Capolavori dell’antica porcellana cinese dal Museo di Shanghai

31/08/2016

Sarà aperta fino al 16 febbraio 2017, nelle sale quattrocentesche di  Palazzo Venezia (anche se sarebbe più corretto chiamarlo Palazzo di Venezia), la mostra sulle antiche ceramiche cinesi della collezione del Museo di Shanghai, una delle più importanti di quello che noi, magari un po' anacronisticamente, amiamo ancora chiamare Celeste Impero. Trattasi di preziose testimonianze della manifattura cinese prodotta tra il X e il XIX secolo.
Prima però di passare brevemente in rassegna i pezzi che ci hanno maggiormente impressionati, occorre aprire una essenziale, quanto doverosa, parentesi museologica. Sarebbe a dire, che opere simili a quelle qui in esposizione non sono di certo assenti nelle collezioni orientali italiane, le quali, come sosteniamo da anni, sono le maggiori d'Occidente; solo che non si conoscono e vi è un autentico, inestimabile tesoro “sommerso” nei depositi dei nostri musei. Ragion per cui, questa mostra può essere, e ci auguriamo sia così, da stimolo per andare a visitare le nostre raccolte asiatiche, giacché quello che si ha la possibilità di ammirare nelle sale di Palazzo di Venezia lo si trova pure nei musei italiani.
Questa esposizione temporanea, seppur interessante, è difficile che possa appassionare i non addetti ai lavori, a causa di opere non sempre spettacolari e sostanzialmente utili per chi abbia voglia di fare un bel “ripasso” sulle maggiori produzioni ceramiche cinesi attraverso i secoli. Ciò detto, vi sono comunque alcuni esemplari degni di nota.

Grande, se non immensa, è stata la produzione in porcellana del “Paese  di Mezzo” (中国). In questa caso, si parte dalle Dinastie Song e Yuan (960 – 1368), passando per quella Ming (1368 – 1644), quando le fornaci di Jingdezhen produssero raffinati oggetti per la Corte Imperiale, fino ad arrivare all'ultima Dinastia, quella degli “odiati” stranieri manchu. Ovvero, quei regnanti Qing (1644 – 1911) che se da un lato, è vero, portarono la Cina a essere definita “Il Grande Malato dell'Asia”; dall'altro furono sensibili alla scienza dei gesuiti italiani, nonché attenti al richiamo di culture diverse, come dimostra l'apertura della Nazione sotto il loro governo al Buddhismo Tibetano. 

Una cosa andrebbe ricordata, specialmente ad alcuni sinologi distratti. Parliamo di come sia conosciuta ai più la “Via della Seta”, ignorando il fatto che esisteva una altra importante rotta commerciale: la “Via della Porcellana”, attraverso la quale si diffusero le preziose opere cinesi che fecero innamorare i collezionisti europei per secoli e secoli, tanto da sollecitare persino mirabili “falsi”, come le ceramiche di Delft. La porcellana, quella vera, venne inizialmente creata nei territori settentrionali della Cina, durante il periodo delle Dinastie del Nord (metà del VI sec.). A partire dalla dinastia dei Song Settentrionali (X sec.), la produzione della ceramica si diffuse in tutto il Paese; le fornaci si moltiplicarono e la varietà degli oggetti realizzati crebbe a dismisura. Durante le Dinastie Ming e Qing, il centro della manifattura si concentrò a Jingdezhen, nella provincia dello Jiangxi (letteralmente, “a ovest del Fiume Azzurro”). Il “mito” delle porcellane Ming, prodotte durante i regni Yongle (1403 – 1424), Xuande (1426 – 1435) e Chenghua (1465 – 1487), rese questi oggetti ricercatissimi pezzi da collezione per tutte le generazioni successive, in Patria e, soprattutto, all'estero. Fu però con i Qing che la produzione raggiunse l'apice dal punto di vista qualitativo, durante i regni Kangxi (1662 – 1722), Yongzheng (1723 –1735) e del grande Imperatore Qianlong (1736 – 1796), mecenate del nostro Giuseppe Castiglione, che arriverà persino a diventare pittore di Corte. Le porcellane di queste due fondamentali dinastie sono da lunghissimo tempo presenti nei musei di mezzo mondo, facendo diventare l'arte della Cina un linguaggio universale nel gusto verso il Bello.

