Tesori della Cina Imperiale

08/10/2015

La Cina negli ultimi anni sta cercando di proporre al resto del mondo la sua ricchissima cultura. Spesso ciò avviene tramite i numerosissimi film di carattere storico che produce e con i quali i cinesi diffondono una visione eccessivamente stilizzata del loro passato, talvolta addirittura banalizzandolo con un irritante “supereroismo” dei personaggi. Se, invece, si ha voglia di conoscere davvero la Tradizione di questo Paese, allora la mostra “Tesori della Cina Imperiale. L’Età della Rinascita fra gli Han e i Tang “(206 a. C. – 907 d. C.)” rappresenta una ghiotta occasione per ammirare le infinite sfumature dell'arte del cosiddetto Celeste Impero.

Fino al 28 febbraio 2016, a Palazzo Venezia a Roma, nelle sale del Refettorio Quattrocentesco, saranno in mostra i capolavori dal Museo Provinciale dello Henan, uno dei più importanti della Repubblica Popolare, per raccontare il passaggio dalla Dinastia Han – periodo in cui si forma la cultura cinese vera e propria  – a una dinastia, come quella Tang (618 – 907 d. C.), che ha probabilmente segnato l'apice culturale nella storia di questa grande nazione. In esposizione si trovano oltre 100 pezzi: lacche, terrecotte invetriate, vasi, oggetti d’oro, d’argento e di giadeite; a illustrare lo straordinario clima di prosperità e di apertura mentale di questi secoli, quando la capitale dell’Impero, la città di Xi’an, era il crocevia dei fittissimi commerci provenienti dall'Ovest.

La Provincia di Henan è il cuore della Cina arcaica e qui oltre venti dinastie hanno costruito le proprie capitali. Per la precisione, è la città di Luoyang a farla da protagonista in questa mostra. Essa fu il punto di partenza della celeberrima “Via della Seta”, che permise all'Occidente di conoscere le preziose stoffe cinesi. Ricordiamo, tuttavia, come per quei sinologi un po' più raffinati andrebbe ricordata non solo questa fondamentale rotta di scambio commerciale, ma anche la “Via della Porcellana”, attraverso la quale si diffusero le preziose porcellane cinesi.  Purtroppo, in questa mostra non si fa cenno di questa altra rotta di scambio e riteniamo che si tratti di una grave mancanza da parte dei curatori. Non molti sanno, comunque, che la Cina era conosciuta sin dall'antichità in Occidente, grazie a dei collegamenti, benché indiretti, persino con Roma. A prova di ciò, troviamo esposte delle monete romane, insieme ad alcune dell'acerrimo rivale di Roma, quell'Impero Sasanide che fu per secoli una imprescindibile “porta d'accesso” per l'Oriente.

La prima parte della mostra è dedicata alla Dinastia Han (206 a.C. – 220 d. C.), alla quale viene riconosciuto un ruolo fondamentale nella storia cinese, forse persino quello più importante. Infatti, è durante questo periodo che venne consolidato l’Impero, fondato una quindicina di anni prima dal sovrano del potente regno di Qin (221 – 206 a. C.), quel Qin Shi Huangdi – conosciuto anche come il “monarca pazzo” –  che fu il primo Imperatore della Cina: a lui si deve il famoso Esercito di Terracotta e l'inizio dei lavori della Grande Muraglia. Il suo regno collassò quattro anni dopo la sua morte; ma sopravvissero lo stesso quei  presupposti unitari dello Stato, per mezzo della creazione di un complesso apparato istituzionale.

Nell’arte degli Han, si celebra essenzialmente la vita nell'aldilà, e lo si fa in modo talmente persistente da ricordare in qualche misura i costumi del popolo etrusco, dove i corredi funerari erano la parte principale della produzione artistica. Così è stato anche per gli Han: in mostra troviamo numerose statuette di terracotta, ritratti, oltre che stele funerarie e porcellane, scoperti all’interno di tombe di funzionari e ufficiali imperiali. La ricchezza di questi ceti è simbolizzata dai complessi modellini di abitazioni, torri di guardia, pozzi, mulini, granai e, persino, porcili; tutti oggetti presenti in grande quantità nelle sepolture dell’alta società Han: la pratica di seppellire riproduzioni in scala di edifici era tipica di questa epoca. Trattasi di reperti abbastanza rari per i musei occidentali. Alcuni sono comunque presenti nel Museo di Arte Orientale di Torino, l'ennesima dimostrazione di quanto nulla manchi nelle nostre collezioni orientali! Come detto, nelle tombe sono stati ritrovati diversi modellini di porcili, che nella società Han erano inaspettatamente importanti. Difatti, per la cultura cinese il maiale è simbolo di agiatezza, e anticamente veniva consumato solo in occasioni speciali e durante le feste religiose. Oggi, con il diffondersi nel Paese di abitudini alimentari sempre più occidentali, la carne di maiale è ormai mangiata tutto l'anno.

