Incontro con Matthew McConaughey

29/01/2014

Matthew McConaughey ha incontrato la stampa in occasione dell’uscita di “Dallas Buyers Club”, che uscirà nelle sale il 30 gennaio distribuito dalla Good Films.

Qual è stata la parte più difficile nell’interpretazione di questo ruolo?

La parte più difficile? Il fatto di riuscire a realizzare questo film. La sceneggiatura ha girato per una ventina d’anni  ed è stata rifiutata 137 volte. A volte i finanziamenti, che sembravano esserci, sono spariti all’ultimo minuto. Anche per quello che ci riguarda, ci sono venuti a mancare i soldi 5 settimane prima dell’inizio delle riprese. Per quello che mi riguarda personalmente, la sfida più difficile deriva dal personaggio di Ron Woodroof, un uomo che ha molta rabbia dentro di sé perché si scontra contro una serie di ostacoli. Il primo è la morte, il secondo è la FDA, quindi la sfida principale per me è stata quella di elaborare una serie di variazioni sul tema della rabbia, mostrandola ogni volta da una diversa angolazione, in maniera da non dare un interpretazione che fosse troppo ripetitiva.

Quando ha cominciato a interessarsi al progetto?

La sceneggiatura è arrivata sulla mia scrivania 5 anni fa. Allora non c’era nessuno legato alla realizzazione del film, e dopo averla letta mi sono detto: io devo partecipare a questo film, anche se non so quando, né in che forma. La prima cosa che ho scritto sulla copertina dello script è: “questa sceneggiatura ha le zanne”, e io sono stato azzannato. Mi aveva preso e avevo assolutamente intenzione di realizzarlo, anche se il film continuava a slittare di anno in anno. Poi mi sono incontrato con il regista Vallée, che si è detto molto interessato al progetto, e grazie alla nostra ostinazione siamo riusciti a mettere insieme dei finanziamenti e siamo riusciti a farlo.

Lei nell’ultimo periodo ha inanellato una serie di ruoli quasi memorabili. Cos’è cambiato negli ultimi tempi? E’ una questione di scelte, una questione di offerte o deriva da una sua maturazione?

Me l’hanno chiesto molte volte. Credo che sia una combinazione di tutte e  tre le cose. Mi ricordo che circa 4 anni fa ero arrivato a un punto in cui ero soddisfatto, ma sentivo che volevo qualcosa di più. Ho deciso di ricalibrare il mio rapporto con il mio lavoro, e ho sentito l’esigenza di dare una scossa alla mia carriera. Avrei voluto che mi offrissero un ruolo che rappresentasse per me una sfida, che mi spaventasse, che mi facesse porre la domanda: come lo affronto? Un ruolo che mi facesse mancare il terreno sotto i piedi. Ho rifiutato moltissime cose che mi erano state offerte, come film d’azione, action-comedy o commedie romantiche. Poi per un anno non mi è stato offerto più niente. Grazie a Dio avevo abbastanza soldi da parte, per cui mi sono potuto permettere questo lusso. Nel frattempo è nato il mio primo figlio e ho avuto molto tempo libero a disposizione per stare con lui. A questo punto sono diventato una specie di “buona idea”, un possibile attore a cui pensare per alcuni registi, come Friedkin per “Killer Joe” o per Soderbergh. C’è stato quindi non un “rebranding”, un rifacimento del marchio, ma una cancellazione del marchio. Ormai ho superato la quarantina, e questo è qualcosa che succede a tutti gli uomini. Per effetto della maturità acquisita cominciano ad avere nuove aspirazioni e nuove aspettative. L’altra cosa importante è la famiglia, quanto più un uomo si sente sicuro a casa, tanto più è in grado di volare alto e allontanarsene.

Avete ricevuto molti no. Cos’era in particolare che spaventava i produttori? Perché pensavano che questo film non potesse piacere?

E’ stato rifiutato 137 volte. Quando qualcuno decide di investire soldi in un film, in particolare se si tratta degli Studios, il primo obiettivo è guadagnarci. Loro vogliono fare “arte” ma anche fare i quattrini. Poi leggono: “film d’epoca”, “dramma sull’HIV”, “eroe omofobico”. Tre cose che gli fanno dire: così i soldi non li rivedremo mai!

Perdere 23 chili non è un’impresa da poco, dovendo poi affrontare un ruolo così impegnativo, che richiede molte energie. Come ha fatto?

Per quello che riguarda la perdita di peso, mi sono consultato con un medico che ha calcolato quanto peso potessi perdere. L’idea era quella di perdere una ventina di chili, e mi sono dato quattro mesi di tempo. In quel periodo ho vissuto da eremita, senza uscire o andare al ristorante, circondandomi di tutte le cose delle quali si sarebbe circondato Ron Woodroof in “Dallas Buyers Club”. Avevo bisogno di meno ore di sonno, perdevo due chili a settimana e mi è successo quello che è successo a Ron. Man mano che il suo corpo si rinsecchiva e perdeva energia, la sua mente prosperava, come un uccellino affamato all’interno del nido.

Ha imparato qualcosa dalla storia di Ron Woodroof?


Una delle grandi lezioni di vita che ho appreso da Ron, è che se vuoi qualcosa devi fartela da solo.

Come è stato il rapporto con gli altri attori sul set? C’è qualche episodio che ci vuole raccontare?

