Intervista a Corrado d'Elia, regista e interprete di Cirano

23/02/2010


Tredici anni di Cirano: che cosa è cambiato dello spettacolo?
«Tanto e niente: lo spettacolo è quello degli inizi, ma tanti attori si sono succeduti, ci sono state storie private, amicizie. E' uno spettacolo che racconta di un presente, ma anche di un passato molto ricco della compagnia».
Adesso però vuoi cambiare i costumi…
«Credo sia arrivato il tempo. Pur mantenendo l'interpretazione, perché gli attori ogni sera fanno vivere questa storia, mi piacerebbe apportare una serie di cambiamenti per arrivare a un nuovo Cirano, che consacri questo, che è diventato uno spettacolo cult, non solo a Milano».
A che cosa attribuisci questo successo?
«Bisognerebbe chiederlo al pubblico. Arrivano spettatori anche da Parigi: siamo recensiti su giornali francesi. C'è anche chi lo ha visto venti volte. Credo che ci siano delle concause: un testo meraviglioso, che racchiude temi forti, come l'amore, la poesia. Ci sono archetipi di personaggi, come il bello-stupido, il poeta-brutto-ma-intelligente e poi c'è una traduzione bellissima, di Franco Cuomo in prosa. Tutti gli attori nei vari ruoli piangono o fanno ridere davvero ogni sera. E' l'emblema del teatro: è un testo che, più di tanti altri, racconta il gioco del teatro. Amleto è un testo che "dice teatro", ma Cirano racconta in maniera più forte il gioco teatrale. Forse piace la nostra versione senza orpelli, senza i versi da Baci Perugina, la fisicità, quel teatro di invenzione che ha lasciato il segno nelle nostre produzioni».


Chi è Cirano?
«Ci siamo chiesti subito chi è oggi Cirano: in un primo momento avevamo pensato a Pasolini, grande poeta che fa una morte pazzesca, proprio come Cirano e che si scagliava contro tutti. Nel primo cartellone si leggeva infatti "a Pierpaolo Pasolini, ultimo Cirano". In realtà Cirano è un personaggio del sogno, che rimane distante dalla vita. Oggi è difficile incontrare un Cirano, anche se ne avremmo bisogno».
Perché Cirano e non Cyrano (alla francese, ndr)?
«Togliamo questa "y", che per noi racchiude la finzione. L'idea è quella di raccontare il teatro come una verità assoluta, togliere quegli orpelli che hanno appesantito questo testo. Cirano diventa un uomo più vicino a noi, in cui possiamo immedesimarci e il pubblico deve riuscire a sentirsi rapito, perché la gente ha bisogno di sogni, di storie meravigliose e uno dei nostri compiti è proprio quello di raccontare storie, di far sognare».
Il prossimo sogno che farai fare al pubblico qual è?
«Don Chisciotte: è un grande sognatore. Mi interessa indagare un personaggio che vede cose che non esistono, che ha bisogno di aiuto, che vive di sogni, che rincorre una Dulcinea che non esiste. Tutto questo è poesia. Sarà il testo di Cervantes, ma con l'innesto di tutto quello che è il tempo molle. Che non è il tempo sicuro degli appuntamenti cadenzati, che, invece, viviamo tutti i giorni. Penso a certe canzoni di Paolo Conte, allo swing. Il tempo, quando lo hai, oggi, è ricchezza».
A me vengono in mente anche gli orologi di Dalì…
«Sì. E le immagini che tendono ad addolcire il tempo. Oggi abbiamo bisogno di un tempo nuovo e questo vorrei raccontare con don Chisciotte: il tempo dell'amore, dell'illusione, ma anche il tempo dei perdenti, degli ultimi».


