Esposizione Universale Roma

17/05/2015

“Esposizione Universale Roma. Una città nuova dal fascismo agli anni '60”, questo è il titolo della mostra, a cura di Vittorio Vidotto, ospitata presso il Museo dell’Ara Pacis e aperta sino al 14 giugno 2015. “Da Roma al mare”, così Mussolini aveva sintetizzato la essenza di questo nuovo quartiere. Infatti, il mare è luce e l’architettura razionalista è un potente omaggio al Sole: gli edifici risultano talmente ben irradiati al loro interno, da rendere quasi inutile l’illuminazione elettrica. Trattasi sì di una esposizione abbastanza per addetti ai lavori, ma è pur sempre un altro segnale di come molti degli opprimenti muri ideologici che tanto male hanno fatto alla cultura italiana stiano inesorabilmente franando. Il “Caso EUR” rappresenta una vera macchia nella serietà di alcuni autorevoli architetti e ricercatori nostrani che hanno dettato il canone del sapere nel Dopoguerra. Mentre celebri professionisti e studiosi stranieri quali Léon Krier e Peter Eisenman si interessano da tempo delle opere costruite durante il Ventennio, da noi solo di recente si è potuto cominciare a parlare della grandezza di quello che è, non solo a nostro avviso, il più raffinato progetto urbanistico del secolo scorso.

Per prima cosa, una breve ricostruzione della genesi di questo quartiere. Nel 1942 Roma avrebbe dovuto ospitare la E42, una Esposizione Universale ideata per celebrare il fascismo nel ventennale della sua conquista del potere. Secondo il progetto originario, l’Esposizione avrebbe accolto tutti i paesi del mondo e riservato all’Italia una sezione composta da edifici permanenti, primo nucleo di un quartiere a venire. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale bloccò i lavori, lasciando molti degli edifici incompleti e in stato di abbandono – da qui la definizione dell'EUR come un progetto “incompiuto” –  e solo dagli anni ’50 in poi il quartiere fu gradualmente trasformato nell’attuale zona direzionale e residenziale.

Grazie a un ricco apparato d’immagini, disegni, fotografie, modelli, filmati e documentari, il percorso espositivo narra le vicende dell'EUR, attraverso alcuni passaggi fondamentali che ne hanno segnato la sua formazione e trasformazione. In mostra sono esposte oltre cento opere, incluse alcune autentiche rarità, come le teste bronzee di Vittorio Emanuele III e di Benito Mussolini – ritrovate qualche tempo fa nei magazzini del Palazzo degli Uffici dell'EUR – a opera di Domenico Rambelli e che risalgono al 1939. Una delle due teste raffiguranti il Duce presenta una grossa affossatura, segno evidente di un atto vandalico al momento della caduta del regime: una epitome, questo episodio, di quella grottesca damnatio memoriae che per decenni ha accompagnato il giudizio critico su questo quartiere, tanto da far dire autentici spropositi a persone del calibro di Antonio Cederna, annebbiate dal “furore ideologico”. 

Come detto, agli inizi degli anni ’50, il Governo decise di avviare la ripresa dei lavori e nel giro di un decennio la zona assunse la forma con la quale tutti ormai la conosciamo: sedi di ministeri, enti di previdenza e grandi società. Lo spirito avveniristico del progetto, con la sua ripresa però in chiave moderna della classicità, come affermò il suo ideatore Marcello Piacenti, venne in buona parte tradito. Sia come sia, la rinascita dell'EUR si deve in larga misura a Virgilio Testa, già segretario del Governatorato in epoca fascista e successivamente nominato commissario dell’Ente EUR. Invece, la progettazione urbanistica, contestualmente all’importante decisione di destinare il quartiere allo svolgimento di parte delle Olimpiadi del 1960, tornava nelle mani proprio di Piacentini, il celeberrimo architetto del Regime, nonché autore del piano definitivo dell’E42.