Non è che ci siano stati grandi rapporti. Conoscevo Jennifer Garner perché avevamo già lavorato insieme. Non conoscevo Jared Leto, né lui conosceva me, e ci siamo presentati solo dopo aver finito le riprese. Prima di quel momento, io andando al lavoro incontravo Rayon e lui incontrava Ron Woodroof.  Non avevamo tempo o voglia di perdere tempo chiaccherando della nostra vita privata. E questo è anche il bello di questo mestiere, sei in una specie di bolla vivendo la storia di qualcun altro.

Il tema delle case farmaceutiche e delle cure alternative ci riguarda moltissimo, e anche in Italia ci sono molte polemiche sull’argomento. Che ricaduta ha avuto questo tema in America, e lei cosa ne pensa?

Nel 1985 l’HIV era una patologia che i medici non sapevano come curare, quindi davano l’AZT alle persone perché non sapevano cosa altro fare. Purtroppo uccideva non soltanto il virus ma anche tutte le altre cellule, peggiorando la qualità di vita delle persone. Ma i medici non avevano alternative. La cura dell’HIV non era in cima alla lista delle priorità, perché magari alle case farmaceutiche importava poco. E’ stato Ron che ha fatto casino, facendo sentire la sua voce. A quel punto la FDA ha dovuto prendere nota del problema. Lui è andato in tribunale ma ha perso, non è stato il crociato che ha marciato su Washington ed è riuscito a vincere la sua battaglia, però ha sollevato il problema, facendo sì che la necessità di ricercare una cura diventasse più pressante. Per quello che riguarda le medicine alternative l’argomento è insidioso. Per alcuni hanno funzionato, per altri no. Ma se un paziente è allo stadio terminale di una malattia, perché impedirgli di prenderle? Quando si incrociano medicina e business c’è sempre uno scontro, ci sono sempre delle zone grigie. L’argomento è importante anche in America, dopo la riforma sanitaria approvata da Obama. In questo senso il film, anche se ambientato negli anni ’80, è estremamente attuale.

La comunità gay come ha accolto questo film?

Da quello che so e che ho letto, la comunità gay e lesbica ha accolto il film molto bene. Molte persone sono venute da me ricordando quel periodo. Facendo un confronto con la situazione attuale, negli anni ‘80 quello dell’AIDS era un argomento tabù, essere affetti da questa malattia era considerata una vergogna e la gente non ne parlava. I malati venivano stigmatizzati come lebbrosi e allontanati da tutti. Oggi non è più così. Questo film è importante anche per le generazioni più giovani, che non hanno idea di com’era all’epoca.

Hollywood ha sempre dimostrato la sua passione per le trasformazioni fisiche, soprattutto quando i belli si imbruttiscono. La candidatura all’Oscar sarebbe arrivata anche senza i 23 chili di meno?

I limiti estremi a cui si può spingere un essere umano non rappresentano la misura della buona arte. Spingersi molto in là può essere segno di espressione del sé, ma non è necessariamente arte. Il fatto che io abbia perso peso può aver rappresentato una specie di valore aggiunto, lo “shock value”, prima che la gente vedesse il film. Ma nel momento in cui lo spettatore va a vedere il film si accorge che non è un film su Matthew McConaughey che è diventato uno scheletro, ma è un film che parla di Ron Woodroof. Io ho visto il film e dopo la prima scena mi sono perso seguendo il personaggio, pur sapendo di essere io. E’ la storia che prende il sopravvento.

Ha qualche commento rispetto alla sua prima nomination agli Oscar? Lei concorre anche con dei colleghi con cui ha lavorato in “The Wolf of Wall Street”…

Io non ho fatto“The Wolf of Wall Street”, ho lavorato solo 5 giorni sul set, quindi è stato nominato Hill ed è stato nominato Leonardo, che di candidature ne ha avute tante. Vi racconto una storia. Quando ho scoperto che Scorsese mi voleva incontrare per affidarmi un ruolo, mi sono ricordato che alla Scuola di Cinema che ho frequentato presso la mia Università, avevo studiato tutti i suoi film. Tanti anni dopo, mi stavo dirigendo verso casa sua e mi sono detto: aspetta un attimo, questo è il tizio che io vent’anni fa studiavo a scuola! E’ stata una cosa strana e bellissima!  Mi è stato offerto questo ruolo, anche se la mia scena è brevissima. Mi sono documentato, ho buttato giù delle cose improvvisate sul personaggio e gli ho fatto vedere quello che avevo pensato. A lui è piaciuto subito e dopo cinque riprese non parlavamo neanche, ma ci esprimevamo in termini musicali.

Come sta vivendo l’attesa della notte degli Oscar?

Per quanto riguarda gli Oscar non vivo in un’atmosfera di aspettativa. Mi sto godendo questo periodo andando in giro per il mondo a parlare di questo film. Ma in realtà il film mi precede, arriva prima di me e questo è molto diverso dal fare promozione. Io non faccio promozione, perché il film parla da solo e non ne ha bisogno.

Cosa ne pensa de “La grande bellezza”?

Non ho visto il film, ma ieri sera ho avuto il piacere di incontrarne il regista. E ci siamo detti qualcosa che abitualmente in questo ambiente non si dice mai: “Ciao, ci vediamo agli Oscar”.

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Nicola Picchi