Tra le opere in mostra, troviamo alcuni pezzi di assoluto pregio. È il caso del vaso bianco e blu con motivi di peonie, fiori e rami, dalle fornaci di Jingdezhen (Dinastia Yuan), in cui sono stati utilizzati cobalti blu e bianco per le decorazioni sulla porcellana. Come anche il calice con motivi in rosso sopra-coperta e in blu sotto-coperta, sempre proveniente dalle fornaci di Jingdezhen. Frutto poi di un accurato restauro è l’incensiere a forma di anatra con decorazione policroma sancai (Dinastia Ming).

Vi sono altresì delle opere “curiose”: un poggiatesta con decorazioni a intaglio e invetriature verdi (Dinastia Jin) dai Forni Bacun, nella città di Yuzhou, nella provincia dello Henan. Non potevano, in questo piccolo compendio sulla produzione ceramica cinese, mancare degli esemplari “imprescindibili”, che rappresentano un po' la quintessenza della porcellana del Celeste Impero. È il caso del vaso a invetriatura verde (1127 – 1279), nella forma cosiddetta cong. Spesso si celebra la modernità della produzione ceramica giapponese, in virtù di quel minimalismo che ha anticipato di centinaia di anni il design europeo. Ciò nondimeno, anche i cinesi, benché affezionati a una certa ridondanza nelle decorazioni, sono stati capaci di proporre oggetti, come i vasi cong per l'appunto, che sorprendono per la loro concezione moderna. Parlando di tipologie “immancabili”, non potevano certo essere qui assenti dei campioni della famille rose, tipici da esportazione e caratteristici del tardo Periodo Qing.

Tra i pezzi più belli va citato il Vaso Qu, con invetriatura color bronzo e decoro a foglie di banano (Regno dell'Imperatore Qianlong). Come lo è ugualmente l'incensiere treppiedi (Epoca Yuan), con invetriatura azzurra a macchie rosse, decisamente più massiccio e rozzo delle solite produzioni legate alle Dinastie autoctone del Paese; quasi a ricordare il fatto che la Cina a quel tempo era governata dai “barbari” mongoli. Forse l'oggetto più interessante in esposizione è il secchiello con invetriatura che riproduce il legno (Regno Yongzheng, 1723 – 1735). Un piccolo capolavoro, perfetto esempio della “mania” Qing nel riproporre tutti i materiali (bronzo, legno, ecc.) in porcellana.

La quarta delle cinque mostre previste dall’accordo Italia-Cina – tutte ospitate nel Palazzo di Venezia – è, a nostro avviso, la meno incisiva sinora, assai inferiore se confrontata con l'ultima (16 luglio 2015 – 28 febbraio 2016), dove si sono potute ammirare rarissime testimonianze, perlopiù appartenenti a corredi funerari, delle Dinastie Han e Tang. Le ceramiche esibite nella esposizione romana sono sì di buona fattura, ma basterebbe andare per i nostri musei per trovarne di eguale pregio. Pensiamo, ad esempio, alla straordinaria collezione di porcellane orientali – la più importante in Occidente e, va da sé, che gli italiani non lo sanno – del Museo Duca di Martina a Napoli. Ecco, questa mostra può essere utile per chi, visitando i nostri palazzi e musei, avesse voglia di accorgersi che l'Italia è letteralmente tempestata di porcellane cinesi e giapponesi. Purtroppo, come detto in apertura, tale “mare asiatico” che la storia ha regalato alle raccolte disseminate per il Belpaese è spesso sommerso nei depositi. Perciò, cogliamo l'occasione per segnalare che il Museo che accoglie questa mostra di porcellane orientali ne possiede eccome! Molte fanno parte del lascito dei coniugi George e Henriette Wurts, due facoltosi americani innamorati della Città Eterna. Ciononostante, solamente una piccola parte del fondo asiatico del Museo è oggi visibile nel Passetto dei Cardinali, il resto è “segregato” in depositi aperti, saltuariamente, alle visite. Vi è poi altro Oriente nelle collezioni di questa Istituzione. Per la prima volta, hanno ultimamente visto la luce alcuni oggetti di assoluta importanza, tra questi, una splendida statua, in bronzo e agemina, raffigurante una gazzella, opera d'arte islamica (secc. XI – XII).
Infine, ancor più triste è pensare a come tuttora solo una frazione della fondamentale raccolta cinese del Museo Nazionale d'Arte Orientale 'Giuseppe Tucci' possa essere mostrata al pubblico, per la mancanza di spazi. Una collezione, quella del museo romano, con poche rivali al di fuori della Cina.

Riccardo Rosati