Il conte Primoli fotografa L'Expo Paris 1889

23/09/2015

In un' epoca come quella attuale ove parole come profitto e commercio sono diventate intollerabilmente pervasive a tutti i livelli della vita sociale, persino i musei sono gioco forza costretti ad assomigliare a dei negozi o a dei luna park al fine di attirare il maggior numero di visitatori ai quali regalare un'esperienza non dissimile da quella che si “fruisce” per l'appunto in un centro commerciale. Ciononostante, a un museo, quale che sia la sua statura, il suo profilo e i suoi criteri espositivi, spetta un ruolo chiave a livello culturale nella misura in cui permette di poter ammirare l'arte, come? Catalogando ed esponendo in maniera razionale la sua collezione, ma anche organizzando mostre collaterali. Premettendo come in tal sede non abbiamo intenzione di intraprendere le vie perigliose di un discorso generico e astratto sulle discutibili operazioni di marketing (sappiamo bene come possa suonare fuori luogo e offensivo per gli operatori del settore ricorrere alle categorie concettuali del commercio, ma a nostro parere esse non sono invece così estranee al mondo della cultura con la c minuscola!) compiute talora da quei curatori dediti alle mostre dal sicuro successo, ovvero che garantiscono una massiccia affluenza di pubblico (per rimanere al campo della fotografia, due autori ossessivamente riproposti in tutte le salse e a cadenza regolare sono Steve Mccurry e David LaChapelle ) viceversa val la pena profondere parole di ammirazione per quei musei, fondazioni e istituzioni, piccoli o grandi che siano, che puntano sulla qualità e sulla divulgazione di temi e autori dall'apparente scarso appeal.
Allora ricordiamo con piacere la mostra di qualche anno fa presso la Gnam di Roma dal titolo Arte in Italia dopo la pittura pensata in occasione del riallestimento del museo e con la preziosa collaborazione dell'Istituto centrale per la catalogazione dal cui ricco fondo fotografico provenivano infatti molte delle fotografie esposte. Oppure, sempre per rimanere alla fotografia – nostro precipuo capo di studi – come non elogiare la lungimirante iniziativa del Direttore dei Musei Vaticani, il prof. Antonio Paolucci, allorquando, nell'ormai lontano 2010, istituì la fototeca dei Musei Vaticani, il cui patrimonio comprende circa 350.000 negativi originali in bianco e nero con rispettivi positivi a stampa, circa 65.000 immagini a colori, impressionate per lo più su pellicola e in parte acquisite in formato digitale, e non ultimo, 49.000 lastre di vetro che costituiscono l'insieme dei fondi storici, tra cui forse il più prestigioso è il Fondo Moscioni. In questa ottica si colloca la mostra Mes petits Istantanès: Il conte Primoli fotografa L'Expo – Paris 1889 in corso fino al 31 ottobre presso la Fondazione Primoli in Via Zanardelli. Istituita a Roma per testamento del conte Giuseppe Primoli, la Fondazione che nasce con lo scopo di promuovere le relazioni culturali fra l'Italia e la Francia, ospita una Biblioteca, un Archivio e un Gabinetto Fotografico che consta, quest’ultimo, di circa 19.000 lastre e fotografie, quasi tutte eseguite dal conte Primoli e in parte da suo fratello Luigi.
Le 79 fotografie in mostra provengono proprio dal fondo fotografico del conte. Ma prima di ripercorrere idealmente le sezioni di cui si compone la mostra, è doveroso presentare al lettore, sia pur succintamente, Giuseppe Primoli (1851-1927). Romano di nascita e di parte paterna, francese da parte della madre, Charlotte Bonaparte, arcipronipote di Napoleone e discendente in linea diretta da Napoleone III, il conte Primoli, detto Gégé, ha occupato per oltre cinquant’anni, dal 1870 al 1927, un posto di primo piano nei circoli intellettuali e mondani di Roma e Parigi. Fu amico intimo di Dumas figlio e per suo conto frequentò anche Renan e altri liberi pensatori, grazie alla zia Matilde Bonaparte conobbe Sainte-Beuve, Théophile Gautier, Baudelaire, i fratelli Goncourt. A Roma invece, dove si stabilì con la famiglia a seguito della caduta di Napoleone III dal 1870, divenne presto amico di Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa, Eleonora Duse, di cui fu confidente affettuoso (ne è testimonianza il loro fitto rapporto epistolare che consta di circa trecento lettere) Matilde Serao e del giovane Gabriele D'Annunzio. Sul finire dell’Ottocento, oltre alle velleità letterarie, al collezionismo, all’amore per il teatro (tentò persino la via del giornalismo letterario scrivendo degli articoli per il “Fanfulla della Domenica” grazie all’incoraggiamento del poeta e critico fiorentino Enrico Nencioni), Primoli si dedicò alla fotografia condivisa in parte col fratello Luigi e con il cugino Placido Gabrielli. Passione, quella per la fotografia, già manifestatosi nel 1875, quando appena ventiquattrenne prese parte al ballo di gala e in costume che si tenne in casa dei Caetani, principi di Teano, alle Botteghe Oscure per la chiusura del Carnevale, e del quale ci ha consegnato un dettagliato resoconto vergato nelle pagine del suo Journal Intime, nonché una galleria di ritratti dei vari partecipanti al ballo, aristocratici, diplomatici, numerosi collezionisti e artisti inglesi e americani che da qualche anno avevano fatto di Roma la loro patria d’elezione, infine i principi reali Umberto e Margherita di Savoia.