Come mai la scelta di portare in scena classici, come Shakespeare e Goldoni?
«Adesso i filoni sono due: da una parte, quando nasci come artista, hai la necessità di confrontarti con i grandi, con chi è venuto prima e ha scritto cose importanti. Ho voluto confrontarmi con i grandi testi, con le grandi immagini: è come fare esplodere delle bolle che crei man mano che studi. Ero all'Accademia e sognavo Cirano, sognavo Shakespeare. Appena possibile le fai e poi vengono altre considerazioni: la nuova drammaturgia, ma anche raccontare delle storie. Stiamo provando La leggenda di Redenta Tiria di Salvatore Niffoi: tante storie di un Paese lontano, in una dimensione da sogno, magica».
Il tuo è anche un teatro molto fisico…
«Non ho mai creduto alla distinzione tra teatro di parola e teatro fisico: il teatro è tutto. Una recitazione diretta, sentita, che richiede una fisicità completa, unita alla creazione di immagini: questo è il teatro che mi piace».
Hai nostalgia del cabaret?
«Ho fatto cabaret nei primi anni della mia vita artistica. Allora, alla fine degli anni '80, era un cabaret ancora "saporito", non vedevi le cose televisive. Era un mondo, una piccola famiglia. Era una esistenza effimera, quella legata alla risata, che non è qualcosa che ti lascia il segno. Allora si mangiava in quei locali, si dormiva: ho dormito tante volte su quei divanetti. Sono stati anni bellissimi, che ricordo con nostalgia. E che pochi sanno».
Che cosa ne pensi di Fiorello che è passato dall'animazione alla televisione?
«Ho fatto anch'io quegli anni di villaggio: pensa che quando avevo diciassette anni ho fatto l'autostop e mi hanno portato davanti a questo villaggio, che nemmeno sapevo che cosa fosse. Ho cominciato anch'io a fare palco in questi villaggi. Fiorello era già a quei tempi un riferimento. Ha una energia eccezionale, mi piace la sua creatività. Sarebbe interessante vederlo fare teatro o cinema: penso che potrebbe farlo. Glielo auguro, perché è una buona esperienza».
Che possibilità ci sono per un giovane di entrare nel teatro?
«Le possibilità sono sempre state poche. Le accademie prendono 15-20 persone l'anno ed è giusto, perché il mercato da vent'anni vive una contrazione continua e possibilità di lavoro non ce ne sono. D'altra parte voglio dire "coltivate la vostra passione, bussate a tutte le porte, non demordete e fate teatro, che è il lavoro più bello del mondo"».
Che futuro vedi per il teatro?
«Credo nel teatro e nel futuro del teatro. Tutti da anni lo danno per morto, rispetto al cinema. Ma io credo che il teatro non finirà mai: è nato da esigenze di rito, rappresentative, religiose. Il teatro fa parte della nostra vita e lo spettacolo dal vivo è qualcosa di originale, che non potrà mai finire. Possiamo cambiare la tecnica, magari cambierà il modo di recitare, ma il teatro non morirà mai».


A 13 anni dal debutto Corrado d'Elia ripropone il suo Cirano ed è ancora un successo, come sempre in tutti questi anni. Nella sede del Teatro Libero a Milano la scenografia ci sta giusta giusta e il pubblico è al gran completo.
I motivi del successo sono sicuramente tanti, come dice anche Corrado d'Elia nell'intervista che riportiamo sopra. A cominciare dal testo, che ha in sé molti motivi sempre attuali: parla d'amore che da nulla è sconfitto, ma anche di diversità e della capacità di saperla  accettare. Ed è una prova di come un testo classico possa essere sempre attuale e possa parlare a tutti. Ma il fascino di questo Cirano sta anche nel modo scelto per raccontarlo, con una scenografia semplice, ma molto duttile, rappresentata da una pedana inclinata - come un tempo si diceva dovevano essere i palcoscenici - e da un paio di grate. L'energia profusa da Corrado e da tutti gli attori sa dare un ritmo molto attuale al dramma. Che tocca tutti gli aspetti: da battute da tutti conosciute a momenti più lirici, dagli istanti comici a quelli più intensi e toccanti, come tutte le parole d'amore che Cirano finisce per dire direttamente a Rossana, dopo aver fatto da suggeritore a Cristiano. E come la scena finale, con Cirano che per 14 anni tutti i sabati è andato a trovare in convento Rossana, distrutta dalla perdita dell'amato Cristiano. E' il momento in cui Rossana capisce che chi le sta leggendo l'ultima lettera di Cristiano è anche chi l'ha scritta e per tanti anni l'ha amata in silenzio. E alla fine tutti gli attori indossano il naso di Cirano, perché tutti possiamo avere difetti estetici, ma non è questo che conta.

Cirano di Bergerac di E. Rostand, regia di Corrado d'Elia, assistente alla regia Luca Ligato con Corrado d'Elia, Monica Faggiani, Andrea Coppone, Alessandro Castellucci, Gustavo La Volpe, Marco Brambilla, Stefania di Martino, Dario Leone, Antonio Giovinetto, Stefano Pirovano, Marco Caporale, Valentina Grancini (Compagnia Teatri Possibili). Scene Fabrizio Palla, Luci Alessandro Tinelli, Fonica Fabrizio Fini.
A Milano dal 18 febbraio al 2 marzo al Teatro Libero e dal 4 al 7 marzo al Teatro Franco Parenti.

Foto di Angelo Redaelli

Valeria Prina