Kataklò presenta "Play"
05/01/2010

In principio era il verbo “(to) play”con l'infinita gamma di significati rovesciabile nell'univocità di una condizione di vita cui tende, nolens volens, l'essere umano fattosi ludens.
Infatti “giocare”-”to play” implica, nel tentativo di una definizione teorica , il ricorso alla filosofia, il sostegno di discipline etnoantropologiche ed approfondimenti psicosociologici oltre a riservarsi l'esame condotto da una disciplina a sé nota come “studio dei giochi “o “ludologia”; viceversa, in ambito pratico,convoca, grazie alla sua congenita polisemicità,la prospettiva simulatoria da intendersi quale viatico all'interpretazione di un ruolo in una data situazione consentendo di equipararla alla recitazione.
Disarmante per bifronte chiarezza ed ambiguità appare la traduzione di “giocare “e “ recitare”che, soprattutto nelle lingue straniere,propone un'evidente quanto ancestrale identità...( “jouer”,”to play”,”spielen”ecc...)ed è subito ...Teatro.
Lo spettacolo”Play” presentato dalla compagnia Kataklò-Athletic Dance Theatre (Teatro Vittoria,Roma 22 dicembre 2009-10 gennaio 2010),il cui nome sembra essere la versione onomatopeica della conclusione felice ed in perfetto equilibrio di un pericoloso esercizio sulla corda tesa nel vuoto eseguito da un funambolo folle e gioioso, si articola in una lunga serie di divertenti giochi autonomi ,non legati fra loro,dalla sinossi brevissima, proposti sulle assi di un palcoscenico teatrale fondendo insieme sport,danza e rigorosa tecnica ginnica, accanto ad una drammaturgia priva di parole ,però ugualmente efficace, più vicina ai “Balletti Russi” o ai lavori sintetici futuristi con omaggi sinceri agli sketches muti degli esordi della Decima Musa ,inglobando la lezione del mimo e del circo.
Dalla figura retorica al vero significato del nome “Kataklò”, derivante dal greco antico e scelto per l'équipe diretta da Giulia Staccioli,il passo è breve in quanto rivelazione di una dichiarazione programmatica :”Io ballo piegandomi e contorcendomi” senza soluzione di continuità, in costante,rigenerante stato osmotico e camaleontico fondendo la grazia insita in tutte le Arti .
Nessun privilegio alla sola danza, bensì semplicità eloquente di un teatro del corpo che, eludendo ogni vuota esibizione sa dire con un linguaggio diverso dall'idioma del quotidiano:si vede per ascoltare,pur non udendo parole in un ballo di arti ( questa volta in senso anatomico) più o meno sempre figlie e sorelle di una musica, ugualmente, protagonista e non mero sostegno fonico.
Nel ritorno ad un'efficacia spettacolare basilare fondata sulla meraviglia di prodigi luminotecnici che rendono “notori” le potenzialità teatrali di corpi acrobatici (poderosi fasci e bagni cromatici in prevalenza sul giallo e fucsia) estremamente interessante è l'urgenza di sintesi da non confondere con velocità /brevità richieste nel portare a termine un esercizio fisico,ma si traduce in dinamismo e “gioie muscolari “ secondo la lezione del compianto Angelo Maria Ripellino (fortunata espressione coniata in merito alla rivoluzione guidata in Russia da Mejerchol'd sfociata nella Biomeccanica).

“Play” è “giocato”sulla tripartizione del lavoro non di carattere strettamente drammaturgico, giacché gli episodi, perfettamente maturi per vivere di luce propria,consentono metateatralità, prevedibile interazione con il pubblico,ma,al tempo stesso, offrono un libero intervento della platea che gli attori devono saper gestire mediante le “regole” dell'improvvisazione in scena.
Il primo quadro traduce specularmente,ad esempio,atteggiamenti e ruoli del pubblico teatro: quando un motivo rock ,a tutto volume, sprigiona una straordinaria energia fuoriuscita bella e violenta come dal vaso di Pandora, gli interpreti, appartenenti ad una floridissima gioventù, si presentano in numerose tipologie professionali ed antropologiche (i costumi di Sara Costantini nei materiali freschi e leggeri prediligono i colori da tragedia ossia bianco ,nero,rosso e grigio) sedendosi via via su spalti di blocchi eburnei all'apparenza pesantissimi .
Sembra stiano assistendo ad uno spettacolo ...forse “Play” dei Kataklò...
Poco dopo,applaudono contenti:la pièce è giunta alla fine ...
La performance presso il Teatro Vittoria può davvero avere inizio. Seguono nove episodi “eseguiti” principalmente da coppie di sole donne ed uomini ,per poi ricomporsi in un intero gruppo : due ragazze disputano una partita a tennis impiegando le racchette per tracciare e gestire le parabole di una pallina assente(ovviamente).Con la loro bianca minigonna svolazzante rammentano il balletto composto successivamente a ”Après-midi d'un Faune” da Vaslav Niijnsky (libretto e coreografia) intitolato (coincidenza?) “Jeux”: un giovane corre dietro ad una pallina da tennis incontrando,di sera, in un parco, due damigelle ed intesse,non riuscendo a compiere una scelta , un rituale di seduzione a tre.

