Look e drammi anni ’50 per una splendida Ornella Muti al Valle

03/03/2010

Siamo a Roma nell’anno della “Nevicata del ‘56”, come cantava Mia Martini. Ma se nella canzone «Roma era tutta candida, tutta pulita e lucida», la città descritta da Clementi non è così linda. I protagonisti della storia, infatti, sono pezzenti arricchitisi dopo la retata nel Ghetto dell’ottobre ‘43. Il “Padrone” del ragioniere Consalvi, infatti, l’Ebreo del titolo, per proteggere i suoi averi dagli espropri dovuti alle leggi razziali del ’38, glieli ha intestati. «I cafoni arricchiti» come li definisce il regista «da famiglia proletaria si ritrovano proprietari di svariati beni, e la ricchezza li rende avidi, cattivi e sciacalli». Questo l’antefatto; l’intreccio parte tredici anni dopo, quando i due riconoscono l’Ebreo, che potrebbe rivendicare identità e lo status borghese, come in un incubo pirandelliano. Temendo lo strapiombo nella povertà («Ricordate Marce’, IO a fa la serva nun ce torno!»), iniziano a tramare una soluzione definitiva, noir al limite del grottesco.
 “L’Ebreo” dimostra quanto l’abito, alle volte, voglia cucire i modi da monaco su un corpo e un’anima diabolici. Immacolata (una nuova e capace Ornella Muti) è un ossimoro vivente: lei di immacolato non ha nulla, pronta a raggirare lo stesso marito pur di esorcizzare la paura del ritorno alla povertà. Lei che rifugge gli obblighi coniugali da cinque anni ora è pronta a riamare appassionatamente Marcello (efficace Emilio Bonucci), purché si disfi dell’ebreo, per sempre. E per esserne certa, non esita ad irretire col sesso Tito, il miglior amico di suo marito, uno “stagnaro” titolato Marchese con scherno. Un’Immacolata che vuol sentirsi chiamare Signora, forse per autoconvincersene, una “Lady Macbeth de noantri” secondo Enrico Maria Lamanna, il nuovo che avanza. Marcello, invece, resta naif, conserva principi sani quanto atavici, stando alla meschinità della moglie, per cui l’asseconda, accidioso. Tito (sanguigno Pino Quartullo) è la Roma bonaria e rozza, sempliciotta e complice maldisposta. Una pièce che mette in scena l’animo umano, più che la mera storia di tre disgraziati.

La scelta della lingua è molto funzionale allo spettacolo: Gianni Clementi sdogana il romano dal cabaret televisivo e lo potenzia per inquadrare la vita nel Ghetto, le qualità e i difetti dei personaggi, il cinismo e la follia di questi radical trash da borgata. Molto efficaci le gaffe lessicali e le agnizoni interculturali drappeggiano l’ambiente noir: «Ma te sai come se legge “Calais”?». «Calé». «Chedè?!».

Maria Vittoria Solomita