La continuazione dei lavori nel Dopoguerra, in pieno rigurgito antifascista, permise che sull'EUR si facesse anche una certa ironia, ecco nascere perciò il nomignolo “E-Quarantamai”. Il progetto generale di Piacenti fu salvato, ma ci furono anche degli autentici scempi, come nel caso dell'edificio dell'Istituto Forestale “Arnaldo Mussolini” di  Armando Brasini, che venne demolito nel 1953, quando i lavori erano già a buon punto, soltanto perché intitolato al fratello minore del Duce. Testa è stato capace di permettere all'EUR di arrivare a un livello compiuto, ma le “intrusioni” architettoniche degli anni post-bellici risultano, oggi come ieri, una corruzione del progetto originario. Comunque, c'è da dire che gli anni '50 sono stati gli ultimi a proporre una architettura di qualità (Il Palazzo della Federconsorzi a Roma, 1952 – 1957, con le decorazioni bronzee di Pericle Fazzini), seguiti purtroppo da decenni di colate di cemento e costruzioni tanto orripilanti, quanto poco resistenti allo scorrere del tempo. In sostanza, per quanto riguarda il rapporto tra l'EUR e gli interventi risalenti a quel periodo, possiamo definirli come una dissonanza architettonica, ma pur sempre di qualità. Cosa che non si può nemmeno lontanamente sostenere per la “Nuvola” di Massimiliano Fuksas: un progetto arrogante e costoso, il quale non dialoga in alcun modo con le architetture circostanti. 

Abbiamo accennato alle Olimpiadi degli anni '60, grazie alle quali il quartiere si è arricchito del Palazzo dello Sport (oggi PalaLottomatica) di Marcello Piacentini e Pier Luigi Nervi e del Velodromo Olimpico, abbattuto senza motivo nel 2008: uno scempio che conferma la stoltezza di molti politicanti capitolini. Fatto sta, che tutt'ora la Capitale non dispone di una attrezzatura per le gare ciclistiche su pista. Ovviamente, si è trattato di un abbattimento per meri fini di speculazione edilizia; tutto il contrario dello spirito propositivo che ha animato il progetto dell'E42. In generale, gli edifici in “International Style” che si sono susseguiti dalle Olimpiadi in poi risultano dei corpi estranei all'interno del quartiere.

Vero è che L’E42 fu un progetto di chiara propaganda politica, per celebrare i fasti della Rivoluzione Fascista. Ciononostante, esso si presentò anche come una straordinaria occasione per reinterpretare lo spirito e l’arte della Roma Imperiale, rimanendo tuttavia fedeli al linguaggio moderno del razionalismo. Una scommessa accettata da un gruppo di giovani architetti, convintamente fascisti, e in buona parte vinta. La storia del quartiere è allora indissolubilmente legata non solo al nome di Piacentini, ma pure a quelli di Adalberto Libera, Gaetano Minnucci, ma anche a grandi professionisti che per alterne vicende non videro mai portati a termine i propri progetti per l'E42, quali Giuseppe Pagano e Giuseppe Terragni.

L'EUR ci ha regalato inoltre uno straordinario polo museale, prezioso quanto negletto. Verrebbe subito da pensare a quell'unicum museale che è il Museo della Civiltà Romana, con la sua serie infinita di calchi e repliche del periodo della Antica Roma, un contenitore meraviglioso, benché pieno della retorica del Regime. Vi è però molto di più: il Museo della Arti e Tradizioni Popolari, quello dell'Alto Medioevo, le collezioni di livello mondiale del Pigorini; nonché delle cicche come il Museo delle Poste e Telecomunicazioni e quello delle Auto della Polizia di Stato. Solo per quanto concerne i musei si è rispettata la vocazione espositiva e culturale dell'E42, che per il resto è diventato un quartiere direzionale.

Gli edifici della zona sono stati anche amati da alcuni grandi registi, molti dichiaratamente di sinistra, è il caso di Elio Petri che girò proprio qui alcune memorabili scene di uno dei suoi capolavori: “La decima vittima” (1965); per non parlare poi delle ripetute manifestazioni di stima verso queste architetture da parte di Federico Fellini; come pure alcune mitiche sequenze di una pellicola cult di fantascienza: “L'ultimo uomo della Terra” (1964) di Ubaldo Ragona. Si può allora parlare persino di una vocazione cinematografica del quartiere, che tra il 1945 e il 1970 diventa una importante presenza nel cinema italiano. Chiediamoci dunque da dove proviene il fascino che questo quartiere in fin dei conti incompiuto ha esercitato su vari artisti e cineasti. Il motivo va ricollegato al fatto che esso è l'unico tra le nuove aree urbane di Roma che viene riconosciuto come appartenente ormai al tessuto storico della città, ovvero che la rappresenta; ecco il perché dell'interesse che ha suscitato in tanti registi. Non pensiamo che si possa dire lo stesso di quegli orrori urbanistici del Secondo Dopoguerra, come la Prenestina e la Tiburtina.

