanizzazione di quel periodo.

Come non ricordare anche che alcuni suoi colleghi irridevano i suoi lavori, definendo le sue opere come: “la pittura dei piedoni”. Tante cose non sono state capite della sua arte, come ad esempio il fatto che quelle forme così imponenti e, talvolta, persino sproporzionate erano il frutto di una ricerca quasi ossessiva dei volumi e non una forma di retorica magniloquenza.
Dopo la guerra, sopraggiunge in lui una fortissima disillusione, persino un tragico pessimismo potremmo dire, che sfocia in uno stile tormentato, dove si perde quella imponenza che lo aveva caratterizzato per anni, come vediamo ne Il mio funerale (1960); per non parlare di Apocalisse, una opera del 1961, l'anno della sua morte. Alla fine possiamo individuare in Sironi due anime ben distinte: quella pubblica e monumentale da un lato e quella sovente impressionista e dolente degli altri suoi lavori, dove ricorre una tavolozza cupa.

È utile stigmatizzare un terribile dato museologico. Sarebbe a dire che Sironi è spesso assente nei musei italiani, gran parte dei suoi lavori sono infatti in collezioni private, come è dimostrato dalle opere presenti al Vittoriano. Non solo le sue creazioni per il regime, ma tutto Sironi è stato ignorato dai musei nostrani. Si è voluto colpire questo artista ben oltre il lecito, danneggiando il Patrimonio nazionale. Possiamo definirla una autentica miopia ideologica. I curatori dei nostri musei non hanno perciò mai voluto collezionare Sironi per il Popolo Italiano. Persino i quadri del MART, alcuni dei quali qui esposti, sono il frutto di una donazione privata! Ricomprare tutte queste opere di questi tempi è impensabile; il danno oramai è stato fatto, ma noi, essendo anche dei museologi, sentiamo il dovere di denunciare la partigianeria di alcuni esponenti della cultura in Italia. Basti pensare alla sopracitata GNAM, la quale dovrebbe contenere il meglio dell'arte italiana e dove, per converso, non si è pensato di acquistare in massa le tele di Sironi, ma di Guttuso sì però! Chiediamoci il perché di tale scelta, che ha penalizzato un artista che non era per nulla un fanatico e che mal sopportava, come abbiamo avuto modo di sottolineare, l’arte come semplice propaganda. Difatti, la sua è stata una ricerca stilistica attraverso le forme e che si è sposata con alcuni aspetti del pensiero fascista (Il lavoratore, 1936), ma egli non dipingeva così perché ricercasse il consenso. Il ricorrente pessimismo nelle sue opere di piccolo formato lo dimostra, essendo queste tutt’altro che delle rappresentazioni di tipo celebrativo. 

Vogliamo concludere dando voce proprio a Sironi, genio pittorico che oggi è dovere da parte degli studiosi di settore difendere e valorizzare, riscoprendo in lui dei valori che ci sogniamo di trovare nei tanti sedicenti creativi che infestano i musei di arte contemporanea: “L'arte tornerà ad essere quelle che fu […], un perfetto strumento di governo spirituale”. Più che ricordarlo come “l'artista del fascismo”, preferiamo dunque pensare a Mario Sironi come forse il più grande pittore, con Giorgio de Chirico, del XX secolo e non solo a livello italiano. Un uomo il cui mondo era pervaso da una austera moralità, che si dibatteva tra utopia e inquiete premonizioni. Constatare quanto silenzio sia stato imposto intorno al suo lavoro è solo uno dei tanti aspetti di un mondo che dalla guerra è uscito ancor più malato e non certo intellettualmente più libero.

Riccardo Rosati