Decalogo

16/09/2009

Kieslowski, chi era costui?: regista, sceneggiatore e documentarista polacco, ha costruito opere prive di effetti speciali, caratterizzate da dialoghi scarni e laceranti dilemmi etici ed esistenziali. Masterpieces:  “Destino cieco”, film sul caso, con struttura a montaggio alternato, alla Sliding doors (che proprio di Kieslowki  è tributario); “La doppia vita di Veronica”, su libero arbitrio e determinismo; “La Trilogia dei colori”, composta dai Film Blu, Bianco e Rosso, ispirati ai tre colori della bandiera francese e agli ideali rivoluzionari sottesi: libertà, uguaglianza e fratellanza; “Decalogo”, serie di dieci TVmovie, sebbene distribuiti nei cinema, basati sui comandamenti della Chiesa cattolica.

Trama:  Anja, giovane attrice, vuole scoprire quale segreto il padre Michal ha affidato ad una busta, sigillata con l’indicazione perentoria “aprire dopo la mia morte”.  All’interno trova una seconda lettera, scritta dalla madre prima di morire. Anja non la legge, ma la falsifica, consegnando a Michal la prova dell’illegittimità del loro rapporto padre-figlia. I due sarebbero così liberi di amarsi, abbandonando gli annosi sensi di colpa dovuti ad un’attrazione incestuosa. Eppure l’intervento del fidanzato Jarek porta il triangolo ad una imprevista chiusura, con la distruzione della vera lettera e, con essa, dell’effettiva soluzione dei loro rapporti.

Il tema: «“Decalogo” è una domanda irrisolta sulla legge morale, di cui i tre personaggi in scena rappresentano tre differenti posizioni: la razionalista, l’esistenzialista e la nichilista» secondo Federico Olivetti.  L’approfondimento della Legge è qui solo parziale, veicolata dalle azioni di Anja: la ragazza trasgredisce l’imposizione di Michal (Onora il padre e la madre, IV) e scrive una lettera apocrifa (Non dire falsa testimonianza, VIII), concupisce il padre (Non desiderare la donna/cosa d’altri, IX e X), in un complesso di Elettra (Non commettere atti impuri, VI) che ricorda bene la “Mirra” di Alfieri.

Appunti di regia: Nata come opera fiume televisiva, il “Decaologo” ha preso la forma teatrale voluta dal giovane drammaturgo Luciano Colavero e dallo stesso regista Federico Olivetti. Nonostante il dinamismo ricercato da Olivetti, la linea drammaturgica fatica a svilupparsi, spesso appesantita dai lenti dialoghi. Nell’opera originaria manca il personaggio di Jarek, qui aggiunto dal giovane drammaturgo. Per quanto non fondamentale allo sviluppo del dramma,  il ragazzo è un elemento di innovazione e di rottura del rapporto incestuoso; l’unico a simboleggiare purezza, a preservare un pascoliano fanciullo che si diletta con coriandoli e bandierine.

In scena: coreografie e  costumi sono ben curati da Emanuela Dall'Aglio. Labirintiche, le scene dalle tinte scure riflettono lo stato psicologico di chiusura che caratterizza i personaggi, crocifissi alle loro fobie. Un limbo di poliedri mobili e cassettoni  componibili, senza una riconoscibile via di fuga, come le bianche scale alla Escher, erette in verticale a sovrastare gli attori.  Del trio all’opera, risultano un po’ deboli Valentina Bartolo (Anja) e Jurij Ferrini (Michal) –più notevole come regista;  solo a tratti incisivi, non rappresentano quei venti anni di differenza che li contraddistinguono. Fausto Cabra (Jarek) il più convincente.

Input introspettivi: Il riferimento ai dieci comandamenti è usato come pretesto culturale che anima quest'opera laica, ma dal profondo humus religioso. Il dramma psicologico, il conflitto interiore e con l’ambiente d’appartenenza “hanno risentito dell’influsso di Henry James” ha sottolineato il regista. Non a caso James era interessato al conflitto morale e alle scelte degli individui, senza condannare, ma, come i precedenti Racine  e Moliere,  osservando ed accettando ogni dinamica, anche la più crudele, come una ineluttabile condizione della vita. È possibile, in questo senso, vedere le opere di James – e quindi questa di Kieslowski -come una speculazione sulla possibilità. E la lettera incriminata, di fatto, non viene mai letta in “Decalogo”, bensì bruciata da padre e figlia, complici, a suggellare l’autocondanna all’incertezza e allo spleen per l’intera esistenza.

Decalogo è andato in scena dal 9 al 13 settembre al Teatro le Maddalene, a Padova

Maria Vittoria Solomita