Semplicemente complicato

15/05/2009

Einfach komplizierk è andato in scena la prima volta allo Schillertheater di Berlino nel 1986. Al Piccolo Eliseo, in questi giorni, la parte che fu di Bernhard Minetti è recitata dal poliedrico Stefano Santospago, per la regia di Cesare Lievi. E Umberto Gandini ripropone l’austriaco Thomas Bernhard nelle sue venature decadenti e filosofeggianti.  
Semplicemente complicato è intriso di quel senso di solitudine tutto autobiografico che Bernhard provò sin da piccolo, poi acuito da una malattia incurabile. Come molti suoi lavori, Semplicemente complicato è un monologo, un flusso di coscienza al quale si abbandona un anziano ex attore recluso nello squallore di un appartamento invaso dai ratti. È portata in scena la delusione di una vita consumata per una passione, il teatro, che non ha mai risarcito chi gli si è immolato. È l’isolamento di chi ha cercato la perfezione, perché la perfezione, come sostiene il drammaturgo austriaco, è impossibile da trovare, è sinonimo di stagnazione.
Così, per esorcizzare la staticità e l’inoperatività, l’ottantenne si abbona ad un giornale del quale controlla sempre gli annunci di lavoro. Conserva del vigore, l’anziano misantropo, tanto da sbattere in faccia al pubblico alcuni limiti spesso sottovalutati dal genere umano: l’intolleranza, l’odio, il superomismo, la speranza nel futuro, l’ingordigia, l’ipocrisia (come quella dei genitori, che professavano nel contempo amore per il prossimo e scetticismo circa il futuro artistico del figlio, uno “sgorbio, un buono a nulla”). 
Semplicemente complicato è stato il destino di questo attore, oramai solo. “I topi sono rimasti, gli altri se ne sono andati”. Come la moglie Katarina, morta di meningite. Ma un’altra Katarina è testimone del suo fallimento artistico ed esistenziale: la bimba che ogni martedì e venerdì gli porta il latte. L’anziano non ne beve, lo butta appena la bambina va via, ma quel rituale gli permette di mantenere un contatto col mondo. E con Katarina, l’anziano è ancora un re; indossa la corona di Riccardo III e finalmente “esiste”, se è vero, come scrive Bernhard, che “finché esistiamo, facciamo teatro”. 
Un’ora di spettacolo, con due brevi interruzioni scandite dal battere di una pendola: brevi momenti di buio per far luce sul senso della piece. L’impianto scenico è essenziale, ma efficace alla narrazione, come ci ha abituati il tedesco Josef Frommwieser, storico collaboratore di Lievi. Scaffalature vuote color pastello, coperte di una patina ovattata quasi echeggiante l’oblio di un’esistenza ormai terminata. “Ritinteggiare qui? Sarebbe una follia” continua a ripetere l’anziano tra le varie elucubrazioni. Nelle librerie mancano i protagonisti, i libri, così come nella vita dell’attore è venuto meno il fulcro, l’illusione di spendere un’esistenza per l’arte. Allora, tra le ultime battute, compaiono, illuminanti, un monito a non trascurare i propri talenti ed un rimando a Prospero. Il protagonista de La tempesta recita un monologo dai critici associato al suo autore, Shakespeare, che proprio con quest'opera abbandonò il teatro per riconciliarsi con se stesso e la società. 
Un commiato metateatrale ed una riflessione sulla terza età, da chi ha già scontato parte della “condanna a vita”. 

Maria Vittoria Solomita