Colazione da Tiffany a Teatro

01/03/2013

«Dimenticatevi il film. O meglio, non pensate ad Audrey Hepburn» è l’avvertimento del regista Piero Maccarinelli parlando di “Colazione da Tiffany”, in queste settimane a Milano al Teatro Manzoni. Certo il film ha segnato un’epoca, ha significato il rinnovamento dell’icona femminile: non più la donna tutta curve, tipo Marilyn Monroe o Jayne Mansfield, ma una donna elegante, sottile, flessuosa, dotata di stile, perfetta nel suo tubino nero, che da allora è diventato un must. Ma è un’altra la donna che Truman Capote mette al centro del suo romanzo, a cui fa riferimento questa versione teatrale: è la sua stessa madre, che si prostituiva per mantenere sé stessa e il figlio, dopo aver abbandonato il marito, sposato quando era giovanissima.
L’agenzia che detiene i diritti dei romanzi di Truman Capote, del resto, aveva posto due condizioni a chi voleva affrontarne la riduzione teatrale: ispirarsi al romanzo e non al film e non utilizzare la famosissima musica di “Moon river”. Il regista Piero Maccarinelli concorda, facendo notare che l’unico modo per portare il cinema a teatro è non rifarsi al film, ma all’originale. E uno stile molto teatrale è quello che Piero Maccarinelli ha scelto. Vediamo sullo sfondo i grattacieli di New York e viene anche rievocata la vetrina di Tiffany, mentre tutte le ambientazioni appaiono davanti agli occhi degli spettatori: a loro si chiede di farsi complici, immaginando che di volta in volta i protagonisti siano nell’appartamento di lei, di lui oppure al bar. Ed è proprio qui che inizia la storia: è William (Lorenzo Lavia), l’autore di racconti non ancora pubblicati – un Truman Capote sufficientemente velato – che racconta al barista (e rievoca davanti a noi spettatori) gli ormai lontani vari momenti dell’incontro con Holly Golightly. Francesca Inaudi è brava a portarla in scena. Mai con il tubino nero di Audrey Hepburn - negli anni ’40, quando è ambientato il romanzo, le donne non vestivano di nero - la Holly che ci appare è quella che oggi chiameremmo una escort, elegante, dal cuore tenero, con quel tanto di ingenuità, di coerenza e una filosofia di vita che ce la rendono simpatica. Va a trovare Sally Tomato a Sing Sing e non abbiamo alcun dubbio che non si renda conto del significato dei messaggi che porta. Si innamora del diplomatico brasiliano, ama teneramente il fratello, ma torna a casa con accompagnatori che hanno una sola idea in testa, salvo poi scappare dal vicino del piano di sopra, William appunto, quando l’accompagnatore di quella sera è particolarmente ubriaco. Si stende a prendere il sole nuda, ma è solo un modo per non rovinarsi l’abbronzatura. E vuole davvero bene a William, che le ricorda il fratello Freddy. Un William che non ha ben chiaro che tipo di amore nutra per lei e, forse, non sa bene quale sia il suo interesse sessuale. Un altro degli aspetti che nel film non appariva: anzi, che lui la amasse era chiaro a tutti noi spettatori, molto più che a Holly.
Insomma Holly è uno spirito libero, che libero vuole sia anche il suo Gatto – anche qui senza un nome, pur se in versione peluche – e il finale (che non racconteremo) forse non farà la gioia di tutti coloro che hanno amato il film, ma certo è molto coerente. Una spiegazione sta nel fatto che siamo di fronte a epoche diverse per l’ambientazione: nel libro siamo negli anni ’40, nel film negli anni ’60, mentre il romanzo è stato pubblicato nel 1958 e a ricordarcelo interviene, alla fine, la canzone “Diana” di Paul Anka. Anche i mezzi di comunicazione sono diversi, perché un film anni ’60 doveva stare attento a non turbare le coscienze di spettatori non ancora eccessivamente smaliziati. Ma chi ha amato il film ritroverà molti momenti indimenticabili della pellicola, molte battute, tutti i personaggi (più Madame Spanella, cantante lirica fallita). E non potrà non amare anche questa versione teatrale. In parallelo, naturalmente.

Colazione da Tiffany
tratto dal romanzo di Truman Capote
adattamento teatrale Samuel Adamson - traduzione Fabrizia Pompilio
interpretato da
Francesca Inaudi (Holly Golightly) e Lorenzo Lavia (William Parsons) e con Biagio Forestieri (Joe Bell), Anna Zapparoli (Madame Spanella), Flavio Bonacci (Mr. Yunioshi, Doc Golightly), Riccardo Floris (Sid Arbuck, Harry Sears, Connor), Edoardo Ribatto (OJ Berman), Cristina Maccà (Middy Munson, Infermiera), Giulio Federico Janni (Rusty Trawler), Ippolita Baldini (Mag Wildwood), Pietro Masotti (José Ybarra-Jaegar).
Regia di Piero Maccarinelli
Scene Gianni Carluccio, costumi Alessandro Lai.
A Milano al Teatro Manzoni dal 26 febbraio al 17 marzo 2013.

Valeria Prina