Oppo: Pittura, disegno, scenografia

13/08/2015

Per chi intende scoprire una pagina inedita dell'arte italiana, è possibile visitare sino al 4 ottobre 2015 la mostra: “OPPO. Pittura, disegno, scenografia”, ospitata nella stupenda cornice di Villa Torlonia, nelle sale del Casino dei Principi. Un evento davvero importante, giacché getta luce sull'ennesimo esponente “scomodo”, vittima di una damnatio memoriae. Cipriano Efisio Oppo (1891 – 1962) è stato un autentico protagonista della scena culturale di Roma, la città dove è nato, vissuto e morto. 50 dipinti, 20 disegni, 20 bozzetti scenografici e 4 costumi, per avvicinarsi finalmente all’Oppo artista, aldilà del suo ben noto ruolo politico.
Uomo di cultura, un intellettuale che ha espresso importanti riflessioni sul ruolo che l'arte avrebbe dovuto ricoprire in Italia; Oppo è stato per lunghissimi anni messo nel dimenticatoio per i suoi stretti legami col fascismo. Egli è stato infatti il principale “organizzatore artistico” durante il Ventennio: a lui si deve la Quadriennale del 1935, riconosciuta dagli studiosi come una delle esposizioni cruciali del periodo. Con la mostra di Villa Torlonia, ci viene data la opportunità di ricordarlo non solo come figura cardine del mondo della cultura sotto il regime, ma specialmente come valente pittore, nonché conoscere la sua attività di scenografo e costumista teatrale.

Formatosi nel clima della Secessione romana, Oppo ha una prima stagione “fauve”, rappresentata da opere come “Il ritratto di Rosso di San Secondo” (1913) e, soprattutto, “I pesci rossi” (1914 ca), un chiarissimo omaggio alla omonima tela (1911) di Henri Matisse. Negli anni Venti e Trenta intesse stretti rapporti con la Scuola Romana, si pensi all’“Autoritratto” (1925), a “Nudo sdraiato” (1928) e “La vetrina della Comunione” (1939 ca). In diverse occasioni Oppo espone accanto a Mario Mafai e Scipione, favorendo la crescita di questi artisti, non certo dei sostenitori del fascismo, a dimostrazione di come la visione culturale di Oppo fosse a 360°, e non inquinata dal pregiudizio politico. Ciò si vede anche in una lettera qui in mostra di Renato Guttuso, piena di stima verso Oppo da parte dell'artista comunista per eccellenza, il quale gli rivolse queste parole nel settembre del 1952: “Il suo articolo è un raro esempio di competenza e onestà critica”. Vero è che sul percorso politico del pittore siciliano ci sarebbe da discutere più nel dettaglio, molti fanno finta di dimenticare, ad esempio, che egli collaborò con la rivista “Primato” di Giuseppe Bottai, con tanto di lettera di ringraziamento da parte sua al gerarca fascista per averlo coinvolto nella blasonata pubblicazione; che annoverava tra i collaboratori il meglio della intellighenzia italiana: da Gadda a Praz; da Longanesi a Montanelli. Però questo è un altro discorso, ma che andrebbe tenuto a mente, così da stigmatizzare la poca coerenza di quegli antifascisti militanti che hanno ghettizzato senza scrupoli personaggi come Oppo e che poi – si veda il caso di Enzo Biagi, anche egli coinvolto nella rivista di Bottai – fascisti da giovani lo sono stati pure loro, salvo poi negare il tutto, in modo da non avere problemi nella nuova Italia repubblicana. Sicuramente, Oppo ha pagato l'essere stato molto esposto, taluni direbbero “compromesso,” con il regime – Mussolini lo considerava uno dei massimi esperti d'arte del suo tempo – avendo ricoperto la carica di parlamentare del PNF, ed essendo stato Accademico d’Italia, nonché vicepresidente dell'E42 (Oggi EUR).

Chiusa la necessaria parentesi politica, torniamo ora ad analizzare il percorso artistico di Oppo. Grazie alla Fondazione che porta il suo nome, per la prima volta si riuniscono così tante opere, molte delle quali inedite, di questo importante e poliedrico personaggio, al quale non mancava certo il talento. Difatti, nel 1913, a soli ventitré anni, Oppo riesce a entrare nel mercato professionistico della illustrazione, collaborando con “Novissima”: la più raffinata tra le riviste nate in Italia nell'ambito del Simbolismo internazionale. Il ritrattato, segnatamente nella forma del disegno, sua pratica quotidiana, è stato il suo vero genere. In mostra ci sono delle stupende vignette per “Il pedante gabbato” (1913) di Cyrano de Bergerac, dove troviamo una illustrazione sorprendentemente moderna, ironica e simbolica, quasi simile nella iconografia ai Tarocchi di Marsiglia.  
Verso il 1918 si conclude la fase simbolista e secessionista, Oppo è ora tra i protagonisti del “ritorno all'ordine” in ambito romano, condividendo le idee di de Chirico e di altri esponenti della celebre rivista “Valori Plastici”. Egli non dimentica mai comunque la sua riflessione sul ruolo dell'arte, formulando sovente pensieri diretti, quanto assolutamente profondi: “Bisogna tornare, per essere nella tradizione italiana, a raccontare la vita [...]” .

