“My name is Khan” – Bollywood racconta l’Islam

05/11/2010

“Il mio nome è Khan e non sono un terrorista”. E’ questa la battuta rivolta al Presidente Obama che caratterizza il film “My name is Khan”, presentato al Festival Internazionale di Roma e che ha subito riscosso un largo successo di pubblico e di critica.
La pellicola rappresenta un (riuscito) tentativo di dare una visione diversa dell’essere musulmani nell’America post Torri Gemelle, attraverso una profonda riflessione etica e sociale su ciò che è accaduto nel mondo dopo l’11 settembre 2001.

Comicità e tragedia, amore ed odio sono abilmente miscelati dal regista Karan Johar ed interpretati in maniera eccellente da Shah Rukh Khan, il Tom Cruise del cinema indiano, il che rende il film piacevole ed adatto anche al grande pubblico, unico per il modo in cui Bollywood decide di raccontare l’Islam.

La storia è quella di Rizvan Khan (Shah Rukh Khan), indiano di religione mussulmana emigrato a San Francisco ed affetto dalla sindrome di Asperges, forma lieve di autismo (“il che non significa che sono stupido. Sono molto intelligente, solo non capisco la gente”). Rizvan si innamora di Mandira, ragazza madre di religione induista che si dedica a raccogliere i frutti del sogno americano gestendo un salone di bellezza tutto suo, a costo di enormi sacrifici.
Nonostante l’opposizione delle famiglie, dopo un lungo corteggiamento i due si sposano e sono felici fino all’11 settembre quando l’immane tragedia cambia il comportamento degli americani nei loro confronti.
Le poche certezze ed i sogni dei protagonisti svaniscono alle ore 8.46 di un giorno apparentemente come gli altri ma destinato a cambiare la storia con l’attacco al World Trade Center
Quel cognome, Khan,diventa un marchio religioso, un ostacolo insuperabile nei rapporti con amici e conoscenti; come sempre, a pagare il prezzo più alto sarà il giovane figlio di Mandira.

Fuori concorso al Festival di Berlino 2010, attorno al film ruotano più di 500 milioni di dollari ed è già un grande successo anche fuori dall’India.
E’ bellissimo essere uno degli ambasciatori di Bollywood in questo momento: è la faccia dell’India, c’è molto interesse anche in Occidente. E’ un buon momento per il nostro cinema e per l’economia indiana, lo sappiamo anche noi. E’ un trend e una moda culturale, se vogliamo che continui dobbiamo essere capaci anche di cambiare, non recitare solo in hindi” afferma Shah Rukh Khan, 45 anni, protagonista della nuova ondata del cinema indiano.
“Non è un film politico, un film di Bollywood non potrebbe esserlo, ma lo abbiamo voluto fare perché anche nel nostro cinema fatto di storie semplici, canti e danze, era importante raccontare una nostra visione di Islam, che al cinema è sempre rappresentato in modo riprovevole”.

Musulmano, Khan conosce bene l’argomento,sa di cosa parla. “E’ importante che chiunque abbia la possibilità di fare qualcosa, faccia sentire la sua voce per favorire il dialogo e l’apertura”.
Il sogno nel cassetto? “Fare un film come La vita è bella di Benigni. Anche se non capisci la lingua è un film che la gente ama” aggiunge l’attore, innamorato dell’Italia e secondo il quale indiani ed italiani sono molto più simili di quanto si possa pensare.
Alla fine del film il protagonista incontra Obama, e lo convince che veramente lui non è un terrorista ma, al contrario, si batte per sconfiggere chi, nel mondo islamico, vuole guerra e terrorismo. “Se mi piacerebbe incontrare Obama? Certo, ma non è il sogno della mai vita. Pagherei per incontrare Fellini, Al Pacino o Scorsese”conclude.

Nuccio Franco