Perché il Cinema è morto?

24/01/2009

Un insegnamento di cattiva qualità è, quasi lettaralmente,
un assassinio e, metaforicamente, un peccato.
George Steiner, La lezione dei maestri (pag. 24).

Parafrasando un grande filosofo francese, si può affermare che il cinema è nato, fiorito e appassito di vecchiaia, proprio come accade agli esseri umani? A parere di chi scrive, sì, il cinema è morto da tempo, e più o meno all’età in cui viene considerato naturale, fisiologico, morire. D’altronde, già quando vennero organizzate le prime proiezioni qualcuno, lungimirante, prevedeva che il cinema sarebbe durato poco. Come Brigitte Bardot piaceva a troppi, divenne popolare e radunò folle, soprattutto attrasse chi dal cinema voleva solo guadagnare. Questa è storia recente, la lunga battaglia tra arte e industria è stata vinta decisamente dall’industria, non poteva essere altrimenti, si può soltanto utopisticamente sognare un mondo dove dieci sale sono occupate da de Oliveira e Jacques Rivette e una, due al massimo, da “Il divo” e Baz Luhrmann. Ma, se volessimo, per scherzo (si fa per dire, l’argomento è triste e serio), immaginare quando, esattamente, o più o meno esattamente, sia avvenuto il trapasso, in quale periodo lo situeremmo? Sappiamo che molti ritenevano che l’avvento del sonoro avrebbe ucciso l’arte cinematografica, e in parte avevano ragione, ma se così fosse, cosa ne sarebbe di “Quarto potere”, “La donna che visse due volte”, “Ombre rosse”, “Dies Irae”, “La dolce vita”, “Fino all’ultimo respiro”, “L’invasione degli ultracorpi”, “La donna del ritratto”, “Europa ‘51”, “Hollywood party”, “Il bacio della pantera”, “Adolescenza torbida”, “Un re a New York”, “L’uomo dal braccio d’oro”, “L’occhio che uccide”, “Ladri di biciclette”, “Il fiume”, “Sette spose per sette fratelli”, “Sierra Charriba”, “Susanna”, “Accadde domani”, “King Kong”, “Orizzonte perduto”, “Sabrina”, “La grande città”, “Monica e il desiderio”, “La notte”, “Il ginocchio di Claire”, “Il diavolo, probabilmente”, eccetera, eccetera? Non dovremmo considerarle opere d’arte? E che dire, poi, del fatto che molti di questi film sono per di più a colori? Perché non ci dimentichiamo che all’avvento del colore altre grida si alzarono per difendere la purezza dell’immagine in bianco e nero. Giustissimo, il b/n di “Sfida infernale”, “L’orgoglio degli Amberson”, “Il grande dittatore”, “Scarface”, “Prigione”, “I figli della violenza”, “Notorius”, “Le ragazze di Piazza di Spagna”, “Otto e mezzo”, “Seduzione mortale”, “Divorzio all’italiana”, “Grisbì”, “Le catene della colpa”, “Repulsion”, “Guendalina”, “Tarantola”, “L’appartamento”, “Gertrud”, faceva provare la sensazione di assistere a un’esperienza artistica unica. Ma vogliamo sminuire il colore di “Intrigo internazionale”, “Un giorno a New York”, “Dr. Cyclops”, “Gli uomini preferiscono le bionde”, “Il bandito delle 11”, “Scarpette rosse”, “Carmen Jones”, “Il giro del mondo in ottanta giorni”, “Irma la dolce”, “Bella di giorno”, “Colazione da Tiffany”, “Il gattopardo”, “Giulietta degli spiriti”, “Dolci vizi al Foro”, “Gangster story”, “Fantasmi a Roma”,  “Chinatown”, “F for Fake”? Troppi capolavori sono stati realizzati dopo il sonoro e il colore per considerare queste chiamiamole innovazioni tecniche qualcosa di mortalmente virale per il corpo-cinema. D’altra parte non dobbiamo nemmeno esagerare con l’equiparazione arte/cinema, poiché in passato molti studiosi non prendevano in grande considerazione le “immagini in movimento”, ed era inammissibile qualsiasi tentativo di mettere sullo stesso piano Shakespeare e Hitchcock, Mozart e Dreyer, Caravaggio e Orson Welles. Per cui se il cinema non è mai stato giudicato una vera e propria arte, se ne deduce che