Avevo un bel pallone rosso

26/01/2011

Alzi la mano chi si ricorda di Mara Cagol. In un tempo in cui veline e tronisti rappresentano l’aspirazione di una gran parte dei giovani e, a chi per età non si può identificare, sembrano un modello con cui confrontarsi, appare lontano qualche secolo il tempo in cui si parlava di politica. Gli ideali erano differenti e soprattutto – cosa importante – c’erano: si voleva un mondo diverso. Tutto apprezzabile, anche se qualche modo di perseguirlo è risultato aberrante.
Con queste premesse è assolutamente importante portare a teatro quei tempi. Un modo per riviverli e capirli – uno sguardo più distaccato giova sempre – per chi allora c’era (qualunque fosse l’età). Un modo per altri per scoprire che c’è stato chi ha avuto degli ideali. E’ importante scoprirne le origini. Borghesi e cattoliche: quelle erano le origini di Mara Cagol. Come  di origine borghese sono state altre rivoluzioni in Italia (vedi Risorgimento). Lo vediamo subito, guardando la scena  che già entrando in platea vedono gli spettatori: è l’interno di una casa borghese, con mobili in legno noce e tappezzeria scura damascata. Lei ha un abitino e una pettinatura da brava ragazza. Siamo nell’ottobre 1965 mentre inizia il dialogo tra Margherita Cagol e il padre: parlano in dialetto trentino e sappiamo che Renato (Curcio, naturalmente) è già accanto a lei. Entrambi frequentano la facoltà di sociologia. Ma già c’è una forte attenzione al mondo intorno. Un’attenzione che prima si focalizza sul Vietnam, l’ammirazione per la Cina (ma senza mai nominare Mao), i problemi della scuola e dell’Università, per poi spostarsi sulla condizione operaia, le disparità sociali,  lo sfruttamento di quello che allora si chiamava il proletariato.
Sul pannello che sovrasta la scena appaiono le date e presto, con lo scorrere della pièce e degli anni, si illuminano i simboli delle Br. Scorrono le date, si parla di fatti, si nominano personaggi come Mario Sossi. Si parla di quello che animava le Brigate Rosse: distruggere tutto per poter ricostruire una società migliore, senza più ingiustizie. Mara ne parla con il padre, ma non è più un vero dialogo e anche il linguaggio lo evidenzia, con il padre che parla in dialetto, mentre lei usa il linguaggio che sarà tipico dei proclami delle Br. Fino all’epilogo raccontato attraverso la radio, con l’uccisione di Mara Cagol. E ancora, una scena in cui Margherita, di nuovo al tavolo con il padre, racconta un sogno: è facile vedervi il racconto dell’uccisione di Moro, che, tra l’altro, segnò la fine delle Br e la sconfitta di quello che Mara aveva sperato.
Dunque è un racconto per ricordare una parte della nostra storia, ma anche per farne capire il senso. In più con questo testo il teatro evidenzia la sua dimensione anche politica. Nel senso di smuovere le coscienze degli spettatori, stimolati a pensare e prendere posizione. Un po’ come succedeva in quei tempi lontani.

Avevo un bel pallone rosso di Angela Demattè anche interprete con Andrea Castelli. Regia di Carmelo Rifici. Scene: Guido Buganza - costumi: Margherita Baldoni - luci: Lorenzo Carlucci. Il testo ha vinto il Premio Riccione per il Teatro 2009.
A Milano al Teatro Litta fino al 30 gennaio.

Valeria Prina