La mia droga si chiama Bach

07/01/2013

“Assomiglia al mondo che immagino ancora possibile. È un compositore tedesco ma si innamora del ritmo siciliano dove sono presenti influssi arabi. Assimila le emozioni e le forme più diverse della musica del suo tempo, senza distruggerle. Unisce il rigore e la fantasia, ascolta, restituisce, restando se stesso: collega, non separa. Ha la mente e il cuore aperti: magari la sua musica potesse parlare ai politici!”
Così il famoso pianista iraniano Ramin Baharami, “mago del suono e poeta della tastiera”, come lo ha definito  la stampa tedesca,  parla di Bach “senza il quale sarei stato estremamente fragile, psicolabile, magari avrei finito per drogarmi”.
La presentazione del suo libro “Come Bach mi ha salvato la vita” è avvenuta domenica mattina, 16 dicembre, presso il Teatro “Rossini” di Pesaro: è un'autentica passione verso la musica e in particolare verso il musicista tedesco, quella nata a cinque anni in occasione di una visita ad un’amica della madre, dove ascoltò la “Toccata della sesta partita”, definita come “l’emozione musicale più grande mai provata”.
Due sono i punti su cui si concentra Bahrami (nato a Teheran nel 1976 e costretto ad 11 anni abbandonare la patria a causa dell’incarcerazione del padre, ritenuto oppositore del nuovo regime) : l’universalità  e la  multiculturalità  dell'opera del suo mito, definito “viaggiatore dell’anima” dato che- pur non avendo mai varcato i confini tedeschi- riuscì a comporre immaginando “scenari stranieri con esiti realistici, come il primo tempo del Concerto italiano:” una musica “aterritoriale” e “atemporale”.
Il tema dell’aspetto multidisciplinare  ha dato spunto al Musicista di parlare del suo prossimo progetto: l’ideazione del più grande istituto al mondo di studi sull'argomento, “a cui parteciperanno ballerini, psicologi, matematici, filosofi, registi, cineasti, scrittori”, perché “solo con l’interazione di queste discipline si potrà capire la persona di J.S.B.”
Il concerto ha avuto luogo nel pomeriggio: Baharami ha proposto un interessante confronto tra alcuni capolavori del compositore di Eisenach (Suite inglesi n.2 e Concerto Italiano) e l’opera di un  grande coetaneo, Domenico Scarlatti,  le cui sonate rappresentano uno straordinario monumento ancora tutto da scoprire. Partito dall'esperienza operistica, Scarlatti (nato a Napoli  nel 1685) abbandonò tutto per divenire maestro di musica dell'infanta Maria Barbara di Portogallo, con la quale si trasferì in Spagna quando la fanciulla divenne regina in quel Paese:  con le sue 600 sonate non solo compì un lavoro straordinario di sintesi estetica ed espressiva ma “spostò in alto l'asticella della tecnica cembalistica”, là dove in pochi sapranno raggiungerlo in seguito.
Davvero incredibile è il fatto che, mantenendo sempre uguale la forma utilizzata (un tempo solo, diviso a metà da un ritornello), il Compositore partenopeo riuscì a variarne con abilità straordinaria i contenuti, affidandosi a tutti gli spunti musicali possibili: dalla musica popolare spagnola alla fuga severa, dalle danze della Suite, alla dolce melodia quasi belcantistica.
Inutile descrivere il successo ottenuto, la durata degli applausi ed i bis richiesti, a cui Baharami é comunque abituato:  al suo debutto nel 1998, presso il teatro “Bellini” di Catania, il successo fu tale che gli venne conferita la cittadinanza onoraria!
Il “piccolo grande Uomo” ha concluso l'esibizione facendo un omaggio al suo Paese, mediante “La marcia persiana” di Strauss e lanciando un messaggio di grande spessore: “Bisogna difendere i valori e la bellezza della tradizione di un Paese. L’unica salvezza di una nazione è la cultura. Un Paese che non difende la propria cultura è un Paese morto”.

Paola Cecchini