Grand Tour. L’Italia vista dagli artisti cinesi

16/08/2015

Che la Cina sia ormai da oltre un decennio un’assoluta protagonista nella scena mondiale le cui decisioni sono in grado di influenzare anche l’Occidente è un dato di fatto inconfutabile. Altrettanto indiscutibile è l’interesse sempre crescente del mercato dell’arte nei confronti degli artisti cinesi, alcuni dei quali molto quotati, Zeng Fanzhi ad esempio, e molto famosi, si veda Ai Weiwei, una delle voci più critiche e lucide del Paese, salito agli onori delle cronache per i suoi tormentati rapporti con il governo cinese al quale non risparmia da anni violente stroncature e di cui subisce in tutta riposta un’azione censoria solerte. Di contro è riscontrabile l’aspirazione della ricca borghesia della Cina continentale a collezionare arte occidentale, non stupisce infatti che per rispondere a questa domanda crescente Christie's e Sotheby's stiano espandendosi proprio nella Cina continentale.
 In quest’ottica, quella di interdipendenza culturale tra Oriente e Occidente, va inserita la mostra in corso a Roma fino al 6 settembre dal titolo Grand Tour. L’Italia vista dagli artisti cinesi. Promossa dalla Fondazione “Alessandro Kokocinski”, dalla Shanghai International Culture Association e dall’Associazione Artisti Internazionali Ponte, e realizzata con il sostegno del Comune di Viterbo e del Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘G. Tucci’ di Roma, essa ha il preciso intento di creare una sinergia tra artisti di diversa provenienza ai quali viene offerta un’occasione irripetibile: viaggiare per il Bel Paese per confrontarsi con un tema dal notevole fascino, quello del Grand Tour. Cinque gli artisti cinesi coinvolti in questo progetto di dialogo interculturale: Wang Weixin, Ding Yilin, Zhou Zhiwei, Liu Manwen e Yin Xiong.

Quello del viaggio in Italia è la storia di un genere molto prolifico quanto ben codificato.
L’Italia mediterranea, paese dal clima mite, crocevia di civiltà, scrigno incomparabile di ricchezze, è stata meta per i viaggiatori di tutti i tempi e tutte le provenienze. Ma è a partire dal Settecento che essa diventa una sorta di patria ideale di formazione per i rampolli di famiglie aristocratiche, o comunque altolocate che oltrepassano le Alpi per completare la loro eduzione artistica in Italia, ma sono soprattutto pittori, musicisti, letterati e filosofi a fare dell’Italia, delle sue città d’arte, testimonianze di un glorioso passato, una tappa obbligata per confermare un ideale etico ed estetico plasmato negli anni. Ecco cosa scrive Goethe a proposito delle opere di Raffaello nel suo Viaggio in Italia: “Tutte vecchie conoscenze, direi quasi amicizie, che ci siamo procurati da lontano per corrispondenza, ma che ora vediamo di persona.” 
Di tutte le città e le regioni Goethe pone al centro del suo interesse Roma, capitale dell’Impero Romano, poi della Cristianità, nonché centro artistico mondiale. Egli afferma: “Io posso dire che solo a Roma ho provato che cosa propriamente voglia dire essere un uomo. La prima edizione del suo Viaggio in Italia esce nel 1816-17 su cui viene apposto il motto: “Auch ich in Arkadien” traduzione in tedesco del motto latino “Et in Arcadia ego” con cui lo scrittore vuole evidentemente esprimere la gioia provata in Italia, a Roma in particolare, la sua personale Arcadia, e ormai divenuta struggente ricordo.
Una simile ammirazione per la nostra tradizione artistica si può riscontrare nell’opera dei cinque artisti cinesi in mostra. Benché le opere esposte siano qualitativamente variabili, va tuttavia dato loro il merito di riproporre in chiave inedita, rifuggendo da un pedissequo citazionismo, alcuni dei topoi della produzione pittorica in auge a Roma nel Settecento e destinata ai facoltosi viaggiatori d’oltralpe. Nell’ambito di siffatta produzione eccelse il pittore lucchese Pompeo Batoni, il quale, nel suo atelier di Via Bocca di Leone, accolse intellettuali, nobili inglesi, francesi e tedeschi, teste coronate desiderosi tutti di tornare in patria con un souvenir del loro soggiorno in Italia. Batoni si specializzò pertanto in un tipo di ritrattistica assai particolare, in quanto il soggetto ritratto doveva avere alle spalle, a far da sfondo, tracce inequivocabili della romanità: dal Colosseo al Campidoglio, dalle statue antiche alle rovine.
Con le dovute cautele, si può ragionevolmente affermare che i pittori cinesi con i loro dipinti intendono omaggiare tale sensibilità riproponendo un certo penchant per la rovina, la monumentalità di Roma, la bellezza di certi paesaggi toscani e umbri. In più, colpisce che gli artisti di cui sopra scelgano come medium la pittura a olio (fatta eccezione per Wang Weixin che invece opta per l’acquarello), una tecnica pittorica tipicamente occidentale che i cinesi hanno tuttavia imparato ad apprezzare fin dalla fine del XVI secolo, grazie ai gesuiti europei che la introdussero alla corte di Pechino, tra questi Matteo Ricci, al quale va il grande merito di aver promosso un dialogo serrato tra intellettuali europei e cinesi, Giovanni Gherardini e Giuseppe Castiglione, quest’ultimo pittore di corte dei tre maggiori imperatori della dinastia Qing: Kangxi, Yongzheng e Qianlong.
Consigliamo questa mostra a chiunque voglia approfondire la propria conoscenza sulle tendenze dell’arte contemporanea cinese e voglia visitare un museo di livello internazionale e ciò malgrado trascurato e poco noto ai più.

Annarita Curcio