Mario Sironi e le illustrazioni per “Il Popolo d’Italia” 1921 – 1940

09/12/2015

Dopo quella dedicata a Cipriano Efisio Oppo qualche mese or sono, il Casino dei Principi di Villa Torlonia a Roma ospita una mostra che concede la dovuta rivalutazione di un altro artista sin troppo ignorato per mere finalità politiche. Stiamo parlando di: “Mario Sironi e le illustrazioni per «Il Popolo d’Italia» 1921 – 1940”, che chiuderà il 10 gennaio 2016. Tale evento permette di scoprire una parte meno conosciuta di una, lo affermiamo senza remore di sorta, delle principali figure del panorama artistico del secolo scorso. L’esposizione raccoglie circa 220 illustrazioni realizzate da Sironi (1885 – 1961) per il quotidiano, fondato nel 1914 da Mussolini in persona, che sarà la “voce” ufficiale del Duce. La mostra rappresenta una occasione unica per far apprezzare a un pubblico raffinato l’opera del Sironi illustratore e, più precisamente, di “disegnatore politico”, attività alla quale si dedicò con abnegazione per buona parte della sua vita.

Le vignette che compongono il percorso espositivo provengono da un corpus di oltre 2000 disegni e costituiscono il maggior sforzo produttivo della carriera di Sironi, dove il pittore ha modo di liberare tutta la propria vis polemica, e lo fa dimostrando non solo un eccellente acume, ma anche una notevole conoscenza delle questioni di politica interna ed estera di quegli anni: un periodo ben diverso dall'appiattimento di stampo non-ideologico contemporaneo, visto che allora la lotta intellettuale era senza sconti e  l'avversario politico un nemico che non rispondeva certo a colpi di querele, cosa che è ormai un ben consolidato malcostume. Tali vignette costituiscono, perciò, una preziosa testimonianza, poiché in esse Sironi commenta quelli che erano a suo avviso i veri mali italiani ed europei di quel periodo. Questo fondo di disegni, un raro gioiello artistico-documentale, ha avuto nel tempo la cura e mediazione della nota gallerista Claudia Gian Ferrari, venuta a mancare da qualche anno, la quale è stata una convinta promotrice di un nuovo e più attento studio su Sironi. Le opere provengono dalla collezione di Ada Carpi de Resmini e sono passate per un brevissimo periodo per le mani proprio della Gian Ferrari, per essere infine acquistate dalla signora Ada direttamente da Sironi che ne era rientrato in possesso.

È ora necessaria una breve parentesi su “Il Popolo d’Italia”. Il giornale fu diretto da Benito Mussolini fino al 29 ottobre 1922, quando divenne Capo del Governo. A lui subentrò il fidato fratello minore Arnaldo. Quando questo morì nel dicembre 1931, la direzione passò al figlio Vito, sino alla chiusura della testata milanese nel 1943. Sovente gli storici hanno correttamente osservato che se non si può concepire il fascismo senza Mussolini, lo stesso si deve dire per Mussolini senza “Il Popolo d'Italia”, poiché esso è stato il suo giornale “personale” – così lo definì il grande Renzo De Felice – dove egli riuscì a esprimere quel talento di commentatore politico che lo ha reso uno dei più significativi giornalisti del XX secolo, come si comprende chiaramente dalla lettura della sua “Opera omnia”. Ragion per cui, il fatto che il nome di Sironi sia inscindibilmente legato a quello de “Il Popolo d'Italia” fa sì che il pittore sardo vada non solo considerato come il vero protagonista artistico del Regime, ma altresì una delle sue “voci ufficiali” e non certamente in un senso biecamente organico, ma per la capacità di Sironi di entrare con competenza critica nell'agone politico di quegli anni.  

Tornando alle sue vignette, è da notare come il gruppo più fitto vada dal 1921 al 1927, poi la collaborazione si fece più rarefatta, seppur sempre regolarmente prodotta. I disegni per “Il Popolo d'Italia” portarono a Sironi una grande quantità di consensi. Il fascismo aveva incentrato una parte fondamentale della sua propaganda contro le ingiustizie dei paesi più ricchi verso l'Italia, che, alleata durante la guerra, aveva contribuito con il sangue dei suoi caduti alla vittoria contro gli Imperi Centrali, e alla quale, col Trattato di Versailles, erano state riservate solo le briciole di una vittoria passata alla storia come “mutilata”, a causa della ingordigia di francesi e inglesi. Con le sue incisive illustrazioni, Sironi partecipò con forza al risentimento verso quella che apparve allora non a torto come una profonda ingiustizia verso il nostro Paese. Sia chiaro però, che i suoi lavori non vanno giudicati con lo stesso canone delle faziosissime vignette politiche di oggi. La satira sironiana era onesta, con delle argomentazioni che la storia ha poi dimostrato essere valide. Lo sdegno di Sironi era quello dell'uomo in lotta contro un potere corrotto: sia quello “bolso” dell'Italia catto-communista; che quello della corruzione sovranazionale guidata dalla grande finanza. Ad averne di illustratori di  tale livello oggi! Se poi pensiamo che egli è da considerarsi forse il primo artista del Novecento, allora il passo è breve per affermare quanto la storiografia nostrana sia profondamente in debito con lui.

