Da adolescente scandalo a signora dei talk show: Incontro con Catherine Spaak

19/12/2013

Figlia del grande sceneggiatore Charles, attrice cinematografica e teatrale, nonché presentatrice televisiva, Catherine Spaak si racconta a Quarto Potere.



Quanto ha influito nella Sua scelta di intraprendere una carriera artistica l’avere avuto come padre uno dei più grandi sceneggiatori del cinema realista francese?

Sicuramente qualcosa: a casa si parlava di cinema, venivano come ospiti attori, registi e sceneggiatori. Era un mondo che frequentavo, anche se ero molto piccola: poi il destino ha giocato molto, perché, quando accompagnai un’ amica per un provino con un regista che doveva girare un documentario, questi scelse me, quindi era destino.
Nei primi anni Sessanta Lei interpreta ruoli di adolescente spregiudicata diretta da autori molto sensibili all’universo femminile come Lattuada, Salce, Risi e Pietrangeli: quali analogie e differenze trova vi fossero tra di loro come uomini e come registi, nonché nel loro personale approccio all’“altra metà del cielo”?
Erano persone profondamente diverse: anche il loro cinema era molto diverso. Qualcuno ha fatto commedie cosiddette “all’italiana” per quegli anni, però - ripeto - erano persone molto diverse e quindi non vedo fra di loro nessuna somiglianza. Erano uomini abbastanza seri, malgrado l’ironia molto crudele che poteva avere un Monicelli: erano tutti abbastanza misogini all’epoca. Io pensavo che il cinema fosse un’ arte molto aperta all’avanguardia rispetto al costume italiano, invece no: comunque con tutti loro ho avuto un rapporto strettamente professionale.

Il tipo di personaggio da Lei imposto allora sul grande schermo quanto crede sia stato importante per l’evoluzione del ruolo della donna negli anni del boom?
Io non ho imposto niente: corrispondevo ad una nuova tipologia femminile di donna longilinea un po’ efebica, simbolo della nuova sensualità femminile rispetto alle cosiddette “maggiorate” che avevano riempito lo schermo per molti anni, precedentemente al mio arrivo nel ’60. Quindi ho impersonato fisicamente, anche attraverso i ruoli, una nuova tipologia di donna italiana: è stato un momento di grande passaggio che ha corrisposto anche a un momento di grandi cambiamenti per la donna.


Dopo aver ricevuto la Targa d’Oro ai David di Donatello nel 1964, Lei ha continuato a lavorare con grandi registi della commedia all’italiana quali Festa Campanile, Monicelli e Steno: ciò nonostante, come mai con gli anni ha diradato sempre più la Sua presenza al cinema?
Per motivi personali: ho avuto un figlio, mi sono sposata in seconde nozze e questo è stato un periodo che mi ha un pochino allontanato dal cinema.

Dopo aver debuttato a teatro a fianco di Johnny Dorelli, ha lavorato con il grande Domenico Modugno nel Cyrano ed è tornata al palcoscenico in quest’ultima decina d’anni con testi anche Suoi: quali sensazioni prova nel contatto diretto col pubblico?
In un primo tempo ho fatto per la prima volta del teatro in Italia con Johnny, quando anche lui non era diventato l’attore noto che conosciamo, salvandolo poi da un problema, perché Sandra Milo all’ultimo momento si diede malata e lui si ritrovò in una situazione un po’ difficile: quindi io accettai la parte della Milo in questo testo che si chiamava Aspettando Jo, messo in scena ancora prima di Promesse promesse di Neil Simon che ho recitato al Sistina. Anche per questo in quel periodo ho fatto meno cinema: per seguire Johnny in questo - per lui e per me - nuovo approccio al teatro. Poi io ero talmente stressata da questo che avevo molta paura, e quindi per me il palcoscenico era veramente molto faticoso perché avevo delle mie problematiche in merito e quindi l’ho abbandonato totalmente, finché l’ho ripreso qualche anno fa con dei testi che ho scritto io: omaggi a Jean Cocteau, Edith Piaf e Coco Chanel. Successivamente ho interpretato un testo scritto da un’ americana su Vivien Leigh, e quindi mi ci sono voluti parecchi anni perché io potessi tornare al teatro.

Dagli anni Ottanta ha rinverdito i Suoi fasti come presentatrice di talk-show televisivi di successo, il più famoso dei quali resta Harem: quanto fu innovativo questo tipo di programma per la nostra televisione secondo Lei?
Moltissimo, perché non c’era stato nessun programma televisivo dedicato ai temi femminili mettendo insieme tre donne e facendo interpretare all’uomo un ruolo di secondo piano - anche un po’ ironico - nascondendolo e chiamandolo “l’uomo misterioso” che usciva soltanto alla fine della trasmissione. Anche la scenografia era volutamente ironica: anziché essere le donne ad essere nascoste dietro la tenda, come si usa nei Paesi arabi, era l’uomo che aveva il posto dell’ascoltatrice di nascosto. Questa trasmissione ha veramente rivoluzionato il costume italiano: fra l’altro è durata quindici anni e ha avuto un grandissimo successo, anche per i temi che sono stati affrontati, riguardanti le donne ma anticipando molto anche i tempi sul costume e sull’evoluzione dell’emancipazione femminile.


Che bilancio trae dalla Sua vita personale e professionale?
Io non amo fare bilanci: non sono molto interessata a quel tipo di cosa, anche perché, non potendo cambiare il passato, faccio a meno di pormi alcuni problemi. Mi ritengo una persona molto serena, e questo è un bel traguardo.
Ha qualche progetto per il futuro?
Sì, sto preparando un nuovo testo teatrale per me, probabilmente per l’anno prossimo, però non voglio parlarne perché in questo momento non è depositato e non ho parlato di questo con nessuno, quindi per ora rimane un segreto.

Alessandro Ticozzi