House of Cards

13/09/2015

Con: Kevin Spacey, Robin Wright, Michael Kelly, Nathan Darrow, Mahershala Ali, Michel Gill, Molly Parker

L’indiscutibile successo della serie “House of Cards” non contiene quella fetta di pubblico attenta, ed esperta, ai fenomeni politico-istituzionali della realtà circostante. È innegabile l’accuratezza dei produttori nel riprodurre, il più fedelmente possibile, fenomeni socio-politici, ma manca sempre quel pizzico di veridicità che toglie alla serie quella possibilità di fare “il salto”. Salto che traduce l’atmosfera in un enorme monologo interpretativo e descrittivo del protagonista, Kevin Spacey. L’abilità dell’attore, seppur eccelsa, però non tiene: l’alone di documentario alla History Channel è sempre dietro l’angolo, e non si fa attendere. I consigli, i cambi di sguardi, l’innovazione del dialogo diretto in camera protagonista-pubblico – come se volesse rivelare qualcosa che solo a pochi eletti è concesso – limitano, levigano e appesantiscono l’habitat stilistico il quale perde di fascino, charme, rendendo il tutto un immenso finto-reale documentario.
Tuttavia, nonostante il cast stellare che vanta nomi dal peso rilevante, la monotonia è in agguato permettendo intuizioni, qui e là, di sporadici declini in fini riproduzioni di giornate tipo della burocrazia politica americana. Argomento di tutto rispetto, anche interessante per gli addetti ai lavori, ma non esattamente quel genere che attira i milioni di spettatori che la casa produttrice spera di indurre sulle sue reti. Nozioni e procedure, iter e percorsi burocratici che si possono tranquillamente riscontrare nelle biblioteche di facoltà, vuoi di scienze politiche – appunto – o giurisprudenza.
Ma il problema più grande è la mancanza di attualità.
Per una serie come questa, consacrata al genere thriller; pochi sono i parametri davvero importanti da rispettare: un buon cast, con un eccelso protagonista, una discreta trama che permetta introduzione, sviluppo, finale e la costante, perenne, sempiterna presenza di elementi reali, ed attuali, ai quali collegare il prodotto televisivo alla realtà.
Sui primi due elementi, gli autori hanno fatto completamente centro, ma non nel terzo. L’apparato burocratico è palesemente fine anni ’90 riscontrabile principalmente dai poteri – quasi totali – dell’ FBI e del congresso (per gli amici non esperti di storia: è passata da poco la distensione Usa-Urss, la quale vedeva le due superpotenze in tensione continua. Gli Usa hanno usato, internamente, la strategia del dare tutti i poteri militari al presidente e lasciare la propaganda populista e patriottica di supporto al congresso. Tattica ampiamente finita nel 1994-96).
In secondo luogo, pur non essendo un esperto di sistemi politici comparati americani, è di facile intuizione l’assenza di quella triade fama-fiducia-influenza che caratterizza il protagonista; se l’apparato fosse veramente gestito a quella maniera l’implosione sarebbe avvenuta dopo pochi decenni da Colombo. In ultima analisi l’assenza di quei dettagli tipicamente nazionalistici, che conferiscono veridicità alla narrazione, sono offuscati dai riflettori perennemente puntati prima sul narcisistico protagonista poi su quei momenti tipicamente pseudo romantico-sentimentali della moglie, sempre del protagonista.
Manca quell’americano patriottismo che emerge ad ogni inno, manca la violenza della polizia, manca quel razzismo brutale contro gli afroamericani e quel senso di immenso delle grandi città americane.
Sarò ripetitivo, sicuramente noioso, ma una serie tv deve meravigliare non essere prolissa e nozionistica come alcuni manuali di scienza della politica o procedura delle amministrazioni.
Non temete, spettatori, al primo sensibile declino di share, i produttori sapranno certamente descrivere, e virare, la situazione con occhio di vero osservatorio politico.

Francesco Cantý