Matisse Arabesque

20/04/2015

Non sappiamo se sia giusto o meno considerare Henri Matisse (1896 – 1954), come ritengono diversi critici d'arte, il più grande artista del XX secolo. Ciò nondimeno trattasi pur sempre di un pittore da osservare con attenzione, essendo egli il più celebre esponente del movimento “Fauve”. La mostra in corso presso le Scuderie del Quirinale a Roma, dal titolo “Matisse Arabesque”, permette di approfondire il grandissimo interesse del pittore francese per l'arte orientale; una autentica passione estetica, la cui nascita si fa solitamente risalire alla sua visita in Germania alla grande esposizione di arte maomettana del 1910: “Meisterwerke Muhammedanischer Kunst” (Capolavori dell’arte maomettana). Egli era infatti solito andare per musei, palesando un desiderio di formazione alquanto moderno per la sua epoca. 
La sua passione per l'esotico nasce però concretamente ancor prima, nel 1906 durante un viaggio in Algeria; l'anno precedente il movimento artistico di cui faceva parte ebbe la propria collettiva d'esordio presso il Salon d'Automne di Parigi, inaugurando in tal modo la “Stagione Fauve”. La idea di base di questi pittori stava, come affermò lo stesso Matisse, ne: “L'importanza del colore e del disegno e lo studio dei maestri”. Sia come sia, è stato grazie alla preziosa guida di Gustave Moreau che egli poté assimilare gli insegnamenti dei grandi pittori del passato. Le tele di Matisse si contraddistinguono per tutta la sua carriera per una tavolozza vivace, dove il colore rosso la fa sovente da padrone. A tal proposito, ci si dimentica troppo spesso che il termine “fauve” in francese non sta solo a significare “belva”, ma anche “rossiccio”, e per quanto concerne il nostro pittore questo non è certo un elemento da sottovalutare, non per niente una delle sue opere più celebri è: “L'Atelier rouge” (1911), nelle collezioni del MoMA di New York.
Chi osserva un quadro di Matisse comprende subito il dato fondamentale della sua arte: la sovversione dei princìpi della prospettiva e della strutturazione spaziale, con una “inquadratura” il più delle volte situata in punto di vista rialzato; c'è la linea, ma non il disegno. In lui vi è una totale esaltazione del colore, il quale diventa tratto.

Uno spiccato decorativismo si mostra in modo evidente già nelle prime tele di inizio '900: “Angolo di tavola (violette)” (1903 ca). Questa opera ci permette di toccare bene il tema della mostra, il rapporto di Matisse con l'Oriente. Difatti, il quadro in questione presenta dei motivi che ricordano molto quelli dei vestiti cinesi: in mostra ce ne sono due splendi esempi, provenienti dai depositi del Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma. In generale, questa influenza delle decorazioni tessili del Celeste Impero la troviamo nelle fantasie dei quadri della prima sala, le quali ricordano chiaramente quelle degli abiti cinesi.
Assai significativo in questo artista è anche il tema della natura morta,  dove spicca ovviamente la presenza dei fiori, come avviene in “Ramo di pruno, fondo verde”, 1948. Non potrebbe essere diversamente, giacché essi offrono eccellenti opportunità cromatiche e perciò ecco che incontriamo immancabilmente le solide partiture rosse di Matisse. Questa tela è inoltre un chiaro esempio di come per lui le finestre non fossero niente altro che la negazione della spazialità e della verosimiglianza, portando avanti quasi una provocazione verso la pittura classica. Ciò non deve stupire, vi era in Matisse la necessità di studiare gli antichi maestri, ma certamente anche la volontà di andare oltre quel tipo di pittura, come egli esprime, in modo a essere sinceri un po' arrogante, con queste sue parole: “È nell’eccesso di preziosismo e maestria che si è attenuato lo spirito dell’arte classica”. Del resto, sempre a proposito della influenza dell'arte orientale sul suo stile, è palese notare nelle sue opere un assoluto appiattimento della superficie pittorica, che è poi tipico delle stampe giapponesi; quella di Matisse fu senza dubbio una caparbia ricerca sull’idea di superficie. Curioso ancora percepire come nei suoi quadri tutto appaia sempre come se stesse per cadere, con la distruzione di quella prospettiva a cui siamo naturalmente abituati.

Nei dipinti della seconda sala il tono è decisamente più cupo (“Ritratto di Yvonne Landsberg”, 1914), quasi una sorpresa per chi è abituato alle coloratissime opere del pittore transalpino. Nel ritratto di Mademoiselle Landsberg traspare per giunta un legame col Cubismo. Molti studiosi riconoscono in questa tela anche una forte influenza della corrente del cosiddetto “Primitivismo”. Non siamo molto convinti di tale interpretazione, benché questa opera ricordi in parte i ritratti femminili di Amedeo Modigliani. Comunque, la capacità di osservazione di Matisse fu diversa da quella dei cubisti, con la loro tendenza a scomporre e frammentare le forme, seguendo l'esempio della statuaria africana. Le tonalità accese che hanno reso celebre Matisse ritornano prontamente nella sala successiva, con opere quali “Edera in fiore” (1941), appartenente alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli di Torino, la quale possiede ben sette quadri dell'artista.