L'EUR ha inoltre una raffinata dimensione residenziale, già presente nel progetto fascista. I suoi villini sono tra i più belli di Roma, tanto da spingere Pier Paolo Pasolini e Sergio Leone a trasferirvisi, attratti dalla ricchezza delle aree verdi e dall'offerta abitativa diversificata e allo stesso tempo di alta qualità. Da anni ormai abitare all’EUR è divenuto uno “status symbol” e a suo modo il fenomeno ha costituito una piccola rivoluzione nella classica geografia sociale di Roma, dove i ceti medio-alti si trovano prevalentemente concentrati nel centro storico della città. Anche questo aspetto è però un esempio dello snaturamento del progetto originario, giacché per Piacentini l'E42 avrebbe dovuto essere come un moderno Foro Romano.

Tra le opere d'arte eseguite per l’Esposizione e ancora oggi visibili, da notare il mosaico intitolato: “Le Corporazioni” di Enrico Prampolini, realizzato per la parete esterna del Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari, oggi sede dell'omonimo museo, nonché quello di Fortunato Depero: “Le professioni e le arti”, sulla parete esterna dell'allora Palazzo della Scienza Universale, oggi sede del sopracitato Museo Pigorini. Ricordiamo poi il bassorilievo di Publio Morbiducci all'ingresso del Palazzo degli Uffici: “La storia di Roma attraverso le opere edilizie”, meraviglioso esempio di fusione di arte plastica e retorica di regime. Sorprende constatare che manca all'appello il nome di Mario Sironi, il maggior esponente dell'arte fascista. Egli si tenne dapprima in disparte e fu solo tardivamente chiamato a realizzare un affresco, mai eseguito, dedicato all’Italia Imperiale, per il salone centrale della Mostra dell’Autarchia (già Palazzo delle Forze Armate e ora Archivio Centrale dello Stato). Tale è dunque la nostalgica incompiutezza dell'EUR: l'assenza del più ispirato e convinto artista del Ventennio all'interno del più grande progetto architettonico voluto da Mussolini.

In conclusione, le vicende dell’EUR accompagnano da sempre l’evoluzione del giudizio storico sul fascismo e sul riconoscimento di una sua autonoma proposta politico-culturale. A dire il vero, L’E42 non sarebbe stata l’unica esposizione dell’Italia del ‘900. Roma (con Firenze e Torino) aveva già celebrato il cinquantenario dell’unità nel 1911 con una Esposizione Universale, nella Roma del “mitico” sindaco Ernesto Nathan. Purtuttavia, il progetto visionario, al limite della utopia, dell'E42 sovrasta qualsiasi altra iniziativa urbanistica del XX secolo. Curioso notare come il principale artefice dell’Esposizione del 1911 fu lo stesso Marcello Piacentini, allora neppure trentenne, che abbiamo visto all’opera sia nell’E42 fascista, che nell’EUR di Virgilio Testa.

In anni nei quali politici impreparati e ostili al Bello e alla Storia parlano di cancellare scritte e abbattere l'obelisco del Foro Italico (già Foro Mussolini), questa mostra ci ricorda quanto è stato grande il progetto dell'E42, così visualmente potente da diventare eterno, malgrado incompiuto! Esso è, e non potrebbe essere altrimenti, il simbolo stesso della parabola fascista. Ovvero, il sogno di una Italia classica, culla della Umanità, ma nel contempo moderna; dove l'interesse pubblico era nel Popolo e nel costruire per il Popolo. Alla stregua di questo quartiere realizzato solo in parte, anche la politica del Regime è in qualche modo rimasta inespressa, per poi corrompersi del tutto. Ciononostante, alcuni lasciti del fascismo sono riusciti a sopravvivere e a permeare la vita della nazione e lo hanno fatto anche per merito di queste architetture e marmi che – come direbbe John Ruskin – si “mostrano onestamente”, rivelando una anima sincera e vitale; assai diversa da quella corrotta incarnata dagli edifici di oggi, facili al crollo e alla corrosione, come è del resto la nostra epoca.

Riccardo Rosati