Il russo Daniil Trifonov al “Rossini” di Pesaro

09/01/2013

“L'altra notte l'ho riascoltato: possiede tutto e anche di più. Ciò che fa con le sue mani è tecnicamente incredibile. E anche il suo tocco! Tenero e demoniaco insieme. Non ho mai sentito nulla di simile”: così la pianista argentina Martha Argerich ha commentato in un’intervista al Financial Times (8 novembre 2011) la bravura di Daniil Trifonov, che si è esibito il giorno dell’Epifania al Teatro “Rossini” di Pesaro.
Nato a Nizhny Novgorod (Russia) nel 1991,  in una famiglia di musicisti (padre compositore, madre insegnante di musica, nonna direttrice di coro), Trifonov ha iniziato gli studi all’età di 5 anni. Ha studiato dal 2000 al 2009 alla “Moscow Gnessin School of Music” nella classe di Tatiana Zelikman, insegnante di tanti talenti della nuova Scuola Russa come  Evgeny Lifschitz, Alexander Kobrin, Alexei Volodin. Dal 2009 studia al “Cleveland Institute of Music” nella classe di pianoforte di Sergei Babayan.
Il giovane Trifonov  è un’autentica  rivelazione: nel maggio del 2011 ha vinto il Concorso “Arthur Rubinstein” di Tel Aviv dove ha ottenuto anche il premio per la migliore esecuzione di un brano di Chopin, quello per la miglior prova di musica da camera nonché il premio del pubblico, mentre- un mese dopo- ha vinto il concorso “Čajkovskij” di Mosca. Di grande impatto il suo CD per la Decca interamente dedicato a Chopin e quello pubblicato recentemente in merito al “Concerto” di Čajkovskij, unitamente a Valery Gergiev e l’Orchestra del Mariinsky.
Avvolgente e complesso il programma presentato al “Rossini” sulla base di celebri brani di Liszt, Schubert e Chopin: tre autori che più lontani forse non potrebbero essere per concezione di scrittura ed ideali estetici, anche se nel programma presentato, si danno, e non casualmente, la mano.
Di Franz Liszt, il “titano della tastiera” (Raiding, 1811-1886), Trifonov  ha scelto alcuni  brani dai  “Lieder di Schubert”, scritti dal compositore ungherese quasi in punta di piedi, riuscendo a scovarne come pochi altri il senso vero e profondo.
Di Schubert (Vienna,1797-1828) ha presentato la  “Sonata in si bemolle maggiore D.960”, “ultimo di quei capolavori che, contemporanei  alle ultime sonate di Beethoven, costituiscono a quelle l’unica valida alternativa”.
“La composizione scorre mormorando di pagina in pagina, sempre lirica, senza mai pensiero per ciò che verrà, come se non dovesse mai arrivare alla fine, interrotta solo qua e là da fremiti più violenti che tuttavia si spengono rapidamente”-scrisse in merito il pianista tedesco Robert Schumann.
A completare il cerchio è Fryderyck Chopin (Zelazowa Wola, 1810-1849), spesso ricordato come “il poeta del pianoforte”, che torna a Liszt nella dedica degli “Studi op.10”, vera e propria “dichiarazione d’intenti” del polacco al mondo musicale. Gli Studi rappresentano (unitamente all’opera 25) un caposaldo della musica: Chopin trasforma lo Studio, da genere essenzialmente didattico a vera e propria composizione artistica. Pare che l'autore li abbia scritti per se stesso, per compensare una formazione pianistica per certi versi non compiuta: ogni studio è espressamente dedicato a una particolare tecnica pianistica.
Commentare  musicalmente l’opera di Chopin - che lasciò settantadue composizioni numerate, di vasto respiro -è compito arduo : è  senz’altro preferibile lasciare la parola a Franz Liszt che su di lui scrisse un bellissimo libro, “Chopin, vita e arte”: “Impossibile fare un’analisi intelligente delle opere di Chopin senza trovarvi bellezze di un ordine molto elevato, di un’espressione assolutamente nuova, di un tessuto armonico originale e sapiente. In lui le arditezze si giustificano sempre; la ricchezza, la stessa esuberanza non escludono la chiarezza; l’originalità non degenera in bizzarrie barocche; le cesellature non sono disordinate; il lusso dell’ornamentazione non appesantisce l’eleganza delle linee principali.”

Paola Cecchini