Il registro dei peccati

18/01/2013

“Moni Ovadia è ormai arrivato oltre il teatro”: così ha commentato qualcuno dopo aver assistito alla conversazione scenica “Il registro dei peccati”, presso il teatro “Rossini” di Pesaro.
Realizzato nella Giornata della Memoria, in ricordo delle vittime della Shoah (17 gennaio 2013) lo spettacolo di Salomone (Moni) Ovadia, nato a Plovdiv (Bulgaria) nel 1946, è dedicato alla cultura yiddish attraverso “una rapsodia lieve per racconti, lente melodie liturgiche, narrazioni e storielle.”
L’autore contemporaneo più evocativo e stimolante porta per mano il pubblico attraverso il mondo del khassidismo, cultura ebraica che coniuga il pensiero spirituale con la pietas verso la bellezza della fragilità umana.
“Fondata in pieno regime zarista verso i primi decenni del Settecento in Polonia, da Israel ben Eliezer (meglio conosciuto come Baal Shem Tov)- ha spiegato Ovadia alla stampa- questo movimento religioso - derivante dall’ ebraico "chesed" (gentilezza) e l'appellativo "chassid" (pio) – ha creato una sorta di rivoluzione nel mondo dell’ebraismo in quanto ha sfoderato maestri di alto livello di pensiero che si occupavano di poveri e celebravano le virtù dell’amore per l’umanità soprattutto per la sua debolezza. Anche l’esilio fu rivisto in termini di condizione di splendore dell’essere umano, mentre oggi si sacrifica tutto sull’altare del consumismo perdendo l’ispirazione all’interiorità di cui tutti dovremmo occuparci”.
Prodotto dalla “Promo Music” di Bologna, lo spettacolo si configura come un viaggio nel quale il protagonista- attraverso stralci di Franz Kafka, Martin Buber e altri esponenti del khassidismo- conduce il pubblico alla scoperta di quella spiritualità che è alla base dell’opera di pensatori come Freud, Einstein, Marx, Trotsky e artisti come Marc Chagall, che hanno dato un contributo significativo al sapere moderno. Tre le tappe fondamentali dello spettacolo: il racconto (inteso come forma didattica per mezzo del quale è possibile costruire l’identità spirituale); il canto, espressione più libera e profonda dell’io (“Anche Gesù cantava nelle feste!”) e l’umorismo che è il core business, “unico strumento di comprensione del mondo”.
“Gli ebrei prendono sempre in giro loro stessi- ricorda l’artista-  è un modo per togliere pesantezza all’interno di una riflessione che resta comunque seria”
“Comunicare la cultura dell’ebraismo è il mio mestiere –ha continuato Ovadia- ma credo che servano ulteriori insegnamenti in grado di educare al principio dell’uguaglianza. Durante la Shoa non sono morti soltanto ebrei ma milioni di rom, slavi, omosessuali. L’essere umano, una parte consistente dell’umanità è stata sterminata nei lager. Bisogna recuperare, secondo me, il valore universale di quella tragedia ed io credo che il peccato più grave consista proprio nell’indifferenza e ciò riguarda ognuno di noi. Non esiste vera libertà sociale se manca quella interiore”.
Gli spettatori ascoltano in un silenzio complice e meditato, sapendo di partecipare ad un evento unico e irripetibile. L’applauso che non vorrebbe smettere è un ringraziamento profondo per il dono  offerto con tanta grazia generosa e innocente da questo Maestro, così vivo e potente nella sua scenica e totale bellezza.

Paola Cecchini