Il Macbeth di Cobelli

05/03/2011

Non si dovrebbe mai essere troppo magnanimi nei confronti del teatro lirico odierno, che soffre e lamenta crisi strutturali, ma spesso si adopera poco per risollevare le sue stesse sorti, tenute in piedi da frange elitarie di, ormai non troppo giovani, appassionati. Il Macbeth di giovedì sera, al Teatro Comunale Luciano Pavarotti (in replica anche sabato pomeriggio) si è presentato, tuttavia, uno spettacolo inevitabilmente appassionante. Sarà forse la drammaturgia sempre avvolgente di William Shakespeare, o l’estro del maestro Giuseppe Verdi che ne firma la stravolgente composizione, ma si è usciti dalle mura teatrali con un vago senso di piacevolezza, pur non essendo mancate delle minime effrazioni e nell’allestimento scenico e nella direzione registica, portando in alcuni casi all’estremità il concetto di morte e smania di potere che l’opera stessa sottende.
Davvero suggestiva l’oscura immobilità della scena d’esordio che rimanda a quel prosieguo di sangue e morte che percorre l’intera opera drammatica, con al centro un lucente rosso, forse un po’ troppo forzato, pur se doveroso.
Probabilmente suonerà come una voce fuori coro, ma il tradizionalismo rappresentativo (benché nell’opera shakespeariana presente al Comunale di Modena, che vede alla regia Giancarlo Cobelli e alle scene Carlo Diappi, sia stato solo accennato) sortisce sempre il suo effetto di accettabile apprezzamento. A Cobelli e Diappi, dunque, si deve riconoscere la capacità di aver trovato una mediazione tra il classicismo e la “sperimentazione”. Il ricorso minuzioso (ma non sempre impeccabile) al gioco di luci e ombre (che si “sostituisce” in modo gradito l’ormai inflazionato e spesso improprio uso di moderne pratiche tecnologiche), inserite in un contesto scenico aperto ma ugualmente oppressivo senza troppi orpelli, ha avuto il pregio di rimandare a visioni concettualmente immaginifiche.
Una nota di perdonabile disappunto la si deve destinare, tuttavia, al Macbeth interpretato da Dario Solari che ha esordito sulla scena in modo “timido” e vagamente interpretativo, forse perché contrastato dalla volitiva smania di potere di una strepitosa Susanna Branchini, protagonista indiscussa della serata, nel ruolo di Lady Macbeth, audace e dominatrice nella voce quanto nella posa, dalla tonalità cristallina e di vocale spessore. “Macbetto” dunque tocca il cuore, pur senza fare quella scintilla che sempre idealisticamente si agogna. Ineccepibile, invece, la conduzione del maestro Aldo Sisillo con l’Orchestra regionale dell’Emilia Romagna, che pare aver fornito alla composizione verdiana un tocco di personalissima marcatura.

Felicia Buonomo