I frammenti di Beckett per la regia di Brook

03/05/2008

In qualsiasi campo creativo o artistico c'è una regola di base: "Più togli, più metti", più si isolano gli elementi importanti, più questi elementi acquistano importanza ed essenzialità. L'altra sera sono stato a vedere una delle quattro serate con cui Peter Brook, uno dei più grandi registi teatrali viventi, è tornato a Roma. In prima fila, sotto il palco, pronto a raccogliere ogni espressione e ogni movimento, su una scena completamente nera, animata solo da tre attori e qualche elemento scenico minimo ed evocativo. I testi dello spettacolo, intitolato Fragments, sono stati pescati dagli atti unici e dagli esperimenti drammaturgici di Beckett. Ho sempre amato i testi di Beckett. Tutti, nessuno escluso. Ma nello stesso tempo in cui li amo mi accorgo ogni volta che li leggo di quanto siano ormai vecchi. Dopo Beckett il teatro ha preso un'altra strada, è tornato indietro, lasciato la destrutturazione del racconto, per tornare al personaggio e alla storia. Ma proprio per questa sua unicità i registi che hanno lavorato su Beckett ne sono stati fagocitati. Ho visto molte rappresentazioni dei suoi testi, e tutte le messe in scena sapevano di vecchio, a parte quella di "Giorni Felici" di Strehler e questa. In Fragments Peter Brook è tornato al testo di Beckett, fedele e irriverente, ha tirato fuori la genialità dei caratteri, al di là dei personaggi, aiutandosi con bravissimi attori (tra cui un italiano: Marcello Magni) che ha diretto, come sempre, benissimo. Una segnalazione particolare merita Dondolo (Rockaby), un atto unico che prevede il dialogo tra un'attrice (quasi muta nel testo di Beckett) e un registratore, come ne "L'ultimo nastro di Krapp". Qui Brook ne ha fatto un monologo, e l'effetto è subito moderno, Beckett viene svecchiato e la riflessione che nel testo riguardava la difficoltà della comunicazione a sè stessi dell'inutilità della vita (che è solo ripetizione), qui diventa il grido di angoscia e disperazione di una donna condannata al voyeurismo (dalla propria finestra, della propria tv) a causa della solitudine. Ed entra con tutte le scarpe in mezzo alle problematiche cha affliggono questi nostri ultimi anni di sviluppo e frammentazione sociale. Una nota riguarda lo spezzone Neither. Nato originariamente come un testo di teatro musicale, qui è stato recitato da Kathryn Hunter che ha aggiunto al testo scuro e leggero, evocativo e drammatico, una nota di leggerezza tipica di Peter Brook, che molti spettatori hanno colto e che molti altri, puristi di Beckett, non hanno saputo cogliere, criticando quelli che, come me, hanno apprezzato appieno la linea di Brook. Facendola breve, ecco cosa è successo: dopo il momento di lirismo grottesco di Dondolo recitato dall'unica donna, ecco Atto senza Parole II con i due uomini, riflessione didascalica ma profonda, sui modi di vedere la vita. Alla fine ecco che torna la donna, e appena torna è chiarissimo che nell'intenzione di Brook quella è la stessa del frammento lasciato poco prima, Dondolo. E' la stessa che nella ripetizione ci faceva ridere e rodere. E a molti scappa una risata, rivedendo in quella sua entrata l'ennesimo lamento, l'ennesimo grido d'aiuto. Ma ecco i puristi. I censori che urlano: "Non c'è niente da ridere!", castrando chi invece era totalmente calato nel clima brookiano dello spettacolo. Concludendo invito chi può ad andare a vedere gli spettacoli di Brook. Per lui il teatro non è una masturbazione intellettuale, ma è intrattenimento allo stato più vero. L'intrattenimento perfetto, quello costruito con arte e lavoro, precisione e emozione, comunicazione e riflessione. E da bravo intrattenitore sa che non può far stare le persone sedute ore al proprio posto (vedi Luca Ronconi e i suoi fiumi di parole) ma basta un'ora scarsa per potersi portare a casa un bel bottino di arte ed emozione. Come è accaduto agli spettatori, quelli non troppo intellettuali, di Fragments.

Giona Peduzzi