Vedremo: Il mistero buffo secondo Paolo Rossi

30/04/2010

Arriva in scena vestito con una giacca e un cappellino, per poi restare in camicia. Racconta che molte gag di Dario Fo non gli riescono perché lui non è così alto: «Le gambe sono il problema: lui in tre passi misura il palcoscenico, io ne ho bisogno di dodici». Così Paolo Rossi presenta “Il mistero buffo di Dario Fo (PS: nell’umile versione pop)” in scena al Teatro Strehler dal 4 al 30 maggio. Rimasta invariata la prospettiva del racconto, che è quella della povera gente, Paolo Rossi attualizza la figura del giullare medioevale, interprete dei malumori del popolo verso chi detiene il potere. Siccome rubare nello spettacolo è una cosa buona, come gli ha insegnato Dario Fo, (ma copiare è da stupidi) Paolo Rossi nel monologo ha preso anche dalla strada. E aggiunge: «In Italia dal ’70 a oggi ci sono stati tanti misteri e non tutti buffi: non è possibile che io non ne parli. Così si apre una finestra  all’interno della parte sulla resurrezione di Lazzaro».
Il monologo rilegge in chiave buffonesca i misteri religiosi: «I misteri – commenta Paolo Rossi – sono sacri e io ne ho rispetto, ma la realtà di oggi si sta avvicinando al Medioevo. Così è buona cosa accostare il profano al sacro».
Il linguaggio è il grammelot. «In teatro aggiunge a questo proposito Paolo Rossi – il gioco più bello è reinventare una lingua, soprattutto in Italia, dove la lingua c’è da quando c’è il telegiornale. Prima tutti parlavano i dialetti e infatti i più grandi italiani hanno scritto in dialetto. Il mio grammelot è una lingua di sopravvivenza: cerco di farmi capire come posso sia a teatro che quando vado all’estero: nel primo caso mi pagano, nell’altro sono io a pagare».


“Il mistero buffo di Dario Fo (PS: nell’umile versione pop)” di e con Paolo Rossi. Musiche composte ed eseguite dal vivo da Emanuele Dell’Aquila. Regia di Carolina De La Calle Casanova.
A Milano, al Teatro Strehler dal 4 al 30 maggio

Valeria Prina