Un coperto in pił

26/09/2015

«Date a degli attori la libertà di esprimersi non dico nella loro lingua, ma con toni, accenti, colori che sono propri, anziché nell’astratta lingua delle accademie e dei teatri, ed ecco tutto si illumina, tutto diventa verità e materia d’esperienza, anche una commedia dalle geometrie simmetriche come “Un coperto in più” di Maurizio Costanzo.» 
Così scriveva Giorgio Prosperi su Il Tempo, nel 1972, al debutto di questa commedia che vide la riunione dei fratelli Giuffrè sul palcoscenico del Quirino. La critica unanime riconobbe al progetto teatrale forti doti evergreen. Ecco che a riproporlo ai nostri giorni ci ha pensato Gianfelice Imparato, attore di teatro e di cinema, dirigendo alla Sala Umberto Maurizio Micheli e Vito.

Sono passati quarant'anni, ma il tema resta attuale, quello della perfezione desiderata e idealizzata. L'altra metà del cielo può sfiorare la perfezione? Deve, altrimenti non è degna di noi. Nel testo di Costanzo, alla moglie perfetta viene assegnato quel “coperto in più” rispetto a quelli effettivamente calcolati, perché quel commensale perfetto lì a cena non resta; la moglie perfetta non solo non resta a cena, non resta nella vita del gioielliere, perché è solo una sua proiezione. Lo stesso regista fa luce sulla questione: «In “Un coperto in più” si parla di una donna che è andata via, ma della quale il suo uomo non riesce a fare a meno, al punto da  immaginare che mangi con lui a tavola. Lei, infatti, ha il posto con piatti, bicchieri e posate. E’ un po’ il problema degli uomini: desiderare una donna che forse non c’è e immaginare che comunque questo incontro possa accadere. Per anni sono state le donne a immaginare l’uomo che non c’era. Io ho ritenuto di fare il contrario, con assoluta convinzione.»

E ne abbiamo di personaggi che hanno costruito la loro felicità dando corpo ai propri desideri, servendosi di tanta fantasia o di software ad hoc. Per citare qualche titolo: Ma che bella sorpresa, di Genovese; La donna esplosiva, di Hughes; Her, di Spike Jonze.

C'è chi, insomma, annovera la singletudine tra le beatitudini, chi la considera un tempo di grazia per concretizzare miglioramenti (caratteriali o chirurgici) finalizzati comunque all'accoppiamento, e chi si ostina a subirla come una iattura. Lo stesso gioielliere della pièce ammette di provare una tremenda paura al solo pensiero di poter restare da solo. In questo, Costanzo ha centrato una paura che costantemente accompagna l'uomo, sin dalla Genesi: «Non è bene che l'uomo sia solo.»

Il ricco gioielliere dell'opera (Vito, tra furbo e naïf) vive letteralmente con il ricordo della moglie, lo ha antropomorfizzato, ci interagisce durante la giornata. A movimentare il tranquillo ménage psicotico arriva un piccolo imbroglione (esuberante Maurizio Micheli), che bussa alla porta del gioielliere per tentare di rifilargli delle patacche. Parte così un bislacco rapporto a tre, infarcito di dialoghi, domande e risposte rivolte ad una sedia vuota. E’ un Godot al femminile, uno cherchez la femme senza soluzione, dalla struttura pinteriana. La separazione tra il reale e l'inventato, tra il mondo del ricco e del poveraccio è ben resa dalla scenografia di Roberto Crea, dìcroma; idem per il disegno luci e i passaggi di scena, tutto è splittato: a destra l'imbroglione, a sinistra l'imbrogliato (e le figure femminili di riferimento, col volto di Loredana Giordano e Alessia Fabiani). Un impianto semplice e funzionale allo sviluppo della fabula e alla natura dei personaggi. O no? Tanto la regia di Imparato spariglia le carte, movimentando i quadri di riferimento.

Di certo, questa vicenda si fluidifica gradualmente nelle due ore di spettacolo, attraverso un rapporto talmente sbilenco, costruito sulla finzione, che approda paradossalmente ad un profondo scambio amicale. E magari l'amicizia tra il ricco e il povero sarà vera e tangibile, a differenza della donna perfetta. D'altronde lo ha detto anche il Papa, lo scorso 14 febbraio, che né moglie né mariti di questa risma esistono. Non è una scoperta. Come a dire che il problema non è di nuova formulazione, né di facile soluzione.
Consigliato a chi ancora sogna ad occhi parti, parlandosi allo specchio, agli Iperuranio-dipendenti 2.0.


Un coperto in più – Teatro Sala Umberto
di Maurizio Costanzo
Con Maurizio Micheli, Vito, Loredana Giordano e Alessia Fabiani.
Scenografia di Roberto Crea 
Costumi di Iva Capoccitti
Regia di Gianfelice Imparato

Maria Vittoria Solomita