Incontro con Joaquin Phoenix e Paul Thomas Anderson

02/02/2015

Lo scorso 26 gennaio nella splendida cornice dell’Hotel De Russie di Roma, abbiamo avuto l’onore e il piacere di partecipare ad una splendida roundtable con il regista Paul Thomas Anderson (Boogie Nights, Magnolia, Il petroliere) e lo straordinario Joaquin Phoenix, arrivati nella capitale per presentare alla stampa il loro ultimo film, Vizio di forma (Inherent Vice), in uscita nelle sale italiane il prossimo 26 febbraio. La pellicola è basata sull’omonimo romanzo del 2009 scritto da Thomas Pynchon ed annovera nel cast, oltre a Phoenix (che torna a lavorare con Anderson dopo The Master del 2012), anche Josh Brolin, Owen Wilson, Katherine Waterston, Reese Witherspoon, Benicio del Toro, Jena Malone, Maya Rudolph eMartin Short.

Ecco cosa ci ha raccontato lo straordinario Joaquin Phoenix.
È vero che il costumista del film, Mark Bridges, e Paul Thomas Anderson si sono ispirati a Neil Young per creare il look del personaggio di Doc?
Io adoro Neil Young! Comunque sì, in un primo momento Mark e Paul si sono ispirati a Neil e a quel periodo. Poi, però, abbiamo passato in rassegna talmente tanto materiale che alla fine le ispirazioni sono arrivate da diverse fonti.
Questa è la sua seconda collaborazione con Paul Thomas Anderson e sia in The Master che in Vizio di forma i suoi personaggi si esprimono molto attraverso il corpo. Da attore, come lavora sulla fisicità, anche esasperata in certi momenti, dei suoi personaggi?
Nel caso di The Master ho voluto rendere palese il tormento fisico e psicologico del mio personaggio portandolo letteralmente fuori, esternandolo. In Vizio di forma invece ho voluto far traspirare piano piano lo stato d’animo di Doc; ho cercato di prendere spunto dalle serie televisive e i film di quegli anni e a certe espressioni che usavano gli attori che vi recitavano.
Prima che le venisse proposto questo ruolo, aveva letto il libro di Thomas Pynchon? Durante la lavorazione del film hai mai pensato a Il grande Lebowski e ad un possibile parallelo tra le due storie?
No, non avevo letto il libro prima, me l’ha fatto conoscere Paul. E no, non ho pensato a Il grande Lebowki anche se è un film che ho adorato, comunque non è la prima volta che mi fanno notare questa sorta di parallelismo tra i due personaggi!
Crede possa esserci una qualche somiglianza tra il personaggio di Doc in Vizio di forma e quello di Theodore in Her?
No, sinceramente non ho colto similitudini tra i due personaggi. Però è sempre interessante per me vedere che gli altri riescano a cogliere similitudini tra ruoli diversi alle quali non avresti mai pensato.
Nella sua carriera ha diretto anche diversi video musicali. Ha mai pensato di passare dietro la macchina da presa?
Mi dispiace che abbiate visto quei video e chiedo scusa a tutti!  (ride). Comunque no, non ho nessuna intenzione di dirigere un film!
Quanto ha fatto affidamento al personaggio scritto da Pynchon per interpretare il ruolo di Doc e quanto, invece, ha lavorato per aggiungere delle caratteristiche nuove alla sua personalità e al suo modo di agire?
La mia prima ispirazione è stata naturalmente il libro. Poi mi sono affidato alle tante conversazioni che ho avuto con Paul. Certo, quella che vedete sullo schermo è la mia interpretazione, è quella che ho voluto dargli io, ma non credo di aver fatto un eccessivo lavoro per cercare di differenziare il personaggio rispetto a quello del romanzo.
Com’è stato lavorare con John Brolin? C’è stata qualche improvvisazione con lui, durante le riprese?
Non ricordo se ci sono state improvvisazioni, ma abbiamo lavorato benissimo insieme. Io e Josh sapevamo che il rapporto tra i nostri due personaggi era molto importante nel libro e sapevamo che doveva esserlo anche nel film. È stato facile e ci siamo divertiti tantissimo.
A proposito di rapporti con gli altri attori del film, in Vizio di forma lavora per la seconda volta, con Reese Witherspoon dopo Walk the Line. Come è stato tornare a lavorare con lei?
È stato bellissimo tornare a lavorare con lei, è una bellissima persona, è brava, intelligente, diretta, alla mano. Non abbiamo parlato per niente della nostra precedente esperienza, ci siamo ritrovati e basta. Mi piace molto lavorare con lei!
I suoi ultimi personaggi si muovevano o in epoche passate o in futuri imminenti. Sarà difficile vederla in un film che racconti il presente?
Non ci avevo mai pensato, è vero! Non credo che sia difficile, non so come rispondere onestamente. Spero di aver la possibilità di interpretare un personaggio dei giorni d’oggi!
Ha studiato o fatto ricerche sulla cultura americana di fine anni ’60 per prepararsi a questo ruolo?
In genere le ricerche che faccio per interpretare un ruolo sono mirate a quello che voglio raccontare o trasmettere attraverso quel personaggio. Faccio sempre ricerche e riempio scatole con tutto quello che trovo o studio, per ogni film. Poi però non me le ricordo, dimentico tutto subito dopo il film! Un po’ come quando prepari un esame e studi, poi una volta fatto non ti ricordi più niente. (ride) A volte mi capita di riaprire queste scatole e penso “Ah, ma davvero avevo letto questo libro? Davvero avevo fatto questa ricerca?”.
Può dirci qualcosa a proposito del prossimo film di Woody Allen di cui sarà il protagonista?
Non posso dire nulla, purtroppo. L’unica cosa che posso dire è che alla fine mi troverò sommerso da un marea di libri di filosofia!