Varie opere esposte appartengono alla sua serie di figure femminili, tra tutte spicca “La seduttrice” (1927), che è stata non a caso scelta come immagine ufficiale della mostra. Oppo dipinge le donne in vivaci ritrattati a figura intera dalla grande femminilità, dal forte sapore borghese, ovvero di una donna emancipata e femminile, anticipando in parte le protagoniste dei film dei cosiddetti “telefoni bianchi”. La donna nelle tele di Oppo ricorda talvolta quella decisa e affascinante rappresentata in quel formidabile quadro che è “Sogni” (1896) di Vittorio Matteo Corcos: uno dei pezzi forti della GNAM di Roma. 

Le opere degli anni '30 e del Dopoguerra sono, invece, decisamente più intimiste, mostrando la sua aderenza a uno spiccato realismo, come dimostrano i due ritratti del figlio: “Luciano avanguardista” (1940) e “Luciano con la maglietta a righe” (1946).  Infine, per quanto riguarda sempre le sue tele, segnaliamo “I carabinieri” (1925), dove una rappresentazione molto dettagliata ricorda non poco le famose copertine dell'americano Norman Rockwell, a testimonianza della capacità di Oppo nel cambiare stile con estrema facilità; aspetto che lo accomuna a uno degli assoluti maestri del Novecento, Mario Sironi, con il quale condivide altresì il cimentarsi in grandi cicli pittorici per il regime: per la Casa Madre dei Mutilati e delle Vedove di Guerra (1938) a Roma ej l'affresco di San Benedetto (1939) a Pomezia.

Intellettuale schierato, disegnatore e illustratore di indiscusso talento, ma anche grande uomo di teatro: in mostra troviamo 4 costumi realizzati per il Teatro dell'Opera di Roma. L'Archivio Storico dell'Opera di Roma possiede addirittura 333 opere di Oppo. Egli ha collaborato col Teatro dal '32, sino al '47, curando le scenografie e i costumi di ben 17 opere. Oppo è stato legatissimo al palcoscenico, tanto che per mantenere il primato della scenografia italiana, fece un celebre discorso alla Camera dei Deputati l'8 maggio del 1936. Arte e politica in Oppo, non per niente ammirava il neoclassicista Jacques-Louis David (1748 – 1825), potente artista nell'Epoca Napoleonica e il cinese Wang Wei (699 –759), il quale abbandonò la Corte Imperiale dei Tang, alla ricerca della purezza nella prassi pittorica. Vi è una continua riflessione in Oppo comunque non solo sull'arte fine a se stessa, bensì sul modo con cui essa possa aiutare a plasmare la società.
 
“Grande arbitro degli artisti d'Italia”, così lo definì la sua “nemica” Margherita Sarfatti nel 1930. La contrapposizione con la mentore del Duce, la quale spingeva per fare di Milano e non Roma il centro artistico del Paese, è un dato assai importante nella vita politica di Oppo, non per niente se la Scuola Romana è stata quello che è stata, molto lo si deve proprio a lui. “Animatore culturale”, onnipresente nella scena artistica della Capitale e non soltanto per quanto concerneva gli artisti nostrani, come si capisce da un suo disegno a matita di Villa Strohl-Fern (1920 ca), luogo di incontro nella Città Eterna per gli artisti provenienti da ogni angolo del Vecchio Continente.

Per gli addetti ai lavori, Oppo rappresenta colui che ebbe grande voce sotto il periodo storico del fascismo, essendo stato il principale rappresentante delle arti presso il Governo, difendendo la cultura italiana. Ciò malgrado, ci chiediamo lo stesso il motivo per cui si è atteso tanto a lungo per giudicarlo anche come artista e non solo come esponente del regime. Lui, un uomo che ha sempre palesato il desiderio di confrontarsi con il panorama artistico europeo, segnatamente con quello francese, grazie al suo forte interesse per il sopracitato Matisse; a conferma di come la scenario culturale italiano del Ventennio fosse assai più cosmopolita di quanto molti studiosi “allineati” hanno sostenuto sin dal Dopoguerra.

Oppo non è certo Sironi, forse il più grande pittore del secolo scorso, questo è chiaro. Purtuttavia, lascia ancora una volta interdetti constatare la cecità culturale di tanti sedicenti intellettuali che hanno decretato il canone della cultura in Italia dopo la guerra. Un “canone” più che miope, in malafede, intriso di odio politico, tanto da gettare nell'oblio non solo Oppo e molti altri esponenti della cultura fascista, ma persino uno del calibro di Sironi, che Picasso riteneva il migliore tra i pittori a lui contemporanei. Se Sironi è poco presente nei musei italiani, proprio per colpa di una museologia politicizzata; Oppo ne è praticamente assente. Ben venga allora il fatto che ci sia una fondazione a lui dedicata e che ne tuteli la memoria.
Gli operatori della cultura, che puntualmente guardano all'America quale moderno baluardo delle arti, sembrano dimenticare le bombe sulle  nostre chiese e musei sganciate dai nostri “alleati”. Quegli stessi “liberatori” che nel 1944, installando un loro comando nella casa di Oppo a Lucca, per riscaldarsi cominciarono a bruciare le carte dell'archivio dell'artista e parte dei suoi quadri. Fortunatamente, tale scempio fu interrotto dall'arrivo di un ufficiale inglese, il quale era uno storico dell'arte. Ci auguriamo che questa mostra sia solo il primo passo per una riscoperta di una figura notevole nel contesto della cultura italiana.

Riccardo Rosati