L'Inganno

30/03/2010

Trama. Un ricco scrittore di romanzi polizieschi, Adrew Wyke, affronta il giovane, aitante e mezzo italiano amante della moglie, Milo Tindle (Tindolini in origine). Chiusi in una stanza, i due combattono fisicamente e psicologicamente per l’oggetto del desiderio, la donna eternamente assente. Ma se in un primo momento la competizione è squisitamente retorica, presto si trasforma in un gioco pericoloso, uno dei raffinati parti della fantasiosa mente dello scrittore: Tindle dovrebbe derubare Wyke dei suoi gioielli per rivenderli e poter vivere di rendita insieme all'amata. I due studiano ogni dettaglio, ordiscono un inganno a prova di “sleuth” (segugio investigativo). Di fatto, però, può un uomo geloso e megalomane come Wyke permettersi un’impennata simile di filantropia?

Appunti di regia. Glauco Mauri sceglie e dirige con ritmo stretto una storia tutta al maschile. Sotto i riflettori l’egocentrismo e l’antagonismo di due psicologie opposte accomunate da un desiderio, il possesso di Marguerite. Glauco Mauri è un convincente scrittore di gialli ossessionato dal gioco e dalle trame fitte, come nei polizieschi anni ‘30, trame che, da impenitente Peter Pan eccitato, continua a tessere a voce alta attraversando il salotto, quasi fossero rosari da offrire ad una particolare divinità, l’Intelligenza. Roberto Sturno è un efficace amante naif, sostenitore della legalità e della chiarezza –tanto da andare dal marito della sua amante a chiedergli il divorzio, candido- ma pronto a trasformarsi in ladro pur di assicurarsi lusso e amore. Il tema del doppio e del gioco assume più sfumature, con punti di vista e ruoli invertiti e la naturale degenerazione nel nero più cupo di un finale inquietante.

Tre aggettivi per descriverlo. Pirotecnico, con colpi di pistola al cardiopalmo ed esplosione di cassaforte.
British. Quella di Shaffer è una vera dark comedy. Nelle due versioni cinematografiche si avverte maggior pathos, complici luci e regia più affettate. L’adattamento di Mauri acuisce la dimensione comica, sfociando nel grottesco. I luoghi comuni sull’italiano latin lover si sprecano, ma la sala sembra fare il mea culpa e ride, anche di sé.
Grondante perfidia. L’angoscia è stemperata da battute, al vetriolo. Investire in cattiveria ripaga e il pubblico presta attenzione al sadismo incrociato dei due protagonisti fino all’ultimo, per quasi due ore di spettacolo.

Scena&retroscena. La scenografia è generosa e quasi escheriana, tecnologica. Giuliano Spinelli si concentra sul tema del gioco e del doppio. Nel camino un monitor trasmette fiamme o spettacoli pirotecnici, scelti a colpi di telecomando; il planisfero custodisce un giradischi; le pareti sono a scomparsa. A sottolineare la megalomania di Wyke, al centro della scena una panca dalla quale fuoriesce, a comando, Johnny Jack, l’allegro marinaio che batte le mani quando il romanziere pretende gratifiche e piaggeria. 
Le musiche sono di Germano Mazzocchetti, da sempre attivo al cinema (Il viaggio della sposa, L’ultima scena) e in TV (Carabinieri, Un dottore quasi perfetto), indimenticabile a teatro (Faust e Il Vangelo secondo Pilato, per Glauco Mauri; Il piacere dell’onestà, Todo modo, Vita di Galileo,…). Le composizioni creano, anche a prescindere dalla messinscena, quella tensione di cui Shaffer ha impregnato ogni battuta del copione.

Lo sapevate che…? Il testo di Anthony Shaffer è stato trasposto in opera cinematografica due volte: nel 1972, Mankiewicz ha diretto Michael Caine nella parte del giovane Tindle e Laurence Olivier in quella del perfido marito tradito. Trent’anni dopo, Kenneth Branagh ha assegnato a Caine il ruolo che fu di Olivier e a Jude Law quello dell’avvenente e squattrinato avversario, per una sceneggiatura firmata e potenziata dal Nobel Harold Pinter.  

La battuta. «Il sesso è il gioco, il matrimonio è il castigo».

Teatro Valle
Via del Teatro Valle, 21 – Roma

Maria Vittoria Solomita