Lo Cascio e il mito delle Baccanti

02/03/2009

Roma. Reminiscenze liceali potrebbero riportarci alla mente il tiranno di Tebe, Penteo, che sfidò Dioniso per estrometterlo dalla città. Il giovane, però, ne rimase così ammaliato da trasformarsi da cacciatore in facile preda. Il Teatro Valle, però, preferisce una particolare rivisitazione del mito descritto da Euripide nelle Baccanti. La caccia è un atto unico liberamente ispirato, un monologo scritto e diretto da Luigi Lo Cascio, che già si è accaparrato il Biglietto d’oro 2008 per gli ottimi proseliti guadagnati.
Il Peppino Impastato dei Cento Passi ha subìto il fascino del mito greco e di Kafka sin dai tempi dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. La tana, infatti, trasposizione dell’omonimo racconto kafkiano, è valso a Lo Cascio il Premio Nazionale della critica, due anni fa, nonché il Premio UBU come miglior attore.
A Roma, però, l’interprete palermitano cede all’amore per la mitologia greca, intessendola con i nuovi media e con le arti a lui più congeniali: teatro, cinema e tv. Ecco allora sul palco una miscela di linguaggi artistici, un susseguirsi di cortocircuiti tra videoproiezioni, teatro di figura, animazione e musica. Ad affiancarlo, in questa eroica impresa, la moglie, compositrice delle musiche originali, Desideria Rayner, la scenografa Alice Mangano e la disegnatrice Nicole Console.

Un’ora e venti senza interruzioni. Luci ed ombre sulla scena si alternano ed incrociano, strumentali all’analisi dell’animo di Penteo: in balìa di esasperanti allucinazioni si toglierà la vita. L’inafferrabile Dioniso, il seducente Dio del teatro coprotagonista nella storia, è di fatto l’eterno assente: Penteo, in una similitudine con l’uomo di oggi, resta vittima di un carnefice invisibile, di un demone che lo soggioga quanto più egli cerchi di  allontanarsene. A traghettare lo spettatore in una sua personalissima “caccia al senso del mito”, un critico bambino, proiettato su parete antracite. Saggio quanto giovane, lo studioso (un ibrido tra lo statunitense Campbell ed il nostrano Sanguineti) appare in rapide incursioni, per equipaggiare lo spettatore –eroe di caccia- con parametri di riferimento e chiavi di lettura del mito in scena (Per quello che ognuno vive quotidianamente, leggasi Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti).
Se ogni storia eroica è fatta di aiutanti, va sottolineato come Lo Cascio regista-attore sia stato affiancato, nell’ideazione de La caccia, dalla moglie, Desideria Rayner, Nicola Console ed Alice Mangano. Il risultato è vistosamente corale, specchio di una frammentarietà dell’animo umano, tipica del nostro tempo. A dimostrare che l’assenza di una divinità (il latitante Dioniso) conduce al feticcio, gli antichi cori della tragedia greca cedono il passo ad un più contemporaneo carosello. La caccia (all’Essere Sommo), allora, si fa vetrina di ricercati consigli per gli acquisti. Uno per tutti? L’integratore EPO, per aspiranti vigorose divinità.
Forse colpevole il mancato uso di simili sostanze chimiche, Lo Cascio non vanta nel suo curriculum esperienze di ubiquità. Dopo il 22 febbraio, quindi, è passato a Catania per portare in scena La caccia. Da lì, raggiungerà Mario Martone, sul set di Noi credevamo (un affresco del Risorgimento estratto dall’omonimo romanzo di Anna Banti) per poi farsi erotomane palermitano nella Bologna anni ’50, per Gli amici del bar Margherita, di Pupi Avati.

Maria Vittoria Solomita