Nello spettacolo dominano i principi lecoqiani di dissolvenza, trasformazione, improvvisazione (confinati ,in genere,unicamente al training del clown e in Italia dignificati da alcune accademie di recitazione quale la Scuola Internazionale di Teatro diretta da Fiammetta Bianconi e Silvia Marcotullio) perché un oggetto,un utensile,uno strumento si compongono di materia plastica governata in forma rigida soprattutto in accezione semiologica:contro la prigione intellettuale che attribuisce ad ogni elemento la definizione di “significante” e “significato”, la fantasia permette repentine variazioni e la beffa va intesa come metafora, alias “modus vivendi / operandi” delle sovrastrutture imposte dalla società. Per tale ragione alcuni performer- donne con parrucche simili alle ninfe di “Après-midi...” prima citato, possono con sinuosi movimenti riprodurre il precipitare dell'acqua lungo imponenti cascate ,oppure giocare a palla disponendo di un giocattolo candido come la luna piena ed enorme quanto il sole o il mappamondo di Chaplin nella celebre scena de “Il Grande Dittatore”.Il pallone vola su e giù placidamente con la consistenza di una nuvola di soffice panna. Durante la partita accadono piccoli screzi tra amiche,vicine o lontane tra loro e dalla palla e, a seconda di chi, bramando quest'ultima,riesce ad impossessarsene, sottraendola alle colleghe, si amplia lo spazio definendo così geometrie necessarie ai difficili movimenti corporei, all'esecuzione di molteplici acrobazie .
Più strettamente connesso alla tematica sportiva è la scena di un incontro di pugilato molto particolare rinnovante la “nobile arte”.
Prima che i due boxeurs inizino il round ,le corde, disposte orizzontalmente a costruire il ring quadrato ,come in un film surrealista prendono vita: in un buio pesto spiccano invece segmenti ora dritti ,obliqui o fluidi come lembi di stoffa,dal colore blu fosforescente e in totale libertà creano oggetti,ventagli. Si convertono in sagome umane,fantocci intenti a danzare per fondersi nelle fattezze di un solo ballerino. Sono le corde a prender il potere e dominare sulla scena : afferrano il loro momento di gloria e da semplice cornice (è il ruolo loro spettante) di un incontro sportivo lottano per diventare “quadro”,unica tela da vedere ed ammirare. Messo in scena un testo teatrale di tutto rispetto,esse placano la sete di libertà e preparano, davanti agli stupefatti ed attoniti pugili, la scenografia del combattimento...ma ahimé torna definitivamente il buio dopo pochissimi colpi di guantoni.
Degno di nota è l'episodio successivo nuovamente ispirato ad una competizione sportiva,ossia una gara ciclistica con tanto di speaker radiofonico -stile EIAR- a narrare ,in forma di serrata cronaca ,le fatiche dei giovanotti vestiti anni '30 fascinosi come l'esordiente Vittorio De Sica ne “Il Signor Max”( 1937,regia di Mario Camerini )mentre la colonna sonora vola, insieme a loro,in salita asuggellare la nostalgia di un tempo irripetibile.