Ed ecco invece cosa ci ha detto Paul Thomas Anderson:
Ne Il Petroliere si parlava di assenza e ricerca del padre, in The Master si parlava di assenza e ricerca della madre. In Vizio di forma, invece, si parla di assenza e di ricerca del sogno americano.
I personaggi dei miei film vanno sempre alla ricerca di qualcosa di tangibile, soprattutto in Vizio di forma in cui probabilmente ciò che si avverte di più è l’assenza e la ricerca di un amore.
Nel film il personaggio di Doc appare come un idealista anche un po’ romantico. È un aspetto che ha voluto sottolineare?
Nel leggere il libro ho trovato il personaggio di Doc molto romantico e idealista, ho voluto accentuare questo aspetto del suo carattere e mi fa piacere che anche chi ha visto il film lo ha percepito come tale. Il mio Doc non è soltanto uno strafatto è qualcuno che ha semplicemente difficoltà ad accettare quello che sta succedendo.
Negli ultimi suoi due film i protagonisti erano due o al massimo tre, questo invece è un film pieno di attori. Da cosa nasce la voglia di girare un film corale?
Sì, in un certo senso sì. E’ stata anche questa un’attrazione, volevo realizzare un film corale ma soprattutto, avevo voglia di lavorare con le donne. L’obiettivo era quello di far in modo che il mio protagonista, il nostro eroe, avesse un flirt con qualcuna! L’idea di mettere insieme questo fantastico gruppo di attori, con così tanti personaggi femminili, mi ha entusiasmato da subito.
Il film assomiglia quasi ad una parodia del noir classico. Quali sono le fonti, narrative o visive, che lo hanno ispirato?
Da un punto di vista visivo, il fumetto I Favolosi Freak Brothers è stato sicuramente una delle mie fonti d’ispirazione. Da un punto di vista narrativo invece ho cercato di essere il più fedele possibile alle atmosfere che Thomas Pynchon aveva descritto nel suo romanzo.
Nei suoi film si affronta sempre il tema della dipendenza, soprattutto nella società americana. Per quale motivo?
Non so se quello che affronto nei miei film si possa definire davvero col termine dipendenza, credo più che altro che sia insicurezza. Se si vuole vedere l’insicurezza come forma di dipendenza, allora si può affermare che i miei film parlino di questo. Ma non soltanto nella società americana, vale per tutto il mondo, anche per l’Italia!
Che ruolo ha la musica all’interno di un film?
La musica è stata di grande aiuto dal punto di vista emotivo e aiuta anche il film a riconnettersi con la realtà e a trasportare lo spettatore lontano.
Da dove nasce l’idea di scegliere Joanna Newsom come voce narrante del film?
L’idea della voce off mi è venuta a metà strada, in un momento in cui mi serviva raccontare tutto, non volevo lasciare nulla da parte. L’ho trovata interessante e funzionale al racconto, all’inizio volevo che la voce narrante fosse quella del protagonista, poi però ho capito che avevo bisogno della voce di una donna ed ho scelto quella di Joanna, perché è davvero una voce incredibile.
Com’è stato adattare il romanzo di Thomas Pynchon per il grande schermo? Le idee sono nate dopo la lettura del libro o sono state ispirate da altro?
Diciamo che sono state entrambe le cose. Ci sono molte scene ricche di dialoghi serrati che necessitavano di una certa fedeltà sul grande schermo. Poi, ovviamente, non è stato sempre possibile restare ancorati al romanzo originale, ma ci ho provato, per quanto ho potuto, e credo che abbia funzionato.
Quanto ha voluto avvicinarsi al genere noir con questo film e quanto, al tempo stesso, ha voluto distaccarsene?
Ho cercato di tenermi il più lontano possibile dal genere noir. L’obiettivo era quello di essere il più semplice e realistico possibile, lontano da tutti quei riferimenti di genere, facendo un film nella maniera più classica possibile.
L’ultima inquadratura del film ricorda molto il finale di Magnolia. È una semplice coincidenza? A proposito dei temi del film, pensa che solo l’amore e i rapporti umani possano davvero riportare ordine nel caos?
Sì, devo ammettere che è una semplice coincidenza, non ho voluto fare riferimento a Magnolia. Sicuramente nei due film si parla di malinconia, di paranoia che si insinua nei personaggi. Una paranoia che si fa strada in maniera sottile e che non ti fa sentire tranquillo. Indubbiamente è qualcosa che ha molto a che fare con le capacità di Joaquin Phoenix. Riesce veramente a fare delle acrobazie con il viso; è un attore in grado di assumere le più svariate espressioni. In merito all’amore e ai rapporti umani, posso solo dire che si tratta di un pio desiderio.
Se non fosse candidato agli Oscar 2015 per la Miglior Sceneggiatura Non Originale, a chi darebbe il premio?
Non c’è dubbio: a Grand Budapest Hotel!

Silvia Preziosi