Dialogo con Paolo Ricci, fra cinema, teatro e passione per l’arte

07/05/2014

Presentato in occasione di Skepto International Film Festival di Cagliari, rassegna cinematografica dedicata ai cortometraggi di tutto il mondo, il corto Pre carità (2012), del regista Flavio Costa, narra di Francesco e Luca, due ex compagni di liceo che si incontrano dopo molti anni ad un incrocio stradale. Entrambi tirano a campare, uno si destreggia fra due lavori precari, l’altro chiede l’elemosina ai semafori della città. L’occhio del regista, ironico e attento ai particolari, ben presto rivela che non tutto è come sembra e ci accompagna in un paradossale e attuale centro di formazione sulla povertà, presieduto da uno slavo scaltro e preparato che insegna ai disoccupati come diventare milionari praticando l’arte del mendicare.
Abbiamo chiesto a Paolo Ricci, uno degli interpreti, di parlarci del corto. Dall’incontro con lui, un fiume in piena di idee, e con il regista Flavio Costa, è nato anche un dialogo fatto di riflessioni sulla società contemporanea e sul lavoro di attore.
Parliamo del corto Pre Carità, ricordiamo che nel cast sono presenti anche Valerio Malorni, Luigi Moretti, Josafat Vagni, Carlo Fabiano, Annamaria Fittipaldi e Michele Fazzita. Ci parla della genesi del personaggio?
Venni contattato da Flavio Costa per interpretare il personaggio del “docente” di accattonaggio Vejsta Hayde, presso una – non troppo – surreale scuola di mendicanti. Mi inviò la sceneggiatura e mi spiegò il ruolo specificandone le caratteristiche: nomade di origini slave, ex capobanda di gruppi ruberecci, intelligente e pratico. Decidemmo quindi un look stravagante che richiamasse alle sue origini. Un lavoro coronato dalla collaborazione del cast tecnico di trucchi e costumi.

Flavio Costa, laureato al D.A.M.S. di RomaTre con una tesi su Charlie Chaplin, racconta qualcosa di più sulla creazione del personaggio di Ricci, caratterizzato da una strana macchia rossa sul viso: “il primo giorno delle riprese, Paolo arrivava da un altro set di un corto horror in cui gli era stato applicato un occhio squartato finto. Nel levarlo, la sostanza di cui era fatto quel trucco gli provocò una vistosa irritazione. Non potendolo eliminare, lo esaltammo dipingendogli una voglia di fragola che dava al personaggio un carattere più unico. Abbiamo trasformato un limite in una virtù, ed è proprio questo il fascino del cinema: non farsi fermare dai limiti e trasformarli in una risorsa creativa.”
Ricci, lei è nato Pistoia, diplomato a Bologna alla Scuola Alessandra Galante Garrone, si è trasferito a Roma. Da allora, fra cinema, televisione e teatro, ha lavorato con registi come Antonio Capuano, Walter Le Moli, Renato Cecchetto, Neri Parenti, Rossella Izzo, Fabrizio Costa e Aurelio Grimaldi. Cosa l’ha attirata nei personaggi del corto Pre Carità?
Del mio personaggio mi interessava soprattutto la versatilità (docente ambiguo e musicista) che avrebbe potuto regalarmi molte soddisfazioni dal punti di vista espressivo. Certi personaggi non hanno bisogno di fare molto per farsi notare, hanno un universo dentro che affascina e soprattutto diverte. Il corto in generale è una commedia tragicomica come quelle del periodo d'oro del cinema italiano: il periodo dove le storie comuni venivano raccontate col dolce sapore del riso amaro. Una storia dal sapore dolce e amaro che lascia riflessioni su cui lavorare.

