Cabaret

15/10/2015

Un classico tra le produzioni di Broadway, lanciato nel 1966 a partire dalla pièce di John Van Druten “I am a camera”, a sua volta adattamento del romanzo di Christopher Isherwood, “Goodbye to Berlin”. Cabaret valse subito un Tony Award a Joe Masteroff per i testi e alla coppia John Kander-Fredd Ebb per musiche e libretto.
Eppure in molti associano il titolo alla trasposizione cinematografica di “Cabaret”, diretta da Bob Fosse nel '72, pellicola resa immortale da una pletora di riconoscimenti, tra cui otto Premi Oscar, tre Golden Globe, sette British Academy Film Award e due David di Donatello.
In Italia, chi ha amato quella storia ambientata nella Berlino dei primi anni Trenta ha dovuto attendere (o viaggiare): dopo il revival di Trieste, nella stagione '93/'94,  sono dovuti passare 13 anni per rivederlo, ma solo sui palchi milanesi e romani. Questa volta la tournée parte proprio dalla capitale, per toccare molte città italiane e chiudere solo il prossimo aprile.
Traduzione firmata Michele Renzullo, tra i fondatori della Compagnia della Rancia, la regia è del babbo del teatro musicale “fatto in Italia”, Saverio Marconi, oramai alla terza edizione di "Cabaret": «Ho lavorato a questo spettacolo in tre periodi differenti della mia vita e questa che ha debuttato a Todi è un "Cabaret" come voglio io. Una lettura  più dura, con alcuni momenti di teatro nel teatro. Molto più attuale, costringerà gli spettatori a mettersi di fronte alla tendenza a lamentarsi, senza però mai affrontare davvero la realtà. Credo che sia un tema che non muore mai: l'indifferenza della gente che non si occupa (o preoccupa) di quello che gli succede intorno se non viene toccata direttamente. Allora nacque il nazismo, oggi cosa nascerà?»
La trama la conosciamo quasi tutti. Nella Berlino gravida di Nazismo, il giovane romanziere americano Cliff (Mauro Simone, nella penisola sinonimo di “musical”, a ben ragione) è in cerca di ispirazione e, nel trasgressivo Kit Kat Klub, incontra Sally Blowes (la talentuosa Giulia Ottonello vincitrice della secondo edizione di “Amici” di Maria De Filippi). Tra Cliff e Sally inizia una relazione tempestosa che si alterna all'intreccio di altre vite, sullo sfondo dell’avvento del nazismo.
Neanche l’ambiguo e stravagante Maestro di  cerimonie del Kit Kat Klub (Giampiero Ingrassia) riuscirà a far dimenticare al pubblico che sulla Germania, e sulle vite dei protagonisti di Cabaret, sta per abbattersi la furia hitleriana.
Ingrassia è sinistro, spinto da una morale corrotta e decadente, sottolineata anche dal trucco (un misto tra Joker, il Corvo e il cantante dei Kiss, Gene Simmons). Questa maschera d'inquietudine è la prima cosa visibile, e lancia un invito pregno di falsità:«Lasciate fuori i vostri problemi. Qui non ci sono problemi!» E in effetti il malessere attanaglia tutti. Il Nazismo si respira, come l'anidride carbonica, è nell'aria ad amareggiare quanti non possono che inalarla. Anche chi non segue l'attualità, come Sally, sembra agire per infliggersi del male: in quel clima, se non ti feriscono dall'esterno, finisci per fartelo autonomamente.  
«Noi siamo vivi e soli. E questo non è bene», confida l'ebreo Herr Schulz (Michele Renzullo) all'amica locatrice di stanze, Fräulein Schneider (Altea Russo). All'attempato fruttivendolo parte una proposta matrimoniale un po' maldestra, amara, una promessa che somiglia ad un contratto fra vinti. E di fatto il musical non lancia coriandoli, non è questo il suo obiettivo.
Ben condotta la macchina. Curati i costumi di Carla Accoramboni.
Forse in cerca di una visibile emancipazione dall'ingombrante “capostipite di genere” americano, la protagonista del “Cabaret” italiano sfoggia un capello biondo lungo agli antipodi rispetto alla capigliatura nera corta dell'originale Liza Minnelli.
Coinvolge la colonna sonora, a diritto entrata nel patrimonio dei musical grazie a brani intramontabili come "Wilkommen", "Money", "Maybe This Time" e "Life is a cabaret". Ecco, tutto questo è stato tradotto. Un ambizioso tentativo di dimostrare a daddy-Broadway-musical che si può stare in piedi e procedere da soli, in modo autonomo. Spiazzato il pubblico che amava la versione originale di Cabaret e si è ritrovato a cantare “Soldisoldisoldi”.
Sarebbe interessante e probabilmente spiazzante un'opera musicale italiana in italiano per amanti del nostro idioma (e ce ne sono sul globo). Chissà, un Pirandello, un Campanile o una Serao ballati?

Cabaret. Teatro Brancaccio fino al 18 ottobre.
Testo di Joe Masteroff basato sulla commedia di John Van Druten e sui racconti di Christopher Isherwood
Musiche di John Kander, Liriche Fred Ebb
Traduzione di Michele Renzullo
con: Giulia Ottonello, Mauro Simone, Altea Russo, Michele Renzullo, Valentina Gullace, Alessandri Di Giulio, Ilaria Suss, Nadia Scherani, Marta Belloni, Andrea Verzicco, Gianluca PillaScene di Gabriele Moreschi e Saverio Marconi Costumi di Carla Accoramboni
Coreografie di Gillian Bruce
Supervisione musicale di Marco Iacomelli
Direzione musicale di Riccardo Di Paola
Disegno luci di Valerio Tiberi
Disegno fonico di Enrico Porcelli
Regia di Saverio Marconi

Maria Vittoria Solomita