per molti intellettuali il cinema non è mai nato e come tale non può essere nemmeno morto. Chi invece ritiene che almeno nei suoi primi cinquanta, sessanta anni di esistenza, il cinema abbia mostrato dei magari soltanto minimi ma inequivocabili segni di dignità artistica, può legittimamente chiedersi perché e quando ad un certo punto questi segni hanno cominciato a diventare sempre più rari. Non è semplice in realtà ricostruire il quando, ed è suscettibile di ulteriori approfondimenti il perché. Si può tentare un approccio al problema che sia inizialmente dubitativo, senza voler dare cioè una risposta definitiva, e che cerchi di comprendere, tortuosamente, entrambe le questioni. Partiamo da una data ipotetica, la metà degli anni Settanta, senza dimenticare comunque a grandi linee le responsabilità della Nouvelle Vague e più in generale delle avanguardie cinematografiche degli anni Sessanta che volevano, sempre a grandi linee, liberare l’espressione cinematografica da un’ortodossia considerata opprimente e hanno in buona fede e spesso rasentando il sublime dato tuttavia la stura a tutta una serie di false rivoluzioni inutili ancorché dannose. Partiamo inoltre da un postulato: il cinema ha cominciato a decadere quando è passato da soggetto ad oggetto, da strumento a materiale, da mezzo a fine. Non più forma espressiva che potesse raccontare una realtà ad esso estranea, ma realtà esso stesso, soggetto che narcisisticamente rimira la propria immagine, diventando oggetto sterile. A questo punto bisogna aggiungere un concetto alla nostra analisi. Più o meno verso la metà degli anni Settanta il cinema americano, che veniva da una crisi industriale non da poco, assimilati le tendenze libertarie e indipendenti, il realismo, il cinema-verità, la nuova Hollywood e chi più ne ha più ne metta, trova una soluzione per superare l’impasse e la disaffezione del pubblico. Comincia a guardarsi allo specchio. Sappiamo quanto il cinema americano sia sempre stato punto di riferimento dominante, nel bene e nel male, per ogni altra cinematografia (e viceversa, poiché Hollywood ha sempre fagocitato spunti e idee di altre cinematografie). Se per Thomas Bernhard “l’americanesimo è responsabile della fine del mondo”, a maggior ragione il cinema americano potrebbe essere considerato responsabile della fine del cinema.  Azzardiamo il motivo, dunque, vale a dire il fatto che da almeno tre decenni a questa parte in America si produce poco cinema di ispirazione autentica e quasi completamente cinema che riproduce invariabilmente una sorta di mimesi del cinema, attualizzandola anno per anno. È un simulacro del cinema, quello che sorge dalla metà degli anni Settanta, e che col passare del tempo esploderà in un continuo scambio con la trionfante televisione, la pubblicità, e i mezzi di comunicazione più vicini al pubblico giovane (video musicali, videogame, internet). Non vogliamo scrivere nulla di definitivo sull’argomento, l’unico intento è di lasciare dei semplici appunti che altri se vorranno potranno cogliere ed ampliare. Il cinema nei suoi primi cinquanta, sessant’anni aveva una natura onirica, era come il sogno di ogni singolo spettatore che vi si immergeva nel buio di una sala. Aveva in sé un che di rituale, di esoterico, ogni singolo film era come un sogno unico e irraccontabile, perché sconosciuto. Dagli anni Sessanta-Settanta si è cominciato a rendere pubblico il sogno, a studiarlo, ad analizzarlo,  a ripeterlo in infinite variazioni, sino a renderlo un patetico, plateale travestimento multiforme, quindi informe, sino a cancellarne la magia onirica facendone qualcosa di interattivo. I sogni sarebbero ancora sogni se il sognatore potesse decidere cosa sognare?  

Roberto Frini