Il tema dell'immortalità, che tanta parte occupa nella sfera del pensiero di epoca Han, ha profondi riflessi nel campo dell'arte. Ciò è   magnificamente dimostrato da uno dei più spettacolari ritrovamenti nella storia della archeologia cinese: la “Veste di Giada di Liang Xiaowang”, un manufatto eccezionale per la qualità della giada impiegata. La veste è di dimensioni umane ed è costituita da oltre 2.000 tessere di varie misure e spessori, cucite insieme con centinaia di metri di filo d’oro. Secondo la dottrina taoista, la giada ha il potere di preservare il corpo dal decadimento, consentendo così la sopravvivenza dell’anima. Da questa credenza derivò l’usanza, durata alcuni secoli, di cucire intorno al corpo del defunto un vero e proprio abito di giada, che necessitava anni di lavoro da parte di più di un artigiano. L’esemplare in mostra è uno dei più belli tra i circa quaranta che sono giunti sinora fino a noi.

Prima di passare alla gloriosa Dinastia Tang, segnaliamo una pregevole opera risalente al periodo dei Wei Settentrionali (386 – 534 d. C.), uno dei regimi che controllarono la Cina durante le Dinastie del Nord e del Sud. Si tratta della stele di Bodhisattva “Tian Yanhe”. Ancora una volta le collezioni italiane non si rivelano sprovviste, giacché una opera simile si trova presso il Museo Nazionale d'Arte Orientale 'Giuseppe Tucci' di Roma. In esposizione ci sono inoltre delle lastre e mattoni finemente decorati (420 – 589 d. C.), altre rarità per le raccolte occidentali. 

Arriviamo infine alla Dinastia Tang, con cui si pose termine a secoli di contese interne e si restituì al territorio cinese una stabilità politica e una armonia praticamente mai conosciute fino a quel momento. Per la prima volta, a una importante fetta della popolazione venne garantito un buon tenore di vita e gli stili, le attitudini artistiche e culturali, le mode, persino i vezzi, che caratterizzano questo periodo rimasero in voga per lungo tempo e forgiarono una parte essenziale della estetica del Celeste Impero.
La Dinastia Tang inaugurò una epoca gloriosa, una autentica “età dell’oro”, durante la quale la Cina divenne il centro culturale dell’Asia Orientale. Affascinata da tutto ciò che fosse straniero, la Cina dei Tang alimentava tale attrazione importando una infinita varietà di merci attraverso la sopracitata Via della Seta. Con gli oggetti viaggiarono anche idee, conoscenze tecniche e credenze religiose, che furono sempre guardate con rispetto e suggestione nel Paese, tanto che potremmo parlare di “Cosmopolitismo Tang”.

Nella mostra non potevano certo mancare i celebri cammelli in ceramica policroma. Questo animale, ribattezzato all'epoca: “nave del deserto”, fu il simbolo per eccellenza dei commerci. Troviamo poi le suggestive statuette “sancai” (lett. “tre colori”); sempre in ceramica, la cui fisionomia non è affatto orientale, bensì “barbara”. Ovvero, di quei mercanti di etnia mongola e turcomanna che percorrevano la “Via della Seta”. L’inclusione di sculture raffiguranti questi forestieri fra le statuette funerarie era la norma durante la Dinastia Tang. Le città brulicavano di stranieri di passaggio o residenti in quartieri a loro riservati, i quali partecipavano alla vita quotidiana, influenzandola con i loro costumi.

In Epoca Tang, il cavallo rappresentava il simbolo della potenza militare e dell’opulenza dell’aristocrazia e la sua raffigurazione in ceramica raggiunse livelli di naturalismo eccelsi, come testimoniano le opere qui esposte. Tra le figure a cavallo troviamo anche una statuetta femminile, a riprova della libertà di cui godettero le donne in questo periodo. La cultura aperta dei Tang favorì perciò una maggiore emancipazione femminile, permettendo alle donne di svincolarsi da molte restrizioni e di seguire nuove mode: drappi di seta, gonne, abiti a mezze maniche e cappelli a vela divennero capi di abbigliamento molto in voga, mentre sotto la influenza dei “barbari” dei territori occidentali si diffuse pure l'abitudine da parte delle donne di indossare abiti maschili. Tutto ciò trasmette la dinamicità e l’esuberanza della Epoca Tang, che interpretò le novità provenienti da Occidente, adattandole armoniosamente al gusto cinese. Questa grande dinastia fu da esempio per tutto l'Estremo Oriente, arrivando a sinizzare il Giappone nel VI secolo d. C.

Questa mostra è la terza di cinque previste dall’accordo culturale stipulato pochi anni fa tra la Cina e l'Italia da ospitare nel nostro Paese. Dopo “La Cina Arcaica” e “Le Leggendarie Tombe di Mawangdui”, ecco una altra preziosa occasione per conoscere la Cina importante. Sarebbe a dire, quella somma cultura tradizionale che l'ha resa, insieme all'Italia, la culla della Umanità e che, sfortunatamente, oggi viene svilita da un capitalismo in piena ascesa in quella “Terra di Mezzo”, sovente incapace di conoscere se stessa e il proprio passato a causa della insanabile “Cesura Maoista”.

Riccardo Rosati