Trappola mortale, di Ira Levin

27/10/2014

Il quarto titolo in cartellone, per la Sala Umberto, è un testo americano, un noir a incastro replicato per cinque anni consecutivi a Broadway, dove è passato alla storia come il giallo più lungo di sempre.
Autore della "Trappola mortale" è quell'Ira Levin già ultra noto per aver concepito "Rosemary's baby", un classico del giallo teatrale da cui, nel 1968, Roman Polanski ha tratto l'omonimo film horror. E Ira non è un autore nuovo a questo tipo di travasi; sono sempre trasposizioni cinematrografiche di opere sue: " Tempi brutti per i sergenti" (Mervyn Le Roy, 1958), "La fabbrica delle mogli" (Bryan Forbes, 1974), "I ragazzi venuti dal Brasile" (Franklin J. Schaffner, 1978), "Un bacio prima di morire" (James Dearden, 1991) e, appunto, "Trappola mortale" (Sidney Lumet, 1982).

Ira Levin è stato una pietra miliare del genere, così come il protagonista di questa pièce, Sidney Bruhl. Il commediografo Bruhl (Corrado Tedeschi), dopo aver firmato enormi successi di botteghino, si è infognato in una serie di fiaschi, un lungo periodo negativo a cui preferirebbe l'oblio totale. Le idee sono ritrite, la verve creativa esaurita, i suoi testi hanno perso ogni tensione. All'improvviso, però, uno dei suoi studenti del corso di scrittura, Clifford Anderson (Ettore Bassi, bravo) gli invia per posta un manoscritto, "Trappola mortale", chiedendogli un parere. L'opera di «uno di quegli analfabeti che ha seguito il mio corso» è ovviamente geniale, è la prova che l'allievo ha superato il maestro. Ma il maestro vuole sfruttare l'allievo, anzi, desidera eliminarlo per riacquistare fama grazie al suo lavoro. Bruhl invita Anderson per rimettere mano allo scritto nella sua tenuta di campagna, dove vive con la moglie (Miriam Mesturino). Da qui in poi si susseguono complotti, coppie assassine e colpi di scena: numerosi, forse eccessivi. D'altronde, la stessa sensazione di sovrabbondanza la si prova guardando la versione cinematrografica di "Trappola mortale". La claustrofobia rientra nel progetto di Levin, viene smorzata da quelle battute ben inserita nei dialoghi che hanno valso all'opera una critica strutturale di "due terzi thriller, un terzo commedia".
Tra i personaggi leggeri, sicuramente la vicina di casa, una sensitiva che rischia di far saltare i piani orditi da Bruhl, la teutonica Helga Ten Dorp (Silvana De Santis), una giunonica truffaldina dai riflessi (forse) spenti: col suo improbabile tedesco dimostrerà che non esistono ruoli predefiniti e che non si può prevedere nulla, se non l'ingordigia dell'uomo, febbrilmente teso verso la realizzazione personale ed il soddisfacimento dei propri insaziabili istinti. «Nessuno in questo testo dice mai la verità -sottolinea Corrado Tedeschi-, i veri protagonisti sono avidità e sete di successo: ciò che serve per far strada oggi in Italia.»

La versione in scena alla Sala Umberto è curata da Luigi Lunari, che ha presentato un suo adattamento della stessa opera 25 anni fa, vincendo il Biglietto d'oro con la regia di Ennio Coltorti e con Paolo Ferrari nel ruolo protagonista. Allora, la "Trappola" rimase in cartellone per tre stagioni. Questa volta, chissà.


Trappola mortale.
Roma. Sala Umberto fino al 9 novembre.
Regia: Ennio Coltorti
Con: Corrado Tedeschi, Ettore Bassi, Miriam Mesturino, Giovanni Argante, Silvana De Santis

Maria Vittoria Solomita