Virzě torna a Livorno

14/01/2010

“Virzì, da quanto tempo aveva in cuore il progetto di questo film?”
“Da quando ho scoperto i versi livornesi di Caproni che sono uno dei motivi ispiratori di questo film. In realtà ci sono delle idee ricorrenti che mi propongo di realizzare, come il seguito di “Ferie d’Agosto”, che forse non farò mai ma mi diverte immaginarlo, e la storia del ritorno a casa del poeta fallito, che è un archetipo letterario, e che qui si è mescolato con il piacere di tornare a Livorno, da cui mi sono tenuto un po’ a distanza, ma che allo stesso tempo volevo ritrovare, una specie di patria un po’ vera e un po’ immaginaria”
Nasce così “La prima cosa bella”, forse il film di Virzì più intimo e più bello, che fa leva sui sentimenti e arriva dritto al cuore. Impossibile nascondere la commozione quando sul finale tornano le note di “La prima cosa bella”, la canzone che ha accompagnato gli Anni Settanta del protagonista tormentati da una madre troppo viva e imbarazzante, e che nel momento drammatico della riconciliazione portano con sé il ricordo della forza di un’allegria materna che il ragazzino introverso non aveva saputo cogliere.
La partenza di Virzì da Livorno non è stata un taglio netto come quello del suo protagonista, Bruno, un bravissimo Valerio Mastandrea che si fa scudo della propria atarassia, ma sempre anche lui strozzato dal groppo di un “ovosodo”. Eppure anche per il regista questa è stata una sorta di ritorno a casa, affrontato con timore e con affetto. “Io diffido di quelli che raccontano le loro confessioni, ma dietro la deformazione letteraria si nascondono sempre storie vere. Per me le cose non sono state così enfatiche, non ho mai detto ‘sono fuggito da Livorno”, ma mettiamo in scena le nostre luci e le nostre ombre, le nostre bugie piene di verità”.
E’ divertente vederlo girare a Livorno – racconta Mastandrea – C’è gente per strada che lo ferma e che lo interroga. E noi non ci vergognavamo di chiedere ai passanti se il nostro accento livornese fosse corretto”.

Al centro del film il personaggio straordinario di una madre invadente, catastrofica, frivola, vitale, chiacchierata, candida. Quando Bruno viene trascinato a forza dalla sorella a fare i conti col proprio passato per salutare la madre in fin di vita, si trova davanti una donna che sembra voler ingannare la morte stessa con la sua ingenua vitalità e che, sempre capace di sorprendere di continuo, riesce a trasformare il suo addio alla vita in una festa. Ad interpretarla è una meravigliosa Stefania Sandrelli e, nei flash back della giovinezza, Micaela Ramazzotti, che alla Sandrelli del Cinema di quegli anni si rifà nel look e nel gestire.
Per me il percorso è stato più facile – racconta la Sandrelli – perché ho avuto la fortuna di entrare in scena dopo e di vedere Anna giovane già filmata. In quanto ad un mio modello, mi sono ispirata a mia madre. Mi accorgo di assomigliarle sempre più e mentre giravo sentivo delle similitudini fortissime, è stata lei il mio faro”.
L’entusiasmo e la carica di simpatia di Stefania Sandrelli la rendono perfetta per il ruolo di Anna, ruolo che lei stessa ha arricchito con assoluta spontaneità, come, racconta Virzì, nella scena della corsa in motorino alla quale ha aggiunto dialoghi imprevisti.
“Lavorare con Stefania per certi versi è scioccante – racconta Claudia Pandolfi che interpreta Valeria, la sorella di Bruno – Ho scoperto una donna più che un’attrice, con un atteggiamento molto naturale, affettuoso, materno. Ci sono attrici che umanamente mi hanno deluso, con lei vorrei fare una vacanza. Era difficile rimanere concentrati per la genialità di questa donna che diceva cose che ti lasciavano a bocca aperta”.

Lo stesso entusiasmo trabocca nei confronti di Paolo Virzì. A Stefania Sandrelli brillano gli occhi “L’ho amato dal primo film che ho visto. E’ il paladino che può continuare la commedia all’italiana di Serie A. Per me commedia all’italiana vuol dire esattamente quello che succede in questo film: ridere, piangere, non fare in tempo a ridere che già piangi. Ho sentito un sostegno che mi faceva volare in questo susseguirsi di emozioni, di sentimenti. Perché il percorso di questo film parte da una città di provincia come Livorno per aprire delle porte universali e questo si deve principalmente ai sentimenti famigliari.”
Un finale liberatorio e consolatore quello che vede Bruno prendere la decisione di tuffarsi nel mare, dando ascolto alle ripetute insistenze e vincendo la sua ritrosia interiore? “E’ un finale che è stato scritto sul set – confessa Virzì – Nel copione c’era un altro finale, in cui metteva le mani sul farmaco che la madre tanto gli aveva decantato e si lasciava andare al suo primo sorriso, ma avevamo paura che venisse interpretato come un tentativo di suicidio. Ma non è detto che tuffandosi in questo agitato mare di petrolio sia giunto ad una soluzione e la sua vita sia più serena”.

Gabriella Aguzzi