Hemingway di Corrado Accordino

25/06/2011

Ernest Hemingway: un nome molto noto a tutti, anche a chi si vanta di non leggere. Spirito avventuroso, appassionato di caccia e di armi, estimatore del Mojito, autore di libri famosi, da cui Hollywood ha più volto attinto. Soprattutto grande scrittore, premio Nobel, capace di creare un linguaggio moderno, che rappresenta una frattura con lo stile fino a quel momento praticato.
Corrado Accordino, rievocandone, nel 50° della morte, la figura a teatro attraverso un bel monologo, è riuscito a renderne in scena la dimensione e il ruolo.  Prima con brevi frasi il testo ne racconta alcuni punti salienti della vita: il gioco di luci, con brevi lampi che illuminano alternativamente un lato e l’altro del viso di Accordino, ha lo stesso ritmo della prosa di Hemingway, con frasi veloci e incalzanti. Che poi scopriamo (o risentiamo), quando al racconto della sua vita si alternano alcuni scritti.
Tutti gli elementi in scena concorrono a delineare il personaggio: la musica e le canzoni francesi, tra cui la bellissima e struggente “Albergo a ore”, fanno da sottofondo alle parole. In scena vediamo degli elementi che richiamano alla memoria alcuni dei romanzi più famosi, come Addio alle armi, Per chi suona la campana, mentre il pesce rosso Manolo, nella sua boccia di vetro, ricorda Il vecchio e il mare. Si ricorda Fiesta e l’influsso che ha avuto sui giovani dell’epoca, l’amore di Hemingway per la tauromachia, che poi Picasso trasformerà in una serie di litografie. Ma anche alcuni aspetti meno edificanti, seppure certo non sconosciuti, come il suo bere smodato.
Un ritratto a tutto tondo, dunque. Tratteggiato non solo con le parole, ma anche con le luci, la musica, l’attenzione a ogni particolare. E così si scopre che Hemingway era mancino, mentre si conferma la sua grandezza come scrittore, l’influenza sulla letteratura dell’epoca e successiva e il suo peso nella società non solo di quell’epoca.

Valeria Prina