Malkovich fa marketing, non cinema

22/11/2015

Mi è capitato recentemente di entrare in contatto con quella scienza – la psicologia – che si impegna a studiare, e capire, la mente dell’uomo. Ho unito le mie competenze in materia di marketing e mi sono ulteriormente imbattuto in un progetto che, definirlo cinematografico, è un complimento.
Sto parlando dell’ultima fatica dell’attore John Malkovich – autore estremamente apprezzato (anche dal sottoscritto) per i suoi lavori passati – il quale ha tentato una sorta di “genere sperimentale” in materia di cinema. Il prodotto, perchè di pellicola fatico a parlarne, sarà proiettato solo tra 100 anni.
100 Years è ambientato nel 2115: trama futuristica che narra di un possibile scenario tra esattamente un secolo. Ovviamente una banalizzazione, a mio parere, di tutti quei film che saggiamente hanno tentato di descrivere il futuro usando scienza e fantasia – appunto attingendo alla fantascienza.
Accennavo prima al marketing appositamente per le seguenti ragioni: primo, annunciare con due banali trailer uno sforzo cinematografico senza fissare una data, per la prima e per le date del popolo, è come prenotare un ristorante senza presentarsi.
Secondo, il protagonista non ha bisogno minimamente di prestarsi al cinema – come lo definisco io – “da easy cash”, ovvero quel genere di cinema che permette di fare tanti soldi pur non avendo densi contenuti, ma al contrario: con il suo patrimonio – stando a fonti un minimo serie – potrebbe vivere al Bellagio (Las Vegas) per quattro anni consecutivi. (Mi permetto di paragonare il nostro Boldi con lo statunitense: entrambi hanno fatto film, solo uno ha talento)
Terzo, perchè fare un film che il tuo pubblico non potrà vedere? Per avere altro pubblico? Per essere ricordato in eterno? Per sperimentare una sorta di deviata immortalità su grande schermo? A che serve, se sei un buon attore verrai ricordato comunque.
Quarto, al di là di ogni possibile previsione sul futuro, come si può presumere se stessi di avere un così alto grado di lungimiranza tale per cui sia possibile descrivere un futuro così lontano? Magari il pianeta per come lo conosciamo oggi nemmeno esisterà più, forse l’apocalisse arriverà prima: è pura elucubrazione onirica!

Resta il fatto che però, per motivi sopra discussi, il prodotto non promette qualità. Io però mantengo il beneficio del dubbio in quanto non ancora profeta, al contrario del protagonista; ma mi permetto di caldeggiare ampiamente di tenere ben divisi il marketing per la diffusione del prodotto (la pubblicità) dal marketing per il contenuto (la pubblicità come trama). Se essi diventano un tutt’uno nella quotidianità, come già visto nei classicissimi panettoni, è tragedia.

Francesco Cantý