Dal corto, nonostante la visione paradossale con la quale il regista mette in scena questa Beggar's Opera all’italiana, emergono la crisi, la disoccupazione e il mondo precario del lavoro. L'argomento disoccupazione, connesso con quello della "raccomandazione" (che in Italia ha assunto la connotazione di "visto di transito"), è quotidiano. In un mondo come quello del teatro e del cinema è presente? Quanto ha condizionato la percezione del personaggio interpretato nel corto?
Anche nel mio mestiere, come in tutti quelli del mondo, la raccomandazione c'è ed è parte integrante del mondo del lavoro. Ma anche se ti apre moltissimi canali, non è sufficiente. La cosa più importante è sempre “saper fare” il proprio mestiere, essere connessi con chi lavori nel modo più corretto e collaborare al prodotto a cui stai lavorando. La mia percezione di questa tematica in Pre Carità è stata fortissima, mi è servita a raccontare questa realtà tutta Italiana dove anche per essere un poveraccio hai bisogno di raccomandazione: la realtà supera la fantasia.
Lo Star System non offre sempre un bello spettacolo…
Il mondo del lavoro cinematografico e teatrale italiano purtroppo molto spesso non si basa sulla meritocrazia. All'estero, anche se sei raccomandato, la questione si riduce al fatto che tu sia bravo o meno. La raccomandazione c'è ma passa in secondo piano, prima ci deve essere il talento altrimenti è una dannosa prerogativa. In Italia, escluse poche eccezioni, non è così.
Quanto è difficile oggi fare l'attore fra disoccupazione-raccomandazioni-soldi dell'affitto?
Oggi fare l'attore è difficilissimo. La concorrenza è spietata e sempre più spesso senza la formazione adeguata. Lo spettacolo è un mestiere come gli altri, con una formazione continua. Questo i non addetti ai lavori non lo capiscono, pensano che basti alzarsi la mattina, sfruttare una buona occasione e decidere di diventare un personaggio dello spettacolo. Pensiamo ai vari reality televisivi!
Invece c’è studio, preparazione e sacrificio…
Certamente: dietro a questo lavoro ci sono studio e formazione. Non si dovrebbe correre dietro a un talento che si scopre in noi stessi, quest’ultimo va curato, formato e indirizzato. Io non mi permetterei mai di alzarmi la mattina e decidere di fare il medico, l'avvocato, il fabbro o l'idraulico. Chi fa queste cose ha studiato e praticato anni per farle. Questa è una cosa che amareggia molto me e tutti i miei colleghi, uno stereotipo che c'è da troppo tempo.
I soldi e l’attore: quanto influiscono, quanto sono importanti?
I soldi? bella domanda. A volte si fanno progetti retribuiti, altre volte può accadere di percepire solo un rimborso o niente. Bisogna distinguere fra progetto comune e lavoro “no budget”. Se il progetto mi affascina, se l'idea è bella e mi si permette di collaborare in un contesto umano di alto livello, allora posso anche decidere di non percepire compensi e di dividere gli utili. Se il lavoro viene presentato come “no budget” bisogna saperne riconoscerne i caratteri.
Chi ti vorrebbe far lavorare gratis, chi ti “arruola” in improbabili grupponi in cui spesso devi recitare, sempre gratis, con la scusa di apprendere sensazionali tecniche. Consigli per i nuovi dell’ambiente?
Diffidate da chi vi propone, a teatro, prove non pagate e "minima sindacale ad incasso". State lontani da chi vi propone, nel cinema, di “partecipare con una quota” o dai pagamenti a “babbo morto”. Diffidate da chi fa fare provini temporeggiando sulle vostre domande di chiarimenti sulla produzione. Attenti a chi vi offre solo la visibilità come merce di scambio.

Parliamo di maschere. Come dice Rino Gaetano sono tante: chi vive in baracca, chi suda il salario chi ama l'amore e i sogni di gloria chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria. Quali sono quelle che le piace interpretare?
Hai fatto bene a porre la domanda partendo da Rino Gaetano. Lui prima di tutto era un uomo comune, un ragazzo di borgata. Sono appunto queste le storie che mi affascinano! E' indubbio che per un attore recitare un personaggio superlativo agli occhi dello spettatore “medio” sia un’occasione ghiotta, anche compiacente. Una particina in qualche Colossal, non lo nego, la farei volentieri. Io, per esempio, sono un divoratore di serie televisive straniere, mi piacciono l’horror, il genere supereroistico e il filone Fantasy (come nel prossimo film dove lavorerò). Mi diverte, ma sono personaggi lontani dalla realtà. Ci facciamo trascinare troppo spesso nei deliri onirici di personaggi famosi, persi in un mondo fantastico. Trovo più interessante raccontare la storia della maggioranza delle persone reali.

Matteo Tuveri