Il Birraio di Preston

13/04/2010

“Il birraio di Preston” aveva lasciato gli scaffali per calcare le scene già dieci anni fa, ma nel nuovo allestimento, curato dallo stesso Camilleri e dal regista Giuseppe Dipasquale, acquista maggiore smalto e piglio critico. 
La pièce è tratta dall’omonimo romanzo a contenuto storico, il che significa che il nucleo narrativo intorno al quale ruota una girandola di personaggi è di fatto accaduto. Camilleri ha ripreso quel malumore che scoppiò a Caltanissetta nel 1875, quando un inopportuno prefetto Fortuzzi (qui traslato in Bortuzzi) esacerbò gli animi volendo far inaugurare il teatro della città con l’opera lirica “Il birraio di Preston” di un mediocre Luigi Ricci. Ma il prefetto era fiorentino, ben lungi dal modus siculo, e per di più ebbe la sciagura di operare a Montelusa, tremendamente invisa ai vicatesi. Di qui partorisce la mente dell’Autore: i melomani di Vicata non avrebbero mai accettato l’imposizione, per cui il prefetto ricorse ad ogni mezzo –leggasi, il factotum don Memè- per spianarsi la strada. A seguire, efferata guerra civile tra sostenitori e denigratori dell’Arte fiorentina in terra natìa.
Camilleri affida a neologismi e situazioni paradossali l’orgoglio di un popolo, la fierezza di chi ricaccia lo Straniero,  sia Egli un rappresentante della legge o della cultura – il circolo di Vicata “Famiglia e progresso” è fermo: «Pare che Luigi Rizzi abbia risciacquato una risciacquatura di Mozart e noi dovremmo inaugurare il nostro teatro con questa brutta copia di un brutto originale, poi scelto dal Prefetto?». Lo Straniero parla un altro idioma, ma ricorre anche ad un linguaggio paraverbale diverso, perfino gli ammiccamenti si discostano da quelli vicatesi. Lo straniero viene frainteso e vilipeso, diventa Uogner o Vaginer, perché Wagner suona nordico. E la dimensione dialettale si acuisce e affina, in uno stilema tipico di Camilleri, che affianca i suoi personaggi a quelli della commedia dell’Arte.
L’autore ce lo immaginiamo divertito, mentre riduce e adatta il suo romanzo a quattro mani col regista Dipasquale. Divertito e brillante, per quanto è riuscito a sperimentare ne “Il birraio”, sin dall’apertura, con un metapubblico in costume, seduto in platea, che ha protestato contro il capocomico – quasi un obbligo nell’Ottocento durante l’Opera. E la sala ha seguito per oltre due ore, rapita, una storia fitta di metafore, tecnicismi marinareschi, goliardico pansessismo e ridanciano vituperio. Le scene di Antonio Fiorentino, sobrie e razionali, hanno incorniciato sedici bravi attori, mossi da singolari indicazioni: partiture gestuali suggerite da nenie o da vespri e le battute date dallo stesso Camilleri, voice-off sempre presente, collante tra cartaceo e 3D. E’ voce fuori campo a recitare l’incipit dei capitoli del suo romanzo, sezioni che pure si potevano leggere rizomaticamente, con suggestivi titoli: tutti trasposizioni sicule di celeberrimi incipit, come Sciascia, Mann, Huxley e Schnitzler alcuni. Ma Camilleri è così, cerebrale e magnetico, abbondante e beffardo. Si scoprirà in chiusura, infatti, che l’accanimento del prefetto verso “Il birraio di Preston” era un tributo alla moglie che, stando ai fallaci ricordi, si sarebbe innamorata di lui durante una messinscena dell’opera, alla Pergola di Firenze. «L'era mi'a questo birraio ma un'opera di Bohherini (Boccherini), mi pare si chiamasse "La Giovannina"...». «Si chiamava "La Clementina", ora mi ricordo» bisbiglierà mesto il prefetto, regalando la cinica agnizione ad un pubblico già stregato.

Maria Vittoria Solomita