Si ode il celebre brano “Voglio vivere così” portato al successo da Ferruccio Tagliavini e poi da Claudio Villa quando si genera ,spontaneamente, un gentile coro dal pubblico in sala.
Il primo tempo termina con una rievocazione dell'alba dell'umanità in una proposta danzante di nucleo sociale in cui vibrano muscoli e le potenzialità dello sforzo foriero di civiltà dei nostri antenati. Dopo l'intervallo l'”homo ludens” presente in ogni individuo in sala, indocile a disciplinarsi, autonomamente, viene richiamato da un attore che con fischietto tra le labbra spunta da dietro il sipario non ancora alzato ammonendo ,sonoramente, i ritardatari...non tutti hanno ripreso posto: il ricorso ad una situazione “fisiologicamente” teatrale per convertirla in drammaturgia si fa operazione intelligente collocandosi ,nello specifico, come secondo momento di collaborazione tra palcoscenico e platea; l'arbitro sta chiedendo il silenzio affinché abbia inizio l'ultimo tempo di cui lui stesso è protagonista(“Cicero pro domo sua”!).
Al centro del palco un'enorme rete da calcio(che dell'originale conserva soltanto la struttura portante), consente le impressionanti acrobazie di un portiere capace di porsi parallelamente alle assi, alias campetto, per parare un goal ...benché la palla sia nuovamente virtuale.
Malgrado il portiere giochi da vero fuoriclasse anche a testa in giù ,l'arbitro, in preda ad un irrefrenabile impulso ad eludere il suo ruolo di giudice imparziale, calcia la palla centrando la rete: in slow motion la sua emozione mentre levando i pugni in aria esalta il momento trionfale .
Seguono sequenze di puro mimo: un uomo avvolto interamente da una tuta maculata somigliante ad una scultura di Raba- Rama ostenta acrobazie su veri sci fissi a terra.
Cadute ,impennate da motocross a folle velocità sono protagoniste imprescindibili di un'altra gara tra centauri ridefinendo le leggi della gravità .
Dalla futuribile postmodernità si precipita passando per esercizi agli anelli,all'alba dei tempi in una terra infausta e popolata da predatori da cui l'uomo deve difendersi per garantirsi la sopravvivenza :si inscena un rituale di combattimento contro un mostro da potersi anche intendere come rievocazione di un episodio già avvenuto e proposto nuovamente onde esorcizzare il Male. Infatti tra danza e pura gestualità gli attori (seminudi e dotati di lance), giungono al limite del definibile,al confine tra teatro e non -teatro in cui l'interpretazione evocativa garantisce un ricchissimo simbolismo;si assiste, gradualmente, alla fusione delle tre forme principali di rituale essendo la vicenda lontana dall'essere mito e quindi trasponibile verbalmente:dall'identificazione con l'animale per studiarne meglio le movenze e prevederne le azioni (simile all'immedesimazione del propiziatorio) si passa al funebre accentuando motivi ritmici , focalizzando quelli vitalistici(dal passo e salto ampio eseguiti in forma circolare) dove sono aboliti ,perché coincidono, inizio e fine.
I corpi degli attori costruiscono una coreografia rappresentante in fieri lo scontro con il nemico imitando nelle sue varie fasi drammaticamente la lotta,la violenza e la tensione dell'agone inserendo gridi,lamenti o profondi suoni gutturali tendenti al rumore, atti a suggerire lo sforzo fisico culminante nell'urlo di gioia per l'uccisione del mostro inteso come pericolo debellato. Il climax è raggiunto nel dar vita al rituale di combattimento vero e proprio ,sfiorando la capoeira.
L'uomo grazie a doti peculiari della sua specie,alla superiorità della sua intelligenza ha vinto l'istinto e la forza bruta dell'animale diventando il solo signore, conquistatore e padrone.

La festa può dunque essere collettiva : uomini e donne tendono le braccia davanti al plesso simulando tra le mani un arco a mo' di invocazione forse rivolgendo una preghiera al Dio Apollo:scoccano la freccia ed entrano in una dimensione di purezza ,abbandonati all'oblio di una ricerca emozionante o forse sereni per un enigma risolto.
Nel penultimo sketch il battito di mani del protagonista sa trascinare tutti gli spettatori- ottimi bassi continui- mentre il numero va in scena .Infine la quiete del mare ,il movimento ondivago e leggero delle vele di una nave cullata dal vento , che tranquilla ne solca le acque, sembra riconciliare tra loro le creature dopo l'irruzione di Caos- confusione ignea,magmatica- restituendole all'universo perfetto retto da Cosmos ,saldando i due capi dell' anello dispiegatosi a teatro per la durata di due strabilianti ore …
Ritornano gli spalti in forma di giganteschi parallelepipedi allineati come un muro di cinta,cavi, color del marmo trascinati lentamente quale scudo/corazza protettiva dai performers: all'interno di essi ci si può nascondere per poi riemergere fino a ricostituire i posti a sedere .Il pubblico agisce per ultimo applaudendo ( si spera) al termine della messinscena proclamando il suo verdetto.
I membri della compagnia Kataklò “atleti del cuore”parafrasando Ruffini e il volume di qualche anno fa dedicato al pugile Rivera protagonista di un racconto di Jack London e della pièce “The Mexican” primo lavoro teatrale diretto da Sua Maestà Ejzenštejn,hanno saputo cogliere anche l'attimo di plauso spettatoriale prolungandolo in una forma di teatro-festa collettiva scoppiata dopo gli schieramenti formati unendo le mani per presentarsi , ringraziare e salutare : un nuovo battito di mani farebbe ricominciare la performance di balli acrobatici, scatenati, colmi,straordinariamente, di benefica adrenalina!
Le sensazioni ,gli stati d'animo variano a suon di musica ed a ritmo di danza ; la mente si attiva con le parole dell'animo a cogliere il portato di un gesto : tutti gli elementi presenti in scena dagli oggetti ,ai corpi umani si equivalgono; aboliti i criteri valutativi di un bieco teatro in fondo ancora borghese ,la rinascita tout court della performance si affida ai “jeux de théâtre” ossia all'agire e farsi agire possibile nel contrasto di luce/ buio convenendo che tutto il materiale umano e non, possa creare scenografie, costumi o luci. Anche le ombre cinesi proiettate, involontariamente, sulla parete destra della platea divengono teatro :si fondono gli spazi di attori e spettatori senza rivendicazione alcuna di protagonismo.
In un serrato montaggio delle attrazioni di ejzenštejniana memoria, i primi di fronte agli altri si librano nella geniale leggiadria di Jacques Tati alias Monsieur Hulot in “Playtime””Tempo di divertimento” titolo anch'esso,esplicativo al massimo grado.
Time to play...ça va sans dire con i Kataklò...e che sia !
Mariangela Imbrenda