La quarta sala la potremmo chiamare quella dei “ritratti islamici” (tutti del 1912), dove la tavolozza si vivacizza e si consacra quasi alla monocromia (“Marocchina in giallo”), seppur nelle varie tele sia molto presente il verde, che è poi il colore dell'Islam. Opere, queste, nate dai ricordi del suo fondamentale rapporto col Marocco, grazie a due viaggi  (1912 e 1913) che lo misero in contatto diretto con la cultura araba e islamica.

Una altra parte assai suggestiva di questa esposizione è dedicata a “Le chant du rossignol” (1914), opera teatrale di Igor Stravinskij. Essa si rivelò però un fiasco, poiché troppo sperimentale. Nell’estate del 1919, Henri Matisse venne invitato da Sergej Diaghilev e dallo stesso Stravinskij a ideare scene e costumi per questo spettacolo, basato sulla favola di Hans Christian Andersen, nella quale si racconta la storia di un imperatore della Cina che preferisce al canto soave di un usignolo vero il freddo gorgheggio di un uccello meccanico. Tuttavia, ad allontanare la Morte, accanto al letto dell’imperatore gravemente ammalato, sarà l’usignolo vivo che con la sua melodia rianimerà il sovrano, nella gioiosa sorpresa di tutta la Corte. Di grande effetto sono gli abiti in mostra in stile cinese disegnati da Matisse e nei quali il suo esotismo letteralmente esplode, avvicinandosi quasi a temi fantastici.

Matisse ebbe grande fortuna in America, molto per merito della sua amicizia con Gertrude Stein. Rammentiamo anche che il “padre spirituale” dell'Astrattismo Espressionista Americano, il noto critico Clement Greenberg, sostenne sempre la causa del pittore nel suo Paese; è rimasta celebre questa sua opinione su di lui: “Il colore di Matisse è una cosa che riguarda l'occhio”. Per non parlare di Mark Rothko. Costui ha ripreso molto da Matisse, lo spazio ripartito in bande verticali, gli stessi cromatismi. Il pittore francese ebbe comunque i suoi campioni anche in Patria, come nel caso dello scrittore surrealista Louis Aragon, il quale affermò entusiasticamente: “L'opera di Matisse è una grande ricerca della felicità”. Tornando alla fama del pittore negli Stati Uniti, egli attirò l'attenzione di molti collezionisti, i quali però considerarono le sue opere più che altro come un buon investimento. Fatto sta che a un certo punto Matisse superò Picasso in popolarità tra i critici statunitensi e possiamo dire che tale situazione col tempo non è mutata.

Alcune doverose riflessioni vanno spese pure sulle numerose opere di tipo etnografico in mostra. Esse ci consentono non solo di confrontare le tele del pittore con quegli oggetti esotici che tanto lo hanno ispirato, ma anche di accorgersi di un essenziale dato museale. Sarebbe a dire, che la maggior parte degli oggetti esposti viene da musei italiani e che purtroppo questi si trovano spesso nei depositi; come nel caso del sopracitato Pigorini, dove una collezione orientale di rilevanza internazionale è dimenticata in scatole e magazzini da decenni. In mostra ci sono anche oggetti dal Museo Nazionale d'Arte Orientale "Giuseppe Tucci”, sempre a Roma; per non parlare delle tante maioliche islamiche dal museo di Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza – il primo al mondo nel suo genere – e dal Museo del Bargello di Firenze. Ragion per cui, questa mostra non offre solamente l'occasione per ragionare sui rapporti che hanno legato Matisse all'Oriente, ma è anche una opportunità per sviluppare una conoscenza più rispettosa verso le straordinarie raccolte etnografiche italiane, le quali non hanno nulla da invidiare a quelle delle altre nazioni.

Per capire Matisse, occorre tenere bene in mente la sua personalissima visione della pittura, nella quale esisteva una totale dicotomia tra “colore descrittivo” e “colore espressivo”. Egli ha sicuramente ricercato più il secondo. Per giunta, la qualità di un colore per Matisse era assolutamente legata alla sua quantità, tanto che potremmo definire i suoi lavori come una “pittura della densità”. I motivi della decorazione e dell’orientalismo furono per lui la ragione principale di una radicale indagine sulla pittura, di una estetica fondata sulla sublimazione del colore, che si fa linea. Vi è inoltre un tentativo di purezza, attraverso la semplificazione delle forme, come nel caso de “La spagnola” (1909), una opera che gli permise di esaltare il dualismo cromatico tra il nero e il rosso. Forse tra le varie tele esposte, solo in “Intérieur au phonographe” (1934) – ancora dalla Collezione Agnelli – troviamo un minimo di rispetto della prospettiva, ma rimane sempre la frontalità del soggetto: una influenza bizantineggiante che l'artista poi non ha mai negato. Ciononostante, si tratta della unica opera presente nella mostra dove egli si “concede” a un certo equilibrio tra forma e colore; in uno stile, come quello di Matisse, che mirava a proporre nessun artificio nella pittura. Essa, infatti, doveva essere nella sua visione dell'arte come una entità a sé, una sorta di rapporto tra le cose del mondo e l’artista stesso, in una continua rincorsa alla densità del colore; il quale non certo nella profondità prospettica classica, bensì nella superficie piatta delle stampe orientali, poteva trovare la propria matrice.

Riccardo Rosati