La donna di un tempo

12/07/2009

Chi ha detto che cinema e teatro sono due mezzi espressivi che non vanno d’accordo? La messa in scena di La donna di un tempo è la prova del contrario: il linguaggio cinematografico diventa uno strumento per dare corpo al testo teatrale. Qui una voce – che non è fuori campo, ma anzi è di una delle attrici – ci porta avanti e indietro nel tempo, ci indica i flashback e con continui interventi «dieci minuti prima», «dieci minuti dopo» e similari aiuta a ricostruire la storia. Che è una storia di cinismo, stupidità, incapacità di provare veri sentimenti. Soprattutto i protagonisti maschili sembrano incapaci di veri sentimenti o semplicemente di pensieri. E così il marito è una marionetta nelle mani delle due donne, la moglie e l’antica fidanzata che torna dopo 24 anni: con la faccia tinta di giallo lui si muove come un automa e, per tutto il tempo, ha una voce alterata. Davvero bravo Corrado D’Elia a tenere il ruolo e la voce per 70 minuti, senza cedimenti. E qui entra in gioco un’altra forma di spettacolo, il mimo (anche se, in questo caso, dotato di voce, seppure alterata). Ed entrano in gioco i costumi, a caratterizzare i ruoli: la moglie si presenta prima in accappatoio e poi sempre in modo trasandato; la fidanzata di un tempo è sempre elegante, mai trascurata; la fidanzata del figlio porta una felpa con cappuccio, come una ragazza di oggi.
La donna di un tempo non era mai stata rappresentata in Italia. Ne è autore Roland Schimmelpfennig, tedesco, 42enne. La regia è di Sergio Maifredi.
La donna di un tempo a Milano, al Teatro Libero dal 6 al 18 luglio.

Valeria Prina