“Molto rumore per nulla”: da William Shakespeare a Giancarlo Sepe, passando per Kusturika

23/01/2014

L'Eliseo di Roma ha in cartellone un valido esempio di teatro di parola. La traduzione e l'adattamento dell'opera del drammaturgo inglese sono firmati dallo stesso regista Giancarlo Sepe, che ne porta in scena una sua particolarissima versione gitana.

“Molto rumore per nulla” vanta un cast ben fornito, con Pino Tufillaro, Daniele Monterosi, Lucia Bianchi, Mauro Bernardi, Daniele Pilli, Valentina Gristina, Claudia Tosoni, Camillo Ventola, Fabio Angeloni e con la partecipazione di Leandro Amato.

Nell'originale shakespeariano, la commedia si svolge nella Messina governata da Leonato, padre di Ero e zio di Beatrice, dove fa tappa il principe Pedro D'Aragona di ritorno dalla guerra. Uno dei favoriti del principe è il conte Claudio, che si innamora della figlia di Leonato, Ero. Leonato accetta di celebrare il matrimonio, ma don Juan (fratellastro del principe, alias il cattivo), ne impedisce le nozze. Don Juan, forte della complicità dei suoi servi, fa disonorare Ero, che viene abbandonata all'altare, accusata di lussuria.
Quando tutto sembra perduto, il frate che doveva celebrare il matrimonio (in una misurata giacca zebrata) aiuta Ero a riabilitarsi, ricorrendo ad uno dei tanti giochi di vita-morte-specchi ricorrenti in Shakespeare. Durante la notte, la pattuglia di guardia cattura i servi di Don Juan, e dopo averli interrogati svela il complotto.
Nel frattempo, l'ufficiale Benedetto e la giovane Beatrice, fisiologicamente riottosi al matrimonio, “cadono in amore”, (solo) grazie ad uno scherzo ordito alle loro spalle dai rispettivi amici.
Ultimi duelli di parole fanno da apripista alla sbocciatura finale di fiori d'arancio, corollati dalla cattura del cattivo.

Rispetto all'originale, questa versione del XXI secolo mantiene l'ambientazione siciliana, ma preferisce un campo nomadi alle porte di Messina, dove le vicende amorose di Beatrice-Benedetto e di Ero-Claudio rivivono raccontate dai saggi del gruppo, quasi fossero una favola da cantare, accompagnandosi con balli e strumenti musicali.
Proprio le musiche etniche scandiscono quel rituale di famiglia che è il tramandare delle storie, e questa oralità è dinamizzata dai regionalismi: i personaggi shakesperiani usano il dialetto, sfoggiano degli accenti tondi, sembrano gareggiare con alcune maschere della nostrana Commedia dell'Arte.

I costumi sono splendidamente pop, incorniciano il tutto pailettandolo; è un tripudio di lustrini, zampe d'elefante, cinturoni, colori sparati e capelli punkeggianti.
La scenografia risente di echi alla West Side Story, con una scena all'apparenza scarna.  

Come sottolinea il regista Giancarlo Sepe, “Il luogo è la strada, la gente che recita è gente che vive la strada come una vera e propria casa: nomadi con le loro gerarchie, con le loro famiglie che si accampano in campi vicino alla città e la sera si raccontano storie: cantano e ballano tramandando vicende di morte e d'amore”.
E gli attori riescono a reinventare lo spazio in modo funzionale ai loro racconti, creano sotto gli occhi dello spettatore un teatro fatto di parole, sguardi complici e passioni appena nate.

Gli schemi shakesperiani vengono sfumati con delle tonalità di Kusturica (fortemente consigliato, “Il tempo dei gitani”). 
 
Al Teatro Eliseo fino al 26 gennaio
via Nazionale, 183 00184 Roma
www.teatroeliseo.it

Maria Vittoria Solomita