Non c'è tempo, amore

16/04/2010

Il teatro come specchio della società, più che come sogno? Calderón de la Barca in soffitta, della dimensione onirica ci resta la scenografia. O no. Se è certo che nei sogni il subcosciente affiora e la nostra attività sinaptica notturna potrebbe trovare qualche soluzione chiara ai problemi che ci attanagliano di giorno, è certo pure che il sogno è più vero del vero. Quindi riabilitato Calderòn, Claudia Cosenza ci fa aprire gli occhi su una scenografia che riporta al Surrealismo. Dal soffitto pende un enorme orologio in frantumi, esploso come in un Dalì dalle estensioni pop. Il tempo si dissolve, le ore che mancano al quadrante sono sulle sedie dei protagonisti. La dimensione temporale è azzerata, situazione feconda per una terapia sospesa: di gruppo, in quattro alternati, da soli, in coppia, in tre. L’outing non sorprende; non c’è tempo, ecco tutto. Non abbiamo il tempo di conoscerci, preferiamo mentire. O almeno non vogliamo trovarlo, questo tempo, sebbene riusciamo a scalettare la giornata e ad infarcirla di una miriade di appuntamenti. L’avvocato Rudy-Ruggero (Blas Roca Rey) appartiene alla categoria degli impenitenti planner incapaci, però, di pianificare una conversazione domestica. Gemma (Edy Angelillo) è una architetto, casalinga frustrata, affetta da “scurrilismo” acuto. È convinta che il marito soffra di satiriasi per cui lo indirizza dal dottor Massimi, Edo-Edoardo (Andrea Lolli), un cinico e mediocre medico generico che, però, può leggere il pensiero. Questa capacità lo limita nei rapporti sentimentali, finché non trova una donna criptica la cui mente è inattaccabile. Un’altra mente è inavvicinabile dal dottore, quella di Marianna (Amanda Sandrelli), insegnante infantile e naive, inaccessibile perché tendenzialmente tabula rasa.
 Questi quattro giovanili non più giovani vestono i panni di moglie, marito, amante, amico, consigliere, nemico, vate, fedifrago. Lorenzo Gioielli ha scritto una pièce in due atti in cui dipinge con tinte surrealiste la nostra liquida società. Molto forti le sfumature satiriche. Il pubblico le gradisce.
 “Non c’è tempo, amore” è un condensato baumaniano in cui nessuno si accetta per come è, ricorrendo a nomignoli, abbreviazioni, false identità, intrighi amorosi, ritocchi anagrafici. Tutto, però, viene riportato nella rassicurante dimensione del vissuto quotidiano, per cui i quattro impersonano la regolarizzazione dell’infedeltà e la normalizzazione del mancato ascolto. Monadi in cerca di un sé, trascinano matrimoni sterili, dimostrando che è più facile impelagarsi in storie extraconiugali e costruirsi identità parallele, piuttosto che affrontare le difficoltà, maturando. Non è un caso che Edo-Edoardo-il dottore-Adrea Lolli viva come un flagello la sua chiaroveggenza. La conoscenza integrale dell’altro limiterebbe l’amore, per cui meglio idealizzarlo, fingendo. Tra le finzioni in scena, il rapporto Sandrelli-Roca Rey: sul palco amanti, nella vita moglie e marito.
«Una commedia su come siamo e su come potremmo diventare, se fossimo più sinceri, più semplici e più sereni», stando all’autore Gioielli. Eppure nella mente continua a rimbombare l’eco di un altro messaggio, quello del dottore paragnosta: «Bisogna mentirsi l’un l’altro o la vita sarebbe insopportabile».

Maria Vittoria Solomita