Ciò che horror non è: American horror story

09/09/2015

Con: Lizzie Brocheré, James Cromwell, Robin Bartlett, Naomi Grossman, Kathy Bates, Angela Bassett, Finn Wittrock

Indubbiamente serie tv con picco di ascolti – circa la prima stagione – lascia il gusto amaro del fallimento con l’avanzare della produzione. Non solo si perde pubblico, ma anche collaboratori di chiara fama del settore i quali, avendo notato il deciso declino, preferiscono ritirarsi con le proprie vedute distanti dalla direzione centrale circa il prodotto. Lo stesso produttore, in una recente intervista, si è visto costretto ad ammettere le notevoli difficoltà incontrate nella costruzione della quinta stagione; costretto, più che altro, dai ritardi e dai rumors circa la mancanza di budget rispetto alle precedenti edizioni. Un budget basso nonostante tutto previsto dal mancato e graduale interesse del pubblico. Da non sottovalutare, poi, l’aspetto prettamente statistico: i numeri, se calcolati in modo oculato, non mentono. Dai quasi 3,8 milioni fissi a puntata della prima stagione si è arrivati oggi a poco meno del milione.
Quel che colpisce maggiormente è indubbiamente la cura adoperata per la creazione delle sigle iniziali delle diverse stagioni. Perfettamente strutturate, con richiami all’ontologia del tema trattato, descrivono in maniera precisa l’ambientazione che si vuole ricercare. La meglio riuscita indubbiamente quella della seconda stagione chiamata “Coven”: streghe, riti vodoo, sabba di vario tipo e un pizzico di satanismo prettamente occidentale che lascia intravedere quel caratteristico latino alla base dei più conosciuti e potenti incantesimi.
Ma la sigla, anche se ottima, non può rendersi contenuto: con il passare delle puntate si nota una certa “forzatura” che non intrattiene. I personaggi diventano statici nonostante la fotografia eccelsa, gli antagonismi scontati, avendo comunque una trama tutto sommato credibile. Ma la sensazione è palpabile: la storia fatica ad avanzare.
I sequel hanno tendenzialmente due soli compiti: riaffermare la fama della prima edizione del prodotto e non annoiare il pubblico. Le stagioni dopo la prima non hanno evidentemente fatto i compiti a casa.
Nonostante tutto però una scelta, che all’inizio era vista dai maggiori critici come arma a doppio taglio, sopratutto per una serie tv, si è rivelata sostanzialmente la salvezza: la totale diversità da una stagione all’altra come trama e capovolgimento di ruoli, nomi e luoghi innesca nello spettatore – affezionato all’alta qualità della prima stagione – una curiosità sui nuovi sviluppi. Curiosità rapidamente taciuta a causa della chiarezza adottata nello spiegare quasi immediatamente i vari personaggie ruoli per non confondere – quasi giustamente – lo spettatore.



Il declino, purtroppo, non è solo circa le scelte stilistiche, strutturali o per quanto riguarda la sempre più scarsa povertà di densità della trama ma anche proprio quello che riguarda la definizione in pieno del genere horror. Tutti d’accordo nell’affermare che i tempi di Nosferatu e Stoker sono terminati ma questo non significa virare inesorabilmente sullo splatter o sul thriller per mancanza di idee, o di capacità.
Inesorabile poi è la mancanza di affezione: una serie tv, qualsiasi essa sia, deve, ripeto deve, instaurare un legame con il pubblico. Deve, ripeto ulteriormente, far amare, oppure odiare, i propri personaggi, farli sentire simili, quindi vicini. In parole povere deve accomunare al fine di mantenere una sorta di “relazione a distanza” tra una puntata e l’altra. Questo, veramente a malincuore, è una pecca enorme dell’intera serie: non c’è un solo personaggio, anche a causa della scelta di cambiare continuamente ruoli, costumi, nomi e luoghi, che si instauri nell’immaginario televisivo. Manca di credibilità, manca di somiglianza, manca di veridicità. L’immedesimazione rende se è positiva e se è fertile: un eroe è facilmente assimilabile dal pubblico in quanto fa del bene, mantiene l’ordine, sventa i crimini in un circolo sempre nuovo ma sempre “accettato” nella quotidianità. Qui al contrario abbiamo una famiglia disossata da disturbi paranormali, prima stagione; centro di igiene mentale con possessioni demoniache, seconda stagione; circo di deformazioni e mutiliazioni umane; terza stagione. Palese è, per uno spettatore “medio” l’adeguata mancanza a non sentirsi esattamente in linea con i personaggi; per fortuna, aggiungo io.
Ma al di là di tutto, quello che si è notato maggiormente, nel susseguirsi delle stagioni, è la mancanza di cattiveria. La stessa Accademia della Crusca afferma che Horror significa: “Spavento, o eccessiva paura, che nasce da male, che sia quasi presente”. Il male, personalmente, non è stato percepito; cosa diversa per quanto riguarda lo spavento in quanto è solamente necessario essere esperti e veloci nel cambio d’inquadratura. Non si tocca con mano quel senso del perverso, del cattivo, del crudele nel vero senso della parola ovvero nell’afflizione di tormenti. Piuttosto si vedono blande trame legate da un cast di profonda esperienza, anche teatrale, le quali affermano prima un certo gusto di macabro poi un altro. Per un pubblico che ama l’Horror, tutto ciò è tremendamente noioso. Ecco spiegato il calo drastico di share. Probabilmente nel breve periodo si intrattiene quella fetta di pubblico ammaliata dall’aspetto della novità senza però pensare alle conseguenze, tra l’altro verificatesi.
Rimane quindi, con molta fatica, l’arduo compito alla quinta stagione di riprendere le glorie della prima trovando disperatamente una soluzione a queste enormi mancanze. Speriamo che riesca a trasmettere la paura riscontrabile nelle sigle introduttive e, come augurio più grande, speriamo di non annoiarci.

Francesco Cantù