São Jerônimo “levanta” Julio Bressane

08/03/2012

Júlio Bressane ringrazia il pubblico del cinema Trevi di Roma per averlo “tirato” fuori dall’oblio e lo fa con una cadenza dolce e sensuale tipica dell’inflessione carioca: “então foi tirado da sepoltura, obrigado a todos”. Può sembrare bizzarro ma è São Jerônimo che “solleva” Bressane il «padre generatore», da uno sfondo d’oltralpe. Lo strappa per così dire da una sepoltura dannata e nel contempo prolifica di stimoli creativi, immaginiferi e fantasiosi. Senza dubbio una considerazione ossimorica ma rivelatrice di un significante misterico innovatore, il figlio indomito della radice secolare.
Sarà Jerônimo a rompere gli schemi utilizzando un concetto moderno di traduzione che attirerà le accuse da parte dei suoi contemporanei, specie quella di Sant’Agostino d’Ippona. L’innovazione è scandalo. Non vi ricorda un vizio della società contemporanea?

Il film è la metafora di uno sconvolgimento apocalittico, esperienza a tutto tondo che si realizza attraverso il superamento di ostacoli impervi, dove giunge a sostegno una estrema pazienza, che Bressane ci invita a ri-considerare per il superamento del dramma politico-economico ed esistenziale che stiamo vivendo noi italiani. Alleniamoci a coltivare di nuovo l’attesa, utile per il raggiungimento di solidi cambiamenti.
Può sembrare di primo acchito l’anticipazione di un succedersi di resurrezioni: Jerônimo, Bressane e noi, catena profetica che fugge dalla dimensione filmica
impressa su pellicola per approdare tra gli animi presenti in sala.

Realtà e finzione dialogano fino a scambiarsi i ruoli. Si presentifica una verità impalpabile che irrompe dallo schermo e penetra nel vissuto di ognuno, fino a materializzarsi nella post-visione del film, quale traslazione di un movimento di pensieri, simbolo di primizia e trasposizione del significante nella dimensione conscia. Viene traghettato un incompiuto passaggio di significati rivelatori, in cui l’oscillare tra la finzione dell’arte e il sottrarsi ad essa, ossia riconoscerla come finzione, sta in gran parte la sua efficacia emotiva. 
Ma chi è Jerônimo? E’ un illustre saggio e intellettuale cattolico. Conosce Gregòrio, che gli insegna a raccogliere, copiare e tradurre i testi sacri. Il lavoro lo porta a Roma da Papa Damaso, il quale lo assunse come segretario e consigliere e lo incaricò di riscrivere in latino il testo di una diffusa versione della Bibbia, detta Itala, realizzata non sull’originale ebraico, ma sulla versione greca detta dei Settanta.
Jerônimo durante il soggiorno romano, sente più pungente il peso dei trascorsi giovanili avverte il contrasto tra mentalità pagana e vita cristiana e presto si scontra e polemizza con i nuovi cristiani, stigmatizzandone vizi e ipocrisie.
Dopo la morte di Papa Damaso, São Jerônimo torna nel deserto con la missione di creare la Vulgata, la traduzione monumentale di testi sacri dall'antica versione greca ed ebraica in latino, per certi versi una rivelazione apocalittica, che ha influenzato le lingue romanze delle Scritture, e la letteratura occidentale, inaugurando una concezione nuova nell’arte del tradurre. In cui l’ordine delle parole è un mistero, poiché non viene tradotta la parola con la parola, ma il senso con il senso. Un maestro di questo procedimento fu Cicerone, che tradusse il Protagora di Platone, l'Economico di Senofonte e le due bellissime orazioni che Eschine e Demostene scrissero l'uno contro l'altro. Infine Orazio, uomo acuto e dotto, che nell'Ars poetica invita il traduttore colto, a non curarsi nel rendere parola per parola, come un traduttore fedele.

