La Badante

06/04/2009

Una commedia agrodolce dal titolo emblematico, La badante, che è valsa a Cesare Lievi il Premio UBU come miglior autore di Novità italiana 2008 e alla protagonista, Ludovica Modugno,  il Premio nazionale della Critica Teatrale 2008. Una storia che trae spunto dalla quotidianità vissuta da una famiglia su venti, in Italia: quella delle straniere che assistono gli anziani. Al tema dell’immigrazione e ai relativi cambiamenti apportati alla nostra società l’autore ha dedicato una trilogia, con Fotografia di una stanza e Il mio amico Baggio, di cui l’opera in scena fino al 9 aprile al Valle è ideale chiusura.

La storia di Lievi è ambientata nella sua Lombardia, a Salò, in quella provincia bresciana che registra il più alto numero di immigrati in Italia. Il nucleo narrativo è semplice: i figli di una ottantenne ritengono opportuno far assistere la madre da una badante. Fin qui è cronaca, soprattutto considerando che in Italia le badanti (regolari) sono quasi un milione.
Un racconto simile, però, è solo il pretesto scenico per analizzare un’altra dinamica sociale, l’incomunicabilità. La “badata”, infatti, rifiuta di aprirsi ai figli, si confida solo con l’ucraina Ludmilla, che nomina unica erede, tra lo stupore ed il risentimento generale. Il rapporto tra le due donne parte quasi senza speranza: dapprima ostico, poi gradualmente depurato da insofferenti pregiudizi (la badante sarebbe ladra, spia e kapò), infine si trasforma in paradossale idillio.
“Tutto cambia, Ludmilla, si muove”. Con queste parole del terzo atto si spiega l’evoluzione del rapporto tra le due, in scena non tanto come badante e badata, quanto a rappresentare un  microcosmo relazionale tipico della nostra liquida società, dove i legami familiari si polverizzano e gli stereotipi dovuti all’ignoranza danno solo gradatamente spazio alla comprensione e alla stima.
 L’anziana vedova lascia all’ucraina un’eredità ben più proficua dei 4 milioni di euro di cui la sua famiglia si sente depredata, l’umanità e i suoi valori. Perché Ludmilla, come l’ottantenne, ha due figli, ma la prole italica ha preferito l’egoismo degli agi alla paternità; il casato della ricca vedova non si perpetuerà, in una sorta di selezione darwiniana che sopprime gli “sterili di cuore”. Ludmilla, invece, è feconda, perché prova emozioni e le fa provare anche alla vecchina, che si sente libera di  mostrare quanto aveva censurato ai figli inetti: debolezze, speranze e vuoti di memoria.

La badante porta in scena l’empatia di due donne. La signora, cresciuta come un maschio dal padre, fin quasi a diventarlo, è sempre stata rigida, non ha mai palesato paure o titubanze; ora, con la badante, può farlo. Alcune battute vengono sapientemente ripetute nel I e nel III atto, a  testimoniare l’Alzheimer galoppante, eppure, rivolte a Ludmilla, assumono le connotazioni di una confessione. E poi il pianto liberatorio, la catarsi del confronto con una “badante dell’anima”.

Un’ora e venti per questa tragicommedia, con due brevi interruzioni funzionali ai cambi di scena; un impianto essenziale, ma efficace alla narrazione, realizzato da un collaboratore storico di Lievi, il tedesco Josef Frommwieser. Il I atto getta le basi della storia dalle gialle sfumature, confrontando la facoltosa e testarda madre con un indaffarato ed insensibile figlio. Nel II atto, defunta l’anziana malata, gli eredi mancati (Emanuele Carucci Viterbi, Leonardo Del Colle e Paola Di Meglio) si interrogano su testamento e cospicua eredità, che intendono intascare. L’ultimo atto porta l’agnizione in un flasback: l’anziana ha finto di essere malata per depistare i parenti, non è stata plagiata dalla badante (Giuseppina Turra), come si sperava/temeva, ma ha preferito diseredare cinicamente gli irriconoscenti figli e consegnare l’eredità nelle mani di qualcun altro, complicemente donna.

In scena al Teatro Valle di Roma e dal 15 aprile al Teatro Carcano di Milano

Maria Vittoria Solomita