Italiopoli

17/10/2009

È stato Beha ad autodefinirsi “il più noto clandestino” del Belpaese, sulla quarta di copertina di un coraggioso libello che nel 2007 ha svettato nelle classifiche: “Come resistere nella palude di Italiopoli”. Già il volumetto si presentava caustico, articolato per capitoli, punti cardine dell’ignominia nazionale: calcio, politica, sistema informativo, scuola,...

 È vero, il titolo della pièce, “Italiopoli”, evoca quel sensazionalismo tipico del giornalismo d'assalto di certe inchieste nostrane che spesso indignano. Ma nulla a caso: Beha, quasi un Pasolini redivivo, sferza anche quel tipo di (dis)impegno cronachistico. E poi oramai ci si trova bene in questa palude, quasi a goderne (immaginifici) effetti medicamentosi.  Per cui Beha ci offre il suo punto di vista, apre una finestra sulla stagnante devastazione italiana e ce la fotografa. Sul palco un susseguirsi di brevi clip, corredate di titoli proiettati sul fondale del Ghione. Una pastiche sinottica, mistura di reading, collage in megapixel, inserti sonori di Pasolini e recitazione (efficaci Selene Gandini e Moira Angelastri al fianco del poliedrico fiorentino, che, unico, alterna i leggii ai due capi del palco ad ogni cambio tematico). Sul maxi schermo campeggiano, in sequenza, alcune gigantografie didascaliche degli argomenti di volta in volta affrontati: i volti goderecci del “residence”, residuato della metafora pasoliniana del “palazzo”, luogo atto alla mera perpetuazione dell’esistenza privilegiata da casta politica; la scuola, che educa all’invidia sociale e promuove una lingua svuotata, pubblicitaria e imbonitrice; Sandro Curzi, elogiato dai giornalisti (approssimativi per negligenza) come massimo esponente della Resistenza romana, lui che nato nel ’30 avrebbe così combattuto a 13 anni; la TV, manifestazione della società piccolo borghese (l’affiliazione a Pasolini è sempre più vigorosa, qui si affianca all’ammirazione per intellettuali dissidenti del calibro di Sciascia e Citati), una scatola magica che normalizza l’efferatezza e santifica l’apparenza.

Un atto unico per un teatro civile che denuncia “un Paese scandaloso in tutte o quasi le sue manifestazioni, che però non fa scandalo nella sua scandalosità”. Uno schiaffo al comune torpore civico, alla mafiosità che si è diffusa capillarmente in ogni aspetto della nostra vita. A fine pièce, dal proscenio, un Beha che azzera le distanze, quasi spettatore come noi, lancia al pubblico delle scarpe: che non sia il caso di risvegliare il nostro sdegno e imparare a scagliarle, queste scarpe, contro chi della grande Italia ha fatto un misero diminutivo? 

Maria Vittoria Solomita