La cadenza visionaria del film è provocatrice di un silenzio muto, attesa paziente e noia avversa, passaggio infausto di un tremito di sensazioni e stati di animo che aleggiano tra le immagini-parole scandite nello spazio filmico che scorre cauto lungo una dimensione atemporale. E’ pressochè la profezia di una intuizione che inneggia tra i lunghi piani fissi fruiti a pelle da uno spettatore in preda all’inquietudine e la rassegnazione, in attesa di un risvolto prossimo. Oserei dire un passaggio di moti apparentemente estranei alla nostra mente. Il presagio è fuori dai punti di domanda che si incrociano, fino a sfumare nella svogliatezza del percepire, curiosare e costruire un’anticipazione fantastica di ciò che verrà. Forse noi spettatori prediligiamo un non-significato, per evitare di compromettere la presenza del sentire profondo. Tentiamo così, di trasporre l’anima in un deserto privo di desiderio, piatto e arido, abitato dal vuoto. Ma il registro del simbolico ci “costringe” a stare, aspettare pazientemente “la fine”.

Il film è un girato clandestino, un misto di sincretismo e sapore primitivo-arcaico plasmato dal set naturale del sertão brasiliano, ampia regione semidesertica formata da altipiani aridi con avvallamenti tra un tavolato e l'altro che sono al contrario molto fertili. Speranza e dolore si alternano verso un sentiero abitato da uno sguardo che convoglia nell’ infinito immaginario dell’orizzonte.

L’occhio spazia attraverso ampie porzioni di luci sino ad arrestarsi nell’aridità aspra sertaneja, secca, restituituendo allo spettatore una immagine graffiata composita di rami neri aggrovigliati e innervati. Segno di un’inquietudine che trova pace lontano dalle tentazioni, nell’armonia soffice della sabbia bianca dove irrompe un antropomorfismo calcareo di rocce tondeggianti e surrealiste che si adagiano su una superficie eterna e immobile in cui il tempo si dilata e annuncia la lunga attesa della rivelazione profetica.
La traduzione della Bibbia è vissuta come l’agape di nuovi significati appartenenti alla genealogia paziente della mente, maturati attraverso il perseguimento a tappe dei riti di iniziazione, tipici dei grandi passaggi esistenziali che segnano i cambiamenti profondi dell’uomo.

Tra gli animali onirici il leone si adagia con somma lentezza ed eleganza, restituendoci una espressione di luminosità e regalità. E’ il simulacro devoto nel percorso iniziatico di São Jerônimo (conversione e traduzione del testo sacro), poiché simboleggia l’ardore e la forza con cui l’iniziato riesce a dominare il suo lato istintivo, oscuro e traditore, gemello delle tenebre per intraprendere un cammino di luce interiore palpabile nel film come trasfigurazione sensoriale.

Bressane sostiene che “il dramma di São Jerônimo nella grotta è il dramma della luce. Per me, il principio di un film è la luce, prima ancor di esistere la sceneggiatura, gli attori e la regia” e ancora “il cinema è la musica della luce”. Contrasti caravaggeschi di luci/ombre trascinano lo spettatore all’interno di un quadro vivo di pennellate forgianti abiti femminili e non solo.
La colorazione viva definisce minuziosamente lo spazio, tratta con estrema precisione i dettagli ponendo attenzione ai riflessi luminosi nella raffigurazione di São Jerônimo, che possiamo rintracciare nei dipinti di Jacopo Bassano, Hieronymus Bosch, Albrecht Dürer o in un gioco di sovrapposizione di trasparenze fiamminghe in Piero della Francesca. Le immagini mutano in fili di luce e suoni tra i piani-sequenza e seguendo unilaterlamente il passo della musica di Charles Camille Saint-Saëns, si dispiegano in trasparenze di luce trascinandoci nel sogno. Melodia soave quella del  “Carnevale degli animali”.

L’interessante riflessione di Enrico Ghezzi e Bressane arricchita da puntuali rimandi a Fernando Pessoa, Machado de Assis e allo stesso Bressane, ci restituisce un cinema di godimento, esplosivo, onirico che si inscrive in una situazione eversiva e conflittuale, generatrice di nuove dimensioni di senso. Infine Roberto Turigliatto, sottolinea la funzione dell’immagine filmica bressiana come imitazione della realtà, musa evocatrice che rimanda a un significato “altro” inconscio, parafrasando Freud ne “L’Io e l’Es”.

Chiara Bille