Three Sisters come and go

08/10/2010

Trama. Tre donne rielaborano un lutto, pensano a qualcosa di perso: un familiare, una condizione esistenziale, le speranze, le fortune, la città natale. Rivivono in perfetta simbiosi i loro singoli distacchi, riallacciandosi l’una all’altra in un feroce scambio di battute, tra sale d’attesa e salotti intimi. Il limbo verrà abbandonato per la decisione finale: il ritorno all’età, o meglio, al “luogo dell’innocenza”, Mosca.
Appunti di regia. Orietta Crispino idea e dirige una storia tutta al femminile. Mixa il meglio di Chechov e di Beckett e, con l’ausilio del drammaturgo Marco Casazza e delle stesse attrici, crea un testo nuovo. Sotto i riflettori l’egocentrismo e l’antagonismo di tre psicologie femminili, accomunate dal senso di perdita o vuoto. Liza Cassady, Claire Helene, ma soprattutto Jackie Lowe convincono nei ruoli di “sorelle in attesa”. E l’attesa si dilata, secondo tempi beckettiani, soprattutto nella prima parte dello spettacolo. Poi le scene si susseguono a ritmo sempre più vivace, fino all’eccitazione finale, quando si decide di partire per Mosca. Si supera l’impasse e ci si attiva, si opera una scelta che non è confinata nel mero piano ontologico. 
Tre aggettivi per descriverlo. Grondante perfidia. Le donne di Chechov sono sempre studiate a fondo, con approccio medico. Queste sorelle sono studiate nella loro dimensione corale, ma soprattutto risultano come un concentrato di competizione femminile. Le battute sono affettate e gli sgambetti altamente “politically incorrect”.
Composito. Regista, cast e drammaturgo hanno vivisezionato i copioni originari, partendo dal brevissimo “Come & go” (Va’ e vieni) di Beckett: un centinaio di parole. Sul troncone centrale di Beckett sono stati innestati pezzi scelti di Chechov. Lo si avverte nello stile e nella stessa recitazione, modulata sui dialoghi,  a loro volta molto eterogenei. Clima quasi schizofrenico, coinvolgente.
Elegante. La scenografia adopera tre soli colori: il bianco, il nero e il rosso. I particolari sono curati con gusto e i costumi e l’ambiente piacevolmente retrò, con corpetti, carnagioni pallidissime, cipria, gonne, sottovesti, stivaletti alla caviglia, forcine, calze, pettinature raccolte, servizi di porcellana, fazzoletti ricamati (rosso comunista, sventolati al grido eccitato “Torniamo a Mosca!”). Incantevoli gli ombrellini neri con rifiniture in pizzo.

Scena&retroscena. La scenografia è misurata e sobria. Dahee Kim e Taylor Ruckel giocano sul bianco e il nero, di concerto coi costumi. Le quinte in pizzo bianco sfruttano le trasparenze per dare profondità all’azione. Tutte le scene si svolgono in un salotto, tranne quando la quarta parete è infranta; spesso. I personaggi si rivolgono al pubblico dal palco o, come nell’ultima parte della messinscena, sedendosi accanto. Claire Helene brinda con vino vero e ne offre, prende posto tra gli spettatori e continua a raccontare la sua storia alternando lo sguardo tra le sedie e il sipario chiuso.
Lo sapevate che…? “Three sisters come & go” risulta dall’intersezione della più significativa produzione di Chechov (a cui dobbiamo le “Tre sorelle” del titolo) e Beckett (con “Come&go”; qui preferiamo “Vanno e vengono” al canonico singolare “Va’ e viene”). La lezione seguita è quella della francese Julia Kristeva, psicanalista e semiologa molto ferrata sull’intertesto e il dialogo. Non a caso, la Kristeva insegna Semiologia a Parigi e New York e - info per gli addetti ai lavori - dirige il Centro Roland Barthes. Secondo questa psicanalista e filosofa, la malinconia trova un valido rimedio nella creazione artistica. Le tre sorelle, infatti, cercheranno di darsi alla recitazione come cura alla depressione. Seguendo la lezione di Kristeva, il team italoamericano ha sviluppato in diverse fasi un nuovo copione intertestuale. Ogni attrice ha spulciato i testi e ha ricreato un dialogo e un monologo rimescolando le parole di Chechov attraverso la lente della propria esperienza di perdita. Dopo sei mesi di decantazione, il progetto ha ripreso vita, a maggio scorso.  
Il Theaterlab di NY è un vero laboratorio di ricerca dove giovani artisti possono sperimentare performance innovative e confrontarsi col pubblico. Al termine di ogni spettacolo, ci si incontra per scambiarsi impressioni e suggerimenti, tra hummus e minitacos.
La battuta. «Non puoi pensare di arrivare a quarant’anni rimanendo sobria».

Fino al 10 ottobre
Theaterlab
137W 14th Street  -  New York
www.theaterlabnyc.com

Maria Vittoria Solomita