American Chronicles: The Art of Norman Rockwell

01/12/2014

American Chronicles: The Art of Norman Rockwell è il titolo della mostra in corso presso gli spazi della Fondazione Roma Museo a Palazzo Sciarra. La maggior parte delle opere provengono dalla Norman Rockwell Museum Collection, con sede a Stockbridge (Massachusetts). Per la prima volta si tiene in Italia una retrospettiva di così ampio respiro sul celeberrimo illustratore americano Norman Rockwell (1894 – 1978), uno dei più acuti osservatori della società statunitense, spesso ricordato con l’appellativo di l'”artista della gente”. Sono esposte, insieme ad altri lavori, ben 323 copertine originali. Grazie alle sue illustrazioni – dettagliatissime e dalla comprensione immediata – Rockwell ha raccontato per più di cinquant'anni forse meglio di chiunque altro la cosiddetta: American way of life, fatta di sogni e speranze. Nelle sue tavole emergono personaggi immancabilmente positivi, rassicuranti, fiduciosi e dall'atteggiamento familiare. L’osservazione della realtà in questo artista, più che essere vera e propria pittura, è una narrazione visiva della storia di quel “mito” che l'America ha rappresentato per decenni nella mente di buona parte del mondo, non soltanto occidentale.

La visione della vita in Rockwell era tipicamente newyorkese, proponendo con i suoi lavori talvolta quasi una ode di una metropoli simbolo della modernità e che gli ha dato i natali. In queste pitture ritroviamo inoltre spesso elementi legati allo spirito del New England – l'unica parte degli Stati Uniti dove, a cavallo tra le due guerre, si formò una borghesia colta che si ispirava a quella dei salotti aristocratici di Londra, Parigi e Roma – senza però mai perdere la sua bonaria tendenza canzonatoria (Art Critic, 1955). Tuttavia, Rockwell ha sempre preferito la semplicità, al mondo patinato della grande città, raccontando la famiglia americana, con le sue gioie e piccole paure. Nel 1916, Rockwell, allora ventiduenne, dipinse la sua prima copertina per The Saturday Evening Post: una pubblicazione che si ispirava niente di meno che alla The Pennsylvania Gazette, legata alla figura di uno dei padri della nazione, Benjamin Franklin. Nell'arco dei successivi 47 anni, altre 322 copertine di Rockwell appariranno sul Post. 

L’elemento scenografico e teatrale è il marchio di fabbrica di queste opere: lo studio nella disposizione delle figure, i dettagli apparentemente casuali (The Runaway, 1958), tutto contribuisce a una “messa in scena” che certamente nasce da una urgenza illustrativa. È noto infatti come l'artista fosse solito, prima di passare alla fase di disegno, utilizzare persone vere per “mettere in scena” le sue rappresentazioni,  anticipando in parte quella che oggi nel mondo delle arti visive si chiama “staged photography”. A tal proposito, è interessante vedere presenti nella mostra alcune illustrazioni con affianco le foto scattate da Rockwell dei suoi “attori” in posa.

La sua fu una ascesa decisamente precoce, ancora adolescente, fu assunto in qualità di direttore artistico di Boys’ Life, la pubblicazione ufficiale dei Boy Scouts americani, e iniziò una carriera di successo in qualità di freelance, disegnando illustrazioni per diverse pubblicazioni giovanili. Lo spirito positivo nei confronti delle avversità della vita, tipico dello scoutismo, permane per quasi tutta la sua carriera.
Nel 1943, ispirato dal discorso del presidente Franklin Delano Roosevelt al Congresso, Rockwell dipinge i quadri delle Quattro libertà (“Four Freedoms”), riprodotti su altrettanti numeri consecutivi del Post e corredati da saggi di scrittori contemporanei. Egli, preoccupato per le sorti di un mondo avvolto dall'ombra della guerra, sfoga le sue angosce esaltando i quattro valori, tipicamente protestanti, che sorreggono una società: libertà di parola, la libertà di culto, la libertà dal bisogno e la libertà dalla paura. L'artista affronta anche tematiche civili, come il dramma dell’apartheid, rappresentato, ad esempio, dalla bambina afroamericana che in The Problem We All Live With (1963), per avvalersi del diritto all’istruzione, viene scortata a scuola da degli agenti.
Negli anni '40, il Post cambia gradualmente la propria grafica, ricercando un aspetto decisamente più giornalistico, dunque non più il tipico sfondo bianco delle copertine, dal sapore un po' britannico, ma fondali dai colori più accesi. Dal '50 in poi, Rockwell perde parte del suo impulso creativo, proponendo nelle copertine i ritratti di varie celebri figure internazionali, banalizzando non poco la sua produzione. Nasce in lui la necessità di cambiare e infatti nel 1963 termina la sua collaborazione col Post e inizia a pubblicare con Look, un bisettimanale incentrato sugli eventi giornalieri. Per dieci anni, Rockwell trae ispirazione per i propri dipinti dai suoi interessi e dalle fonti di preoccupazione verso i più pressanti problemi sociali, come la povertà dilagante nel suo paese, allontanandosi gradualmente da una rappresentazione di un mondo perfetto e spensierato, che era la caratteristica fondamentale dei suoi lavori.