Ma fu in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1889 che il conte Primoli diede prova di aver compreso le potenzialità descrittive e aneddotico-narrative del nuovo mezzo di riproduzione della realtà. La “storica” Esposizione Universale dell’89 fu una grande kermesse internazionale che nessun intellettuale poté evitare di visitare e commentare, Gégé non fu da meno. Essa ebbe non solo lo scopo di proclamare l’avvento della modernità, dell’industrializzazione, ma anche quello di celebrare il primo centenario della Rivoluzione francese e di sottolineare i risultati raggiunti negli anni della Terza Repubblica. Allestita in una vasta area nei pressi di Champs-de-Mars, l’Esposizione fu, con la sua architettura simbolo, la Tour Eiffel, progettata e costruita da un ingegnere, l’esito finale, più vistoso e rappresentativo di una serie di cambiamenti urbanistici che cambiarono irreversibilmente il volto di Parigi. All’evento, il conte Primoli dedicò 10 cartoni tematici, come si apprende dall’esaustiva introduzione al catalogo della mostra redatta da Fabrizio Fasano e Valeria Petito, ovvero degli album fotografici delle dimensioni di 69x52 cm. Le circa 80 foto in esposizione sono state divise in 7 sezioni: una dedicata alla Tour Eiffel, un’altra alle vedute, una terza ai personaggi, non poteva mancare una sezione sui padiglioni nazionali e sulle colonie francesi, infine le ultime due sulla storia delle abitazioni e sulla “Rue du Caire”.
Come detto, la mostra si apre con la celebrazione della Tour Eiffel, sebbene aspramente criticata da alcuni degli intellettuali e scrittori più in vista dell’epoca come Zola, Maupassant, Huysmans e Gounod, il conte Primoli con le sue foto dimostra di ammirare l’opera architettonica dell’ingegnere Gustave Eiffel. Infatti le sue vedute scenografiche, benché parziali e mai totali, esaltano la struttura, avveniristica per l’epoca, con i suoi oltre trecento metri di altezza. E mostra anche come essa diventò subito la meta di un costante pellegrinaggio da parte degli innumerevoli curiosi che affollarono l’area di Champ-de-Mars nel periodo dell’Esposizione.
Il percorso espositivo prosegue con una galleria di ritratti di gruppo di alcuni fra gli ospiti più prestigiosi che visitarono l’Expo: Edison, lo Scià di Persia, il presidente Sadi Carnot e naturalmente non potevano mancare le foto che documentano una delle attrazioni di maggior successo, lo spettacolo di Buffalo Bill nel quale comparve anche il leggendario capo Sioux Toro Seduto. Attraversate da un gusto per l’esotismo, le immagini che mostrano i padiglioni di Paesi come la Tunisia e l’Algeria, colonie del vecchio impero, l’India e la Cina, il Tonchino, l’Egitto; anche in immagini come queste, che hanno lo scopo di mostrare i padiglioni, appunto, l’elemento architettonico, il conte Primoli non perde mai di vista il genere umano, gli avventori che accorrono in massa a visitare la manifestazione, alcuni sembrano siano in posa, fissano l’obiettivo, a beneficio di ritratti in cui l’aspetto architettonico retrocede a mero sfondo, altri invece attraversano lo spazio visivo del fotografo il quale non attende che esso torni a essere sgombro, al contrario siamo tentati di pensare che non aspetti altro, a dimostrazione di come Primoli diversamente da altri fotografi dell’epoca, si pensi ai fratelli Alinari, non si accontentasse di registrare in maniera fredda e impersonale l’architettura, ma viceversa volesse sfruttare le potenzialità narrative del mezzo fotografico facendo attenzione a non escludere la presenza umana. Curiose infine le foto che documentano La Rue du Caire. Gégé fu indubbiamente affascinato sia dal Medio che dall’Estremo Oriente, fu infatti collezionista di Kakemono, e influenzò il fratello Luigi, il quale è noto per aver realizzato delle foto dell’India durante un viaggio che egli compì presumibilmente tra il 1904 e il 1906.
Poco note, queste foto, escono finalmente allo scoperto facendoci accostare a un personaggio, il conte Primoli, che meriterebbe di essere maggiormente studiato.

Annarita Curcio