Garibaldi sbarca a Broadway

04/04/2011

I festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia si sono estesi lungo tutte le longitudini. Dalla nostra penisola, cortei, mostre, rappresentazioni e fuochi d’artificio sono esplosi nelle maggiori comunità italiane del mondo. In America, oltre venti milioni di residenti hanno origini italiane e molti dei primi emigranti a raggiungere le coste del Massachusetts, New York e New Jersey erano proprio garibaldini, poi socialisti, anarchici e meridionali.  La cultura d’origine è stata fusa con altre presenti sul territorio, ma mai persa; New York, che già ricorda il Bel Paese, tra le altre cose, con un aeroporto dedicato a Fiorello La Guardia, e diverse associazioni per la tutela della cultura italiana, ha omaggiato l’eroe dei due mondi attraverso la sua forma più peculiare: una pièce teatrale. A scrivere l’opera un italiano dalla fama internazionale, Mario Fratti. Classe 1927, il drammaturgo abruzzese è emigrato nella grande mela nel ’63, realizzando il suo sogno americano. Nel curriculum una trentina di opere, tradotte in diciannove lingue e portate in oltre seicento teatri. Stile asciutto, dialoghi realistici, scevri da ridondanze ed iperverbosità, personaggi imprevedibili ma realistici: «tutte caratteristiche molto apprezzate negli Stati Uniti» ha commentato Fratti. 
Il suo Garibaldi, quindi, è umano, è pensato anziano e malandato mentre, sull’isola di Caprera, rilascia un’intervista ad una giornalista interessata più al gossip che alle sue imprese. Pungolato, Garibaldi sciorina una sequela di amanti, accanto alle imprese ero(t)iche. Su tutte svetta la pasionaria Anita: «lasciò il marito per me», dice il Garibaldi di Fratti; pronta a supportarlo in Sud America, in battaglia un aiuto vitale, stratega all’occorrenza, «una donna incredibile: dodici giorni dopo il parto, la nascita di Menotti, si trovò circondata dagli imperiali, a Mortasa…dovette fuggire seminuda, a cavallo, col neonato in braccio. Per quattro giorni la cercai dappertutto (…) era nei boschi, si nutriva di radici e frutti per allattare il nostro Menotti».
E questo insolito Garibaldi prende in rassegna anche i rapporti con i suoi contemporanei: Mazzini, Cavour, Pio IX, Meucci, il Primo Ministro inglese Palmerston, la Regina Vittoria, Lincoln e gli Americani.

Ancora più insolito è il Garibaldi approdato a Roma. Dalle pagine di Pino Aprile, i “Terroni” della questione meridionale hanno preso la voce di Roberto D’Alessandro. Una serata unica con alternanza di monologhi e musiche originali di Mimmo Cavallo, con l'accompagnamento de La Perònospera Band e l'amichevole partecipazione dei Pandemonium.. Duo calabrese per svelare “centocinquant’anni di menzogne”, come rimarcato dal sottotitolo. Lo spettacolo nasce dall’esigenza di far conoscere al maggior numero di persone la storia dell’unità d’Italia, della sua economia e di quanto si nasconde dietro la lotta al brigantaggio. La storiografia ufficiale avrebbe taciuto le razzie delle camicie rosse, che fecero del Regno delle Due Sicilie un Kosovo ante litteram, istituendo i primi campi di concentramento e depredando banche, regge, musei e chiese per risanare l’erario regio. I libri di scuola dovrebbero ricordare, stando agli autori del teatro canzone (e all’autore del libro), che l’occupazione delle Due Sicilie fu progettata e sostenuta da Inghilterra e Francia e parzialmente finanziata dalla massoneria, che la criticata “burocrazia borbonica” di fatto era un “mirabile organismo finanziario”, secondo gli stessi Piemontesi, pronti a copiarne il sistema. Da 150 anni, una parte della penisola è mantenuta deliberatamente in una condizione coloniale, con tanto di leggi che ne autorizzano lo status di subalterno e condannano la Penisola a ritmi evolutivi differenti. In fondo, anche le due Germanie, sebbene divise ideologicamente, politicamente ed economicamente, in venti anni sono riuscite ad abbattere il muro che le teneva separate. In Italia non ne sono bastati150.
«Leggendo questo libro ho capito perché da anni vivo a Roma, che non è casa mia, e perché, pur essendo stato accolto da questa città, resto sempre e comunque un calabrese.» ha sottolineato in conferenza l'attore Roberto D'Alessandro. E il Teatro Quirino, a Roma, era pieno di calabresi per la data unica dello spettacolo, gli stessi che Lombroso si appassionò a sezionare e studiare a fine Ottocento. Risultato? A Torino, nel Museo dedicato all’antropologo veneto, è ancora conservato il teschio del “delinquente naturale”: da Motta di Santa Lucia, Catanzaro.

Maria Vittoria Solomita