Quella di Rockwell fu una ricerca persino maniacale della precisione nella pittura a olio, non distinguendosi mai per una particolare originalità formale. Ciononostante, in alcune tele della prima parte della sua carriera è suggestivo notare come nel suo stile si trovino dei rimandi alla pittura satirica del grande artista inglese del '700 William Hogarth, dove egli però inserisce anche degli elementi di modernità (Book of Romance, 1927). Alquanto geniale è l'unica opera esposta leggermente critica verso il “mito americano” (Family Tree, 1959), dove Rockwell mostra le due anime del suo paese, quella borghese e cittadina del Nord e quella rurale e più verace del Sud; entrambe però collegate a un unico tronco, con alla base immagini di pirati e filibustieri, come nel voler “confessare” le vere radici statunitensi.

Col tempo, il lavoro di Rockwell fu inesorabilmente reso obsoleto dalla fotografia: le riviste abbandonarono la tradizionale illustrazione delle copertine, preferendo una comunicazione spesso drammatica, al posto di una dal taglio assai più ironico e sofisticato. Rockwell collaborò anche col mondo del cinema, in mostra troviamo il suo poster per il Western Stagecoach (1966) di Gordon Douglas, da non confondersi però con la omonima e di certo più celebre pellicola di John Ford (tit. it. “Ombre rosse”, 1939).

Quello di Rockwell è stato un autentico amore verso il suo paese e la sua, seppur giovane, storia; per quelle American roots che lui era solito mostrare sovente a metà tra letteratura e mito. Infatti, la mostra si apre con una sezione dove sono presenti dei suoi ritratti di Abraham Lincoln (Lincoln for the Defense, 1961) e di Ichabod Crane (1937 ca.), un personaggio tratto da La leggenda di Sleepy Hollow (1820) di Washington Irving, racconto dal quale Tim Burton trasse una buona versione cinematografica nel 1999.

Possiamo affermare che Rockwell ha contribuito alla creazione di una peculiare estetica prettamente statunitense, dove un realismo minuzioso la fa da padrone. Vero è che il suo stile è assai ripetitivo e il messaggio proposto talvolta eccessivamente buonista, tanto che diverse sue illustrazioni ricordano quelle celebri della Coca-Coca e, senza voler sminuire il valore del pittore, in molti casi non si discostano per contenuti dai migliori cartelloni pubblicitari di questa bevanda: pensiamo, ad esempio, alle indimenticabili rappresentazioni di Babbo Natale con la celeberrima bibita in mano. Una visione, quella di Rockwell, costantemente innocente e ottimista, raramente incline alla propaganda, persino durante le due Guerre Mondiali, che hanno visto gli USA come assoluti “protagonisti”. Lui, così figlio di quella cultura protestante americana risalente alle 13 Colonie, da non mettere mai mano al pennello se non a pagamento!

Le opere di Rockwell non vanno ammirate come dei capolavori, giacché, come detto, sono spesso ripetitive ed egli non è certo passato alla storia come un grande artista. Purtuttavia, questa mostra ci dà l'opportunità di capire meglio quei pochi elementi veramente autentici della cultura americana, i quali sono sostanzialmente due: la corrente filosofica trascendentalista (Emerson, Thoreau e Whitman) e lo spirito rooseveltiano del New Deal, con la sua ostinazione all'ottimismo, alla speranza e alla bontà insita nell'americano medio. Per capire questi aspetti fondamentali che stanno alla base della società statunitense ci sono principalmente due fonti da analizzare: le pellicole di Frank Capra e, per l'appunto, le copertine illustrate di Norman Rockwell.

Riccardo Rosati