Green X

08/04/2016

Il teatro romano Hamlet dal 6 al 10 Aprile propone “GREEN X”, della compagnia Identitik, per la regia di Riccardo Merlini. “Può una droga salvare una generazione?”. Questa è la provocatoria domanda che lo scrittore del testo Daniele Piervincenzi ha voluto rivolgere al pubblico.
Dei ragazzi che studiano, bevono e consumano sesso senza senso. Lo spettatore assiste al lento degrado e al progressivo annientamento mentale e fisico di una gioventù priva di contenuti, afflitta da una noia che incoraggia a drogarsi e a ubriacarsi. In questo “GREEN X” si rivela assai incisivo nel raccontare i risvolti umani di una modernità che noi non solo stentiamo a capire, ma persino ad accettare. In primis, i genitori, che in questa opera teatrale sono relegati a semplice voce fuori campo, riprendendo una forma narrativa prettamente cinematografica; un espediente, questo, ormai di casa sui palcoscenici italiani.

Se è vero che ogni sala teatrale vive di una propria “aura”, dove dalle strade circostanti una specie di “genius loci” si propaga sino alla platea, allora la dissolutezza giovanile messa in mostra in questa pièce al Teatro Hamlet è perfettamente consonante con quella che connota la zona del Pigneto. Verità, tale è l'essenza di “GREEN X”: un'opera totalmente mimetica nel narrare il dramma del “dogma della droga” che affligge le ultime generazioni. Per quasi tutto lo spettacolo, sembra di assistere alla rappresentazione di uno dei tanti fatti di cronaca nera che popolano i palinsesti televisivi. Una storia atta a comunicare un enorme disagio; in questo la pièce di Riccardo Merlini risulta efficace, tanto da rendere bene lo squallore di questa gioventù violenta nelle azioni come nell'anima, con i sensi ottusi dagli stupefacenti.

Segnaliamo un gruppo – forse sin troppo numeroso – di attori   volenterosi, dove spicca il più navigato e positivamente impostato Antonino Anzaldi nei panni del Dottor Green. A proposito di questo personaggio, non riusciamo davvero a comprendere il motivo per cui lo si è confinato solo come cameo finale, quando, invece, la sua “irruzione” ha scrollato di dosso la banalità di un testo un po' scontato. Questo folle e utopico scienziato, che spera di salvare l'Umanità drogandola, fa irrompere delle atmosfere quasi da fantascienza, le quali ricordano quelle dell'ottimo e delirante film: “L'esercito delle 12 scimmie” (1995) di Terry Gilliam. Ci domandiamo, allora, perché non lo si abbia utilizzato più volte all'interno della storia. Così facendo, si sarebbe ottenuto qualcosa di ben diverso dalla tanta negatività che trasudava dal palcoscenico al momento della rappresentazione.

Riccardo Rosati