Alcool a corte: col Re sole si albeggia

26/02/2010

 Siamo nel 1673, nella Francia governata da Luigi XIV, che tiranneggia e gestisce ogni cosa su scala materialistica, acquistando proprietà, alleanze e pure sentimenti. Ciononostante, il trentenne Re Sole è legato al drammaturgo Molière e ad un Buffone da un sui generis rapporto ciclico, scevro da freni inibitori. Da dieci anni, infatti, i tre si riuniscono per solenni ubriacature degne dei più pomposi fasti cortigiani. La sbornia di fine secondo lustro, però, dà fin troppo sfogo ai bollori interni. Luigi XIV rivela ai bukowskiani “compagni di sbronze” che ha saputo di una loro commedia in cui sarebbe messo alla berlina. Vuole vederla. Fatta cadere la maschera dell’amico, quindi, Re Sole diviene sovrano, frantumando ogni legame benevolo. La sua parte è impersonata da Molière e quella del drammaturgo dal Buffone. Primo flash. Finita la messinscena, il Re torna alleato, indossa nuovamente la maschera. Secondo flash. Il Re congeda Molière, ferito dal suo spettacolo, e resta ad ascoltare i biechi diktat strategici del Buffone, vero deus ex machina. Ultimo flash.
 “La notte degli Dei” è questa, un gioco di scambi di ruolo, una macchina metateatrale a matrioska. Un impianto narrativo funzionale al messaggio sotteso: se i tre personaggi rappresentano la complessa condizione dell’artista nei confronti del potere totalitario, allora sarà complessa anche l’apparecchiatura linguistica.
Il testo è di uno tra i più quotati autori croati viventi, Miro Gavran, rappresentato in oltre quindici Paesi e in Italia patrocinato dall’Università La Sapienza e dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Un autore che ha fatto della scrittura, appunto, un lavoro di cesello e “attraverso la traduzione in italiano è possibile trasmettere il ritmo dei testi di Gavran, molto particolari” ha sottolineato la conterranea Gorjana Ducic, che ne ha curato traduzione e messinscena. È stata mantenuta anche la centralità dell’attore perseguita da Gavran - “Tutto ciò che ho imparato sulla scrittura teatrale, l’ho imparato alle prove, con gli attori.” Non a caso la scenografia è essenziale, quasi inesistente. Allora il peso della recitazione si decuplica e, allo Scalo, solo Pietro Bontempo (Molière) risponde in modo adeguato alla sfida del testo. Forse perché incarna il popolo lasciato nel buio della sudditanza da un sovrano che si proclama brillante come un Dio, salvo poi crollare in una “notte” di prepotenze, vanità, infantilismi e insicurezze. Il Buffone, una figura sospesa tra servus callidus, modello shakespeariano e James Bond, è Claudio Gnomus, poliedrico laureato in chimica, diplomato alla scuola “Mime Centre” di Londra con Adam Darius. Eppure sulla scena manca di smalto, come Sandro Torella (Luigi XIV), direttore artistico del Teatro, lodevole comunque per lo spazio garantito ad attori e compagnie spesso fuori circuito.

Maria Vittoria Solomita