Le immagini di Sironi sono intrise di uno spirito autenticamente drammatico, a dimostrazione di come egli non fu mai un cortigiano del fascismo, bensì animato da rigore e volontà sinceri, così da stigmatizzare le bassezze della politica. Nella variegata gamma di grottesco e di caricaturale che popolano i suoi disegni, Sironi non dimentica la influenza di artisti che egli considera fonti di ispirazione: è il caso di Francisco Goya (1746 – 1828), con il suo tratto da incubo visionario, che Sironi porta quasi a un livello di contrapposizione strutturalista, dunque con un elemento duale di bene/male; giustizia/ingiustizia.
 
Illustrazioni dotate di una satira feroce e di una ironia graffiante, che prendono di mira soggetti quali: i partiti avversari, segnatamente la vecchia classe governativa liberale, la stampa filo-democratica, le ricche democrazie (americane, inglesi e francesi). Il Partito Socialista viene, ad esempio, raffigurato da un berretto frigio e chiamato in modo spregiativo “PUS”. L’attacco al Partito Popolare si concentra invece su Don Sturzo, ritratto come un cinico profittatore, mentre Lenin assume la fisionomia di un crudele tiranno orientale. Nelle 968 illustrazioni pubblicate sulla testata del Duce, Sironi demolisce letteralmente gli avversari, ridicolizzando la sedicente democrazia delle nazioni occidentali sorretta – come indicato più e più volte dal filosofo Julius Evola – dal capital-socialismo incarnato proprio da quel berretto tanto caro alla Rivoluzione Francese, ancor oggi autentico totem culturale della sinistra italiana, che non viene indossato da impavidi lavoratori, bensì da personaggi squallidi e politicamente inetti (“Bonjour! – Good Morning! – Guten Morgen!”, 14 maggio 1924).
Sulle pagine del quotidiano, l'artista sfoga il suo forte anticlericalismo (“Finiscila di parlare in nome mio!”, 1 marzo 1924) e l’ancor più sprezzante anticomunismo, con quest'ultimo che si manifesta principalmente nelle vignette che hanno per soggetto la politica estera. Da notare inoltre come Sironi utilizzi la tecnica del “collage”, con dei ritagli di giornale all'interno dei disegni, generando un acuto discorso meta-giornalistico. Nella sezione degli “inediti” spiccano i suoi strali contro il “grande nemico” di sempre: il “Corriere della Sera”. Importanti sono poi i bozzetti delle decorazioni per la sede de “Il Popolo d'Italia” (oggi malinconicamente abbandonata dalle numerose testate che l'avevano scelta per ospitare i propri uffici nel Dopoguerra), il grande bassorilievo in marmo di Carrara che giganteggia sulla facciata dell'edificio e, specialmente, il famoso mosaico eseguito dall’artista nel 1936 in occasione della Triennale di Milano; intitolato in un primo momento “Il lavoro fascista”, per venire definitivamente ribattezzato come: “L’Italia corporativa”.
Artista sempre d'avanguardia, Sironi sviluppa in modo assai moderno la tecnica del cosiddetto “lettering” tanto cara al fumetto. A tal proposito, la vignetta “Il mostro cieco” (1924 ca.) ricorda non poco le illustrazioni “allucinate” e “pluricomposte” dell'inglese Dave McKean.
La unica perplessità che possiamo esprimere su di una mostra come questa è rappresentata dal fatto che si tratta di disegni in molti casi di non immediata comprensione per il pubblico di oggi, essenzialmente a causa dei numerosi riferimenti alla politica nazionale e internazionale dell'epoca, i quali richiedono perciò una conoscenza tutt'altro che superficiale dei fatti citati.

Forse uno dei maggiori contributi dati all'arte da Sironi è stato quello di elevare la pittura murale a pittura sociale, e non certo tramite quella pomposa retorica che molti miopici esegeti hanno ravvisato nei suoi lavori pubblici per il Regime. Se questa parte della sua produzione ha toccato l’immaginazione popolare più direttamente di qualunque pittura, nelle vignette si nota uno stile totalmente diverso, intimo e personale.
Nel 1981, un personaggio di primo piano della cultura italiana come Cesare Brandi ebbe modo di affermare che le illustrazioni di Sironi rappresentarono il momento più alto e potente della sua espressione artistica. Attività che il pittore condusse non solo con un intento palesemente politico, ma principalmente per puro gusto estetico, con una ricchezza visionaria e simbolica, al punto che parte dei disegni sono a colori, benché egli fosse perfettamente cosciente che il colore mai sarebbe stato espresso nella resa tipografica. Eppure, Sironi pensò che quelle vignette andassero fatte in quel modo, nella forma, come nei contenuti. Lo stesso accadde per la sua adesione al fascismo: quello era per lui il destino dell'Italia. Non ci furono calcoli, né mire di potere, anzi, se proprio la si vuole dire tutta, Sironi diede al Regime più di quanto ricevette, patendo una inqualificabile damnatio memoriae. Purtuttavia, la sua collaborazione con “Il Popolo d'Italia” fu la quintessenza di quel quotidiano che lo stesso Arnaldo Mussolini chiamò: “foglio di battaglia pugnace e fedele”. Mario Sironi è stato un vero artista, non come i “performer” di oggi; per lui esisteva solo l'arte, la quale si esprimeva in politica, come in pittura; nei grandi cicli murali, come in delle “semplici” vignette